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venerdì 28 febbraio 2020
 
Uomo del dialogo
 

Paolo De Benedetti: «Di domenica sono cristiano e di sabato sono ebreo»

12/12/2016  Il nostro incontro con il teologo appena scomparso. La sua riflessione sui rapporti tra ebraismo e cristianesimo: la divisione oggi è superabile ed è stata superata a una condizione: il diritto della coesistenza

Teologo, biblista, docente di giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano per molti anni e di Antico testamento agli Istituti di scienze religiose delle università di Urbino e Trento, Paolo De Benedetti è nato ad Asti nel 1927. Membro della commissione ecumenica e per il dialogo interreligioso della diocesi di Milano, è da sempre un uomo di cerniera tra ebraismo e cristianesimo, innanzitutto per motivi personali oltre che per interesse umano e professionale.
Nato in una famiglia borghese, il padre era ebreo e permise che a undici anni fosse battezzato a patto che l’educazione religiosa gliela impartisse sua madre che era cattolica. Liceo ad Asti, primo anno di filosofia alla Cattolica – tra i compagni di corso ricorda Emilio Tadini – poi è passato a Torino. Per la Bibbia e il giudaismo, De Benedetti è autodidatta. Oltre all’ebraico, conosce un po’ di babilonese, il siriaco, l’aramaico, altre lingue orientali le ha imparate negli anni dell’università dal presidente del tribunale di Asti Silvia Giacomoni.
Un’esistenza tutta dedicata al pensiero, al dialogo, alla relazione con ogni creatura. Paolo De Benedetti, infatti, non è solo un grande studioso, ma è soprattutto un uomo che ha realizzato nella sua vita molti dei temi oggetto della sua riflessione. Ha pubblicato numerose opere ed è uno dei pochi pensatori contemporanei che ha elaborato una teologia degli animali: «Sono convinto che un gatto va in paradiso». La sua provenienza ebraica e il suo essere cattolico uniti alla sua conoscenza del giudaismo ne fanno un personaggio unico nel panorama del dialogo ebraico-cristiano.

Professore, la Nostra aetate ha cambiato una storia di ostilità e persecuzioni durata quasi venti secoli. Da allora, la Chiesa nel suo insieme ha fatto tutto il possibile per rimuovere ogni sentimento antiebraico?

«Molto è dipeso dalla buona volontà di alcuni e dalle singole iniziative. L’impegno ad applicare la Nostra aetate è dipeso dalla cultura di ciascun operatore pastorale. Perché coltivare il dialogo ebraico- cristiano richiede una cultura che non c’è quasi mai».

La Nostra aetate ha però aperto la strada al dialogo...

«In un certo senso la Chiesa cattolica ha reso più ufficiale e istituzionale ciò che prima esisteva sottotraccia. Chi era indifferente è rimasto tale. Per me il dialogo è un fatto naturale: quando mi chiedono se sono ebreo o cristiano dico: “Di domenica sono cristiano e di sabato sono ebreo”. Che vuol dire coesistenza, non un giocherello. Festeggio la Pasqua ebraica e poi quella cristiana. Il venerdì mia sorella e io andiamo dai parenti per il Seder a Torino, sabato a Casale Monferrato per il secondo Seder. E domenica andiamo a messa».

Se tanti cristiani partecipassero almeno una volta al Seder, ne rimarrebbero affascinati. Trovandosi di fronte all’eucaristia penserebbero che Gesù è passato attraverso il Seder nell’ultima cena...

«Sì, diciamo che la conoscenza o la presa di coscienza delle radici può rinnovare la fede. Negli ultimi venti anni la Chiesa ha fatto passi da gigante. Ma, come ho detto, occorre una certa cultura: la conoscenza aiuta. Vi racconto un piccolo aneddoto. Qualche anno fa lavoravo ancora alla Bompiani e, con la collaborazione di una redattrice, stavo curando un’enciclopedia. Allora, ho mandato la redattrice da un libraio che conoscevo dicendo che la mandavo io. “Ah, è un ebreo, ma è una brava persona”, dice il libraio. Questo tipo di sentimento è duro a morire».

Soprattutto a livello popolare mi pare che persista un atteggiamento antisemita.

«Infatti, la cultura di base ancora diffusa è così. Un giorno ho fatto una conferenza in una biblioteca molto bella in una città del Nord. Il tema era la Resistenza sotto il nazismo in Germania. È stato inevitabile a un certo punto parlare degli ebrei. Ricordo a quel punto che un signore si è alzato e ha detto: “Ah, sono tremendi, io avevo un compagno di classe che quando uno chiedeva in prestito un pennino rispondeva sempre: costa tanto. Sono tremendi e riescono a fare sempre soldi”. Siamo ancora tra i pregiudizi».

Quindi il dialogo ebraico-cristiano è destinato a rimanere a livello di élite?

«L’unica strada percorribile è la formazione: bisogna studiare. Anche a livello delle parrocchie non c’è un’educazione di base. Solo chi studia può raggiungere una certa consapevolezza. L’ebraismo sia come storia sia come studi teologici è entrato nelle facoltà teologiche tardi. Io, per esempio, ho insegnato giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano per una trentina di anni. L’ho fatto chiamare giudaismo e non ebraismo. Intendevo presentare la religione ebraica come qualcosa che c’è ancora e non solo come un fatto storico: gli ebrei nella Bibbia. Ho insegnato fino a quando ho raggiunto il limite di età».

Suo padre era ebreo, lei è cattolico: come vive la doppia identità?

«Ho fatto battesimo cresima e prima comunione in un colpo solo a 11 anni. Dopo ho incominciato a studiare ebraico. Ma nella mia famiglia c’era molta assimilazione. Mio padre aveva sposato una non ebrea quando aveva 39 anni e la cerimonia è avvenuta in chiesa. Ma non è stato facile. Il parroco ha fatto in modo che si potessero sposare perché mia madre potesse mantenere il rapporto con la Chiesa. In seguito mio padre si è fatto battezzare per amore di sua moglie. Lei non è che insistesse, ma era una testimone così convincente. Intanto ho fatto la specializzazione in ebraico e in lingue semitiche. E sono diventato poi assistente di ebraico alla Cattolica; non significava niente, facevo per gli esami e basta».

Quindi è stato lo studio che l’ha avvicinato alle radici ebraiche?

«È il contrario, le radici familiari mi hanno portato allo studio. C’è la storia curiosa di quando mio padre ha fatto il bar mitzvah (rito ebraico di passaggio: i ragazzi lo fanno all’età di 13 anni, le ragazze a 12 anni). Allora nessuno studiava veramente l’ebraico, ma dovevano far vedere che leggevano tre righe. Mia nonna era non ebrea ma i figli li aveva fatti andare in sinagoga, erano circoncisi e andavano alla primaria scuola ebraica. Abbiamo una foto del gruppo di ragazzotti con i loro maestri. Lo zio Rodolfo in prima fila. E ci sono le pagelle dei nostri zii. Quindi mio padre doveva fare il bar mitzvah e fa finta di leggere in ebraico. A un certo punto perde il filo. Il rabbino gli dice in piemontese “bele sì” (che significa in dialetto “proprio qui”) e mio padre lo ha ripetuto come se fosse una parola ebraica. Di lì il libro Bele sì, ebrei ad Asti (di Maria Luisa Giribaldi e Rose Marie Sardi, editore Morcelliana), è una ricostruzione della comunità ebraica del tempo. Fino a tutto l’Ottocento qui c’era un dialetto piemontese particolare, intriso di parole ebraiche. Arrivano i carabinieri, li chiamavano “i sarfatim” e finisce così la battaglia. Ma gli ebrei erano molto integrati e anche in parte assimilati. Il nonno è stato presidente della comunità, però aveva il prosciutto in casa e mangiava tutte le cose meno cacher del mondo. Erano così, non molto osservanti. Un nostro prozio era Isacco Alto, segretario di Cavour, che poveretto alle 6 di mattino doveva essere già in ufficio. E se a Cavour veniva nella notte qualche idea, lo chiamava, e lui doveva correre al capezzale».

La comunità ebraica di Asti oggi quante persone conta?

«Quasi nessuno ormai. C’è mia sorella e io che siamo di origine ebraica, i cugini figli di un fratello del nonno, lo zio Aurelio. Uno è diventato un po’ bigotto. L’altro figlio è stato il pediatra della città, ha avuto cinque figli tutti battezzati, però una parte di loro sta riscoprendo le radici ebraiche. Una cosa buffa: la nostra bisnonna si chiamava Dolcina. I medici la consideravano sterile e invece ha avuto 15 figli, quasi tutti maschi. Poveretta, è morta a 59 anni».

La Chiesa dice che ricollegarsi alle radici ebraiche può aiutare il cristianesimo; che cosa significa concretamente?

«Direi che la Chiesa dal Concilio in poi, ma anche prima attraverso personalità di spicco, ha preso coscienza dell’importanza di riconnettersi alle radici. Però il dialogo ebraico-cristiano richiede una cultura sull’ebraismo. Normalmente si pensa che l’ebraismo sia finito con la nascita di Gesù e quindi che dopo la sua morte l’ebraismo sia solo una religione rifiutata dal cristianesimo. E nessuno si sogna di vedere Gesù come ebreo, ma solo come cristiano. Gesù è rimasto invece ebreo fino alla fine e questo ormai lo riconosce ufficialmente la Chiesa».

Il cristianesimo che cos’è?

«Il cattolicesimo in particolare ha subito l’influenza del paganesimo greco-romano. Per secoli il cristianesimo ha rigettato la sua origine ebraica. Solo negli ultimi decenni c’è un forte interesse a ricollegarsi alla radice santa, di cui parla il cardinale Carlo Maria Martini».

Quando durante la celebrazione dell’eucaristia sente pronunciare la formula in cui si cita la nuova alleanza, cosa prova intimamente?

«Dio ha stretto l’alleanza sul monte Sinai con il popolo ebraico, questa alleanza non è mai stata revocata, ma è stata estesa grazie a Gesù. Io credo che la nuova alleanza non è altro che il progetto di Dio di estendere a tutto il mondo l’alleanza del Sinai. Tutto sommato un ebreo potrebbe rimanere ebreo anche se conosce il cristianesimo: è l’estensione dell’ebraismo a tutta l’umanità».

Quali sono i passi di vangelo che si prestano a una lettura antigiudaica?

«Gesù predica l’amore per il prossimo: le sue parole sono un’esortazione a migliorare. Ma non ha mai detto: dovete aderire a un’altra religione».

Allora, che cosa ci divide oggi dall’ebraismo?

«Nell’800 gli ebrei si sono posti il problema di come coesistere con i cristiani. La proposta che è venuta fuori è che i cristiani riconoscano l’ebraismo per gli ebrei, ossia che non convertano gli ebrei. Dal canto loro gli ebrei riconoscano il cristianesimo per i cristiani. La divisione è superabile ed è stata superata solo a questa condizione: il diritto della coesistenza di ebraismo e cristianesimo, per cui in un certo senso Gesù era un ebreo molto illuminato che pensava alla via di salvezza per quelli che non ce l’avevano: per i non ebrei. Dio ha complicato un po’ le cose, ma non ha mai pensato di far sparire l’ebraismo, le sue promesse non sono mai state revocate».

Chi è Gesù?

«Gesù è un ebreo e secondo me diventa figlio di Dio dopo la risurrezione. Questo punto ci allontana dall’ebraismo. Ci sono due espressioni a cui penso sovente e che sono i cardini del cristianesimo, ma che in realtà suscitano problemi enormi. Una è “Figlio di Dio” e l’altra è “Madre di Dio”. Non è che io le neghi, assolutamente, ma non finisco mai di pensarci. Mi sono immaginato una parabola: se vado in paradiso, allora chiederò all’angelo custode di accompagnarmi da Freud che penso sia in paradiso. Mi accompagnerà da Freud e io gli dirò: “Professore, c’è qui in paradiso una persona che ha bisogno di lei”. E lui mi risponderà: “Chi è, come si chiama?”. Io gli dirò: “Paolo di Tarso”» (ride).

Come mai si è appassionato alla teologia degli animali?

«Gli animali sono spirito di Dio. Tutto ciò che ha avuto la vita è stato poi distrutto dall’uomo. Ma la risurrezione tocca anche gli animali. Se non ci fosse, allora bisognerebbe concludere che la morte è più potente di Dio. Siccome questo non si può dire, bisogna credere nella risurrezione degli animali. Troveremo tutti gli animaletti che ci erano cari in paradiso. E qualche volta prego per loro».

L'intervista intregrale è stata pubblicata nel libro di Giuseppe Altamore Dalla stessa radice. Ebrei e cristiani, un dialogo intrareligioso. Editore Lindau, 254 pagine, 22 euro.

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