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Jannik Sinner ha perso in modo abbastanza netto da Carlos Alcaraz la finale di Flushing Meadows e lo scettro di numero uno del tennis mondiale. Questo non vuol dire che il 7 settembre 2025 sia caduto il mondo, né che sia caduto il mondo di Jannik Sinner. Come non è caduto il mondo di Carlos Alcaraz quando in mondovisione ha chiesto ai suoi, mentre stava perdendo nettamente la finale di Wimbledon da Sinner, «Com’è possibile che sia tanto più forte di me?».
Son passati neanche due mesi e le parti si sono invertite, ma stiamo parlando di una partita non del mondo sottosopra. Quattro finali di slam Sinner nel 2025, due vinte e due perse, tre finali Alcaraz due vinte e una persa, parlano di una rivalità in equilibrio.
Perché dobbiamo tifare per la rivalità con Alcaraz
La storia del tennis, che di grandi rivalità vive e cresce in intensità e bellezza, dimostra che il numero uno è una storia di alternanza di cui si fa il bilancio alla fine. Navratilova-Evert, Federer-Nadal, Nadal-Djokovic, Lendl-McEnroe, Agassi-Sampras insegnano.
Una rivalità alla pari tra quasi coetanei e diversi per caratteristiche tecniche è una benedizione che contrasta la saturazione e aumenta la motivazione: a vincere da soli senza veri avversari dopo un po’ ci si logora nella mente, ci si annoia, anche per chi guarda il bello dello sport è non sapere come va a finire. Alla lunga dopo troppi 6-1 sul velluto un tarlo nella mente comincia a lavorare a domandare che senso abbia ridisegnare continuamente con racchetta e pallina le righe del campo. Bjorn Borg dopo 6 anni di dominio pressoché incontrastato ha appeso la racchetta al chiodo, la rivalità con McEnroe probabilmente è arrivata troppo tardi. Dunque aspettiamoci che questa altalena duri e facciamo il tifo perché la rivalità duri a lungo, perché il tennis di questi due fenomeni giovincelli ci dispensi bellezza nel futuro. Venendo a noi cerchiamo di capire come si può interpretare lo snodo dello Us open 2025.
Che cosa c'entra il circuito Atp
Il primo elemento è il quid di imponderabile che c’è nel fatto che si può essere più o meno in serata mentre la sfida a livelli così alti chiede il 100%: chi riesce a darlo vince, ma non tutti i giorni sono uguali, non tutti i periodi lo sono, anche perché il circuito Atp è uno dei più terribili tritacarne di lusso che lo sport conosca. Non si ferma mai e, in teoria, pretenderebbe undici mesi all’anno di forma fisica e mentale, cui va aggiunto il carico extra della Davis. Nessun essere umano può restare al 100% per una stagione così lunga, pertanto è fisiologico, persino sano, che un momento sia più in forma uno, un altro momento l’altro.
Tanto più che da quest’anno i tornei da 1000 punti durano non più 9 giorni ma 12 per ragioni di spettacolo: significa una programmazione diversa, più giorni l’anno lontani da casa, meno tempo da dedicare alla preparazione pura. Il meccanismo della classifica che fa scadere all’anno solare i punti vinti l’anno precedente impone di giocare tanto per mantenere il ranking e chi arriva sempre in finale fatalmente gioca di più. Vero è che è una fatica ottimamente retribuita ma non è questo il punto: per quanto ben pagati di corpi umani stiamo parlando, oltre una certa soglia non si può dare.
Perché Sinner ci ha abituati troppo bene
Il secondo elemento è che Sinner ci ha abituati bene, il fatto che vinca spesso facilmente non vuol dire che lo debba e possa fare sempre e che sia facile davvero. Ci ha abituati a vederlo vincere con facilità apparente i punti sotto pressione, un automatismo delicato e in lui particolarmente efficace, ma che probabilmente sta ancora liberandosi dalla ruggine di tre mesi di stop: tutto si può ricreare in allenamento fuorché quello, l’abitudine a giocare i punti complessi sotto una pressione smisurata davanti al mondo. Solo inanellando partite difficili si rimette in corsa quell’automatismo, può darsi che a Sinner ne servano altre per ritrovare del tutto quello smalto che è stato il suo marchio di fabbrica e che comunque ancora esiste anche in giornate difficili, seppure a corrente alternata, come hanno dimostrato i tanti punti di seconda di servizio in finale agli Us Open 2025, ancorché non sufficienti.
Che cosa è successo alla "prima" di servizio della volpe rossa
Il terzo elemento è nel servizio di Sinner che in questo torneo non ha funzionato al 100% mai e ancor meno in finale: è noto che Sinner abbia lievemente modificato alcuni dettagli nel movimento del servizio nelle ultime settimane per aumentare le variazioni. È possibile che la fatica del 7 settembre sia l’esito di un cantiere ancora fresco: fuor di metafora, un conto è eseguire al top le innovazioni quando le cose sono tranquille altro è riuscire a farlo al massimo della pressione con un avversario difficile. Se le novità sono fresche è possibile che richiedano un tempo fisiologico per diventare un automatismo acquisito che funziona sempre senza bisogno di pensare.
Indicativo l’input di Vagnozzi che verso la fine ha chiesto a Sinner di lanciarsi più vicino la palla, ne sono uscite due ottime prime, ma, dopo, le stesse prime che prima andavano in rete perché lanciate troppo avanti sono andate lunghe. Questione di millimetri, questione probabilmente di un nuovo automatismo da consolidare. Ricordate le titubanze delle prime palle corte di Sinner e il gioco di volo impacciato del 2022? Sono elementi molto migliorati anche se non appartengono alla natura di Sinner e sono variazioni che ora tornano utili. Se le cose stanno davvero come abbiamo ipotizzato anche per quanto riguarda il servizio sarà solo questione di un po’ di tempo: basterà che vada via l’odore di vernice dal cantiere che si chiude e il rosso della Val Pusteria si sentirà di nuovo a casa nella sua prima palla, magari avendole aggiunto un po’ di imprevedibilità.
La lezione di Julio Velasco e che può tornare utile a Jannik
La sintesi corretta l’ha data Sinner alla fine della partita: «Stasera ha giocato meglio di me, non sono una macchina». Nemmeno Alcaraz lo è, uscito appannato a Wimbledon ha dimostrato di avere lavorato bene sulla continuità mentale e di aver rafforzato il lungolinea di rovescio, è possibile che questi due elementi, se funzionano insieme a tutto il resto, rendano il tennista spagnolo ancora più completo di come è, cosa che fa di lui in questo momento il numero uno di nome e di fatto, ma sarà un continuo rincorrersi ed è il bello dello sport: sfidarsi al limite dell’umano senza perdere la propria umanità. Ne vedremo delle belle ancora.
Quello che adesso bisognerebbe fare, da spettatori, appassionati, sostenitori, per Sinner, come ci ha ricordato a ripetizione Julio Velasco, il Ct della pallavolo femminile che di vittorie se ne intende, è alleggerire dall’esterno: per disinnescare il meccanismo perverso che fa sentire chi ha dimostrato di saper vincere e già ha vinto tanto in obbligo di vincere sempre. Perché sarebbe il modo sicuro di mettergli in testa il tarlo della paura di perdere. Mentre bisognerebbe ricordarsi sempre, anche da spettatori, che di là c’è sempre un avversario e che a volte non basta neppure fare tutto bene se l’altro fa ancora meglio, un motivo in più per non disperare se per una sera si è anche sbagliato più qualcosa, segno che c’è margine per serate migliori.




