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lunedì 18 novembre 2019
 
 

«Chi viene insultato sul web non sempre è tutelato subito»

07/01/2014  «Casi eclatanti come quello di Bersani non si discutono e vanno perseguiti», afferma l'avvocato Fulvio Sarzana, «per gli altri casi di critica a personaggi pubblici si dovrebbe prevedere un sistema generale di tutela che tenga conto, però, della libertà d'espressione e non scivoli nella censura»

«Alla stupidità è difficile porre rimedio ma gli strumenti per proteggersi ci sono».  Questo il commento dell’avvocato Fulvio Sarzana, esperto di regolamentazione giuridica delle reti, riguardo ai messaggi di esultanza postati da alcuni utenti sulle bacheche di diversi siti alla notizia dell’emorragia cerebrale che domenica, 5 gennaio ha colpito l’ex leader del Pd Pier Luigi Bersani.

Avvocato, il web è una terra di nessuno o ci sono strumenti per tutelarsi?
«Oggi c’è una doppia garanzia, in realtà: la prima è rappresentata dalla giurisprudenza che prevede la responsabilità del titolare del blog o del forum che non ha saputo prevenire o moderare correttamente i commenti insultanti. La seconda è la possibilità tecnica, semplicissima da mettere in atto, di poter risalire tramite IP, il numero identificativo del computer da cui ci si connette, a chi ha postato insulti.
La Corte europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Adelfia ha stabilito la responsabilità del gestore di un portale per i commenti pubblicati. Una responsabilità in soccorso per non aver prevenuto insulti e minacce. Oggi la giurisprudenza è abbastanza concorde nel ritenere responsabile chi gestisce un forum o un blog se su quel sito vengono postati commenti offensivi».

Basta, secondo lei? Con chi insulta tramite social network come Facebook o Twitter come la mettiamo?

«Attualmente presso il dipartimento per le Comunicazioni del ministero delle Sviluppo economico c’è un tavolo tecnico, di cui faccio parte anch’io, sul cyber bullismo che si sta occupando della tutela dei minori stabilendo più che forme di identificazione vera e propria del bullo la possibilità di chiedere ai social network un’identificazione immediata di chi compie questo tipo attività sul web». E i social network collaborano? «In linea di massima sì. Anche se a volte viene smentito, esiste un protocollo d’intesa tra social network e polizia italiana per poter avere accesso a questi dati. Bisogna rendersi conto che spesso i social per quanto riguarda le segnalazioni di abusi inviano le informazioni in America che poi dovranno essere lavorate. Quindi non c’è una tutela effettiva immediata se l’utente viene insultato».

Ci spieghi come funziona.
«Se io vengo insultato su Facebook o su una bacheca online mando una segnalazione al social network, in inglese possibilmente, ed esso decide se è valida o meno. Per stabilire questo, però, dovrebbe andare a verificare se si configura una diffamazione o meno e addentrarsi in una vera e propria analisi giuridica.  Non sempre quindi si procede ad una segnalazione all’autorità giudiziaria. Il social network o il sito può decidere, a discrezione, se rimuovere o meno i contenuti ritenuti offensivi. Google o Facebook rispondono all’autorità americana la quale prevede che se un’autorità giudiziaria dà un ordine loro adempiono subito. Non è un problema di strumenti ma di cosa e quanto riesce ad interessare le autorità».

Ma non viene denunciato nessuno, quindi?
«Prendiamo il caso delle false foto osé del presidente della Camera Boldrini fatte circolare sul web qualche tempo fa. Chi l’ha diffuse è stato poi denunciato dalla polizia postale. Diciamo che per questi casi si dovrebbe prevedere un sistema generale di tutela. Questo come quello di Bersani è un caso eclatante: c’è un leader politico colpito da emorragia cerebrale e solo un cretino può augurarsi la morte di un’altra persona. Poi ci sono le critiche, anche aspre, nei confronti di personaggi pubblici che bisogna stare attenti a non censurare perché rientra nel diritto di critica legato al comportamento del personaggio pubblico che va garantito perché il dibattito politico si svolge anche attraverso critiche severe».

La percezione comune che il web sia una zona franca è dura a morire, però.
«Molte persone non si rendono conto che il web in realtà non è un luogo anonimo. E un po’ come quello che accade anche negli stadi dove c'è che appende striscioni offensivi tipo “giornalisti dovete morire”. Sul web molti credono scioccamente di essere anonimi e il senso d’anonimato incoraggia atteggiamenti di questo tipo».  

 
 
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