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giovedì 01 ottobre 2020
 
Intervista a Niccolò Ammaniti
 

Io non ho paura, dal romanzo al film

28/06/2017  Stasera su Canale 5 alle 23,45 va in onda il film del 2001 diretto da Gabriele Salvatores tratto dal romanzo dell'autore romano. Lo scrittore rievoca la genesi del libro, le tematiche e la sua fortuna

La fatica di crescere, le sfide della fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Di questo aprla  Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, un romanzo di grande successo, uscito nel 2001 e diventato ormai un classico anche nelle scuole, che racconta la vicenda, narrata in prima persona, di un ragazzino, Michele, che vive nelle campagne del Sud in un’estate assolata, a far passare il tempo con i suoi amici. Quando in un buco per terra trova un coetaneo tenuto prigioniero. Fino a scoprire che anche il padre è coinvolto nella banda dei rapitori. E nel momento in cui viene a sapere che il loro progetto è quello di uccidere l’ostaggio, decide di salvarlo.

Come spiega il successo di questo libro?

«È una storia di iniziazione alla vita, un romanzo di formazione. Nel protagonista avviene una metamorfosi: da una sorta di paradiso in cui vive, deve scontrarsi con qualcosa di inaspettato e drammatico. E poi c’è l’ambientazione, un Sud che è mitico per la gran parte dei lettori. Certo, quando l’ho scritto non mi immaginavo davvero che sarebbe stato accolto così favorevolmente».

È stato aiutato anche dal film di Gabriele Salvatores del 2003?

«Il romanzo già viaggiava con le sue gambe, ma di sicuro il ­film lo ha sostenuto. Io stesso ho realizzato la sceneggiatura con Francesca Marciano, ed è stato facile, ci ho impiegato solo un mese e mezzo».

Come mai l’ha ambientato proprio nel 1978?

«Era l’anno del rapimento di Aldo Moro e in quell’epoca c’erano tanti rapimenti a scopo di estorsione, che vedevano coinvolti anche fi­gli di industriali. Ricordo che quando ero ragazzino i miei genitori mi mettevano in allerta da eventuali malintenzionati».

Ci sono elementi biografici nel romanzo?

«Io ero un ­figlio della borghesia romana, ma mi portavano a trascorrere le estati nelle campagne della provincia di Salerno. Ricordo che faceva così caldo che stavano tutti rintanati in casa e non si riusciva neppure a giocare, e l’estate sembrava non ­finire mai».

Sorprende la figura del padre del protagonista che, pur avendo dei figli piccoli, non esita di fronte alla possibilità di uccidere il giovane ostaggio...

«È tipico dei carne­fici questa scissione che lascia sgomenti, pensiamo ai criminali nazisti che mandavano a morte gli ebrei nei campi di stermino e la sera tornavano dalle loro famiglie».

In molti dei suoi romanzi, pensiamo a Ti prendo e ti porto via, Come Dio comanda, Io e te, Anna, i protagonisti sono dei ragazzi. Come mai questa attenzione per l’adolescenza?

«Mi interessa la trasformazione dall’infanzia all’età adulta, una fase in cui si cambia sia mentalmente sia ­fisicamente. Si genera un conflitto tra l’educazione ricevuta e la capacità di interpretare il mondo».

È stato influenzato dal lavoro di suo padre Massimo Ammaniti, celebre psicanalista?

«Di sicuro ho sempre respirato una certa aria visto che mio padre si è occupato tanto dell’età evolutiva. Ma per lungo tempo ho creduto che il comportamento umano si potesse spiegare di più con il dato scientifi­co del comportamento animale piuttosto che ricorrendo alla psicologia. Ho studiato biologia all’università, anche se mi sono fermato a due esami dalla laurea per dedicarmi alla scrittura».

Com’è iniziata questa sua avventura nel mondo della scrittura?

«Avevo scritto un romanzo, Branchie, più per me che con l’obiettivo di pubblicarlo. Poi un mio amico che lavorava in una piccola casa editrice mi disse che cercavano autori esordienti per una nuova collana. Fu così che feci uscire il mio romanzo dal cassetto. Ebbe qualche buona recensione e una di queste arrivò sotto gli occhi di un editor della Mondadori che si incuriosì, mi contattò e di lì a poco mi propose un contratto per un secondo romanzo. A quel punto cominciai a capire che la scrittura poteva diventare anche un lavoro».

E ora a che cosa sta lavorando?

«Sto girando come regista una serie per Sky dal titolo The Miracle, che ho scritto io, sul fenomeno della lacrimazione di una statuetta della Madonna. Andrà in onda tra un anno. Ho compiuto 50 anni e mi ero stancato di stare sempre chiuso in casa isolato a scrivere, volevo confrontarmi con gli altri».

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