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martedì 27 febbraio 2024
 
IL RITRATTO
 

Chi è Jannik Sinner, il bravo ragazzo del tennis mondiale

28/01/2024  Jannik Sinner, il tennista che ha raggiunto Adriano Panatta nella storia e che a 22 anni ha tutte le carte per superarlo

Ha sempre l’aria da ragazzino Jannik Sinner, più acerba della sua classe anagrafica (è nato il 16 agosto del 2001), colpa o forse merito del fisico esile, che a giudicare dal peso di palla non inficia però la potenza del colpo che grazie a una risposta al servizio al fulmicotone (paragonabile solo a quella di Djokovic) gli permette di essere tra i giocatori del circuito quello che meglio tiene testa al tetragono genietto ventenne Carlos Alcaraz, ben più robusto e compatto. In compenso la sua struttura leggera gli dà velocità e agilità, nonostante il baricentro altissimo che Sinner compensa con un equilibrio da sciatore, acquisito quando, bambino a Sesto di Pusteria, vicino a San Candido dove è nato, quasi al confine con l’Austria, si divideva tra tennis e sci alpino, eccellendo in entrambi. È una lezione di destrezza vederlo in certi video mentre in allenamento fa il giocoliere con tre o quattro palline da tennis, tenendosi in bilico su una balance board, ossia una tavola simile a uno skateboard che anziché inchiodata alle ruote sta in equilibrio instabile posata su un cilindro: dà l’idea di una coordinazione non comune che dice molto delle sue doti fisiche. Le aveva già notate il primo maestro, di sci in inverno, di tennis d'estate, amico di famiglia cui la mamma aveva affidato il piccolo Jannik a tre anni e mezzo, per stancarlo e salvare la casa dalla sua incontenibile vivacità.

Ma c’è una cosa nella quale Jannik Sinner è nato “grande”, prematuramente maturo fin dall’albero ed è la tenuta mentale. Nella testa, Sinner non è mai stato acerbo.

Quando ha scelto il tennis contro lo sci, probabilmente lacerandosi il cuore dovendo lasciare le sue amate montagne per l’accademy di Riccardo Piatti a Bordighera a 13 anni, Jannik lo ha fatto seguendo un ragionamento, che nelle interviste ha ripetutamente riferito grattugiando la “r” nel suo accento altoatesino che anni di Liguria non hanno cancellato: «Se nello sci fai un errore, la gara è persa, ho scelto il tennis perché c’è sempre un margine per recuperare».

Al netto del fatto che la riflessione, razionalissima, dà l’idea di una precoce consapevolezza, è evidente che Sinner, tra i più costanti del circuito (professionista dal 2018, tra il novembre 2023 e il 28 gennaio 2024 ha messo in fila la finale degli Atp finals, la Coppa Davis con l'Italia cui ha dato il contributo decisivo, la sconfitta di tutti i migliori al mondo anche più volte e a fine 2024 in Australia il suo primo titolo Slam), mette in pratica questo principio con rigore implacabile quando gioca: come tutti può perdere, può avere giornate storte, ma si può star certi che Sinner non esce dal campo che alla chiusura dell’ultimo punto. Nessun avversario può  permettersi di darlo per sconfitto finché non arriva la stretta di manoe ha una rara capacità di mettersi alle spalle gli errori ripartire: una caratteristica che qualifica i campioni. E infatti il 3 ottobre 2023 battendo Alcaraz per la quarta volta in carriera, s’è issato al numero quattro della classifica Atp, dove il meglio del tennis mondiale si conta sulle dita di una mano e dove solo Panatta era arrivato, unico italiano della storia, quando Sinner non era neanche nella mente del Signore.

Non possiamo sapere fin dove arriverà Sinner, per troppo tempo abbiamo rischiato di schiacciarlo pronosticandolo predestinato, ma chi lo ha aiutato a costruirsi – prima Riccardo Piatti ora Simone Vagnozzi, coadiuvato dall’australiano Darren Cahill – ha sempre predicato pazienza. Hanno ragione, sappiamo che il tennis, - Federer, Djokovic, Nadal, lo insegnano - per tenere alla lunga distanza chiede anche esperienza.  La storia del circuito è piena di gioventù bruciate nel breve volgere di poche stagioni.

Sinner ha affrontato e assorbito, superandosi, il passaggio da outsider a favorito e la prova non facile del cambio dell'allenatore mentore, sta via via rinfrancando il servizio e variando il gioco (il successo su Medvedev a Pechino a suon di serve&volley lo ha dimostrato).  Cresce poco alla volta ma costantemente, quadrato e amatissimo. Nonostante (o forse per) la quasi seriosità, poco incline a comparsate pubbliche e social, Sinner piace al pubblico e agli sponsor. Fa ormai notizia nel mondo un gruppetto di tifosi che lo seguono ovunque travestiti da carote, in omaggio ai suoi capelli rossi e a un ortaggio in tema addentato a un cambio di campo. La stessa imperturbabilità, che gli si vede tra un game e l'altro, è una conquista frutto di autoeducazione. Pare che da bambino fosse molto meno paziente, anche se non ha perso il gusto di essere sempre il primo: corre voce che detesti perdere anche a carte.

Sinner ha un sorriso timido e modi perbene, è educato, corretto e discreto: quel che si dice un bravo ragazzo, il figlio e il nipote che tutti vorrebbero. Certo merito di una famiglia di persone normali, vissuta del lavoro quotidiano di un rifugio di montagna, che, invece di premere assurdamente, come fanno troppi genitori assatanati nel tennis, ha continuato il proprio (umile) lavoro tenendo d’occhio a distanza il suo ragazzino prodigio senza mai issarsi sulle sue spalle. Solo di rado e di recente si è visto nel suo box il padre cuoco seguirlo qualche volta ai tornei magari per garantirgli la dieta ideale. A Vienna ha confidato che la felicità è poter fare colazione per una settimana con mamma e papà, perché è rarissimo e perché se n'è andato presto di casa per seguire i sogni. Ma son molte più le volte in cui a seguirlo è soltanto lo staff tecnico.

Nel poco che si sa del privato di Jannik Sinner c’è il fatto che a casa, tra montagne, famiglia (mamma, papà, fratello maggiore adottivo stimatissimo) e amici d’infanzia, con cui non disdegna una sciata, ricarica le batterie nella rarissima tregua che dà quella giostra indemoniata che è il circuito Atp. A giudicare da come ha strapazzato Alacaraz, dopo due giornate di mal di stomaco, da come ha avuto  più volte ragione in poco tempo di un osso per lui durissimo come Medvedev, e da come ha sconfitto Djokovic al tie break del terzo set a Torino, sono batterie di prima qualità (durano un anno) e la ricarica - breve e intensa - la migliore possibile.

Quando gli parlano di pressione, confessa che sul campo gli piace pure, ma che la pressione di un tennista - anche quando si tratta di confrontarsi davanti al mondo con i migliori, come nelle Atp Finals che fanno tanto campo circondato dal baratro come nelle vignette di Mordillo - è in fondo soltanto un "privilegio": «Non possiamo certo paragonarla a quella del dottore che deve operare, con in mano le vite degli altri, e non può sbagliare, o a quella di chi non sa se gli entrerà un razzo in casa». 

 
 
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