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L'aereo più pazzo del mondo

22/02/2014  È da poco in libreria l'ultimo testo di Francesco Vignarca uno tra i massimi esperti italiani in materia di spese militari e coordinatore della Rete Disarmo.

Francesco Vignarca davanti a Montecitorio per la manifestazione di “Taglia le ali alle armi”. Con Luisa Morgantini, Grazia Naletto, Maria Edera Spadoni, Riccardo Troisi, Massimo Paolicelli
Francesco Vignarca davanti a Montecitorio per la manifestazione di “Taglia le ali alle armi”. Con Luisa Morgantini, Grazia Naletto, Maria Edera Spadoni, Riccardo Troisi, Massimo Paolicelli

Dovevano essere gli aerei del futuro, supertecnologici e pronti a ogni sfida. Invece, dalle crepe nella fusoliera ai ritardi di sviluppo nel sistema informatico, si dimostrano del tutto inaffidabili (come comprovato anche da recenti studi del Pentagono). Ma soprattutto i 10.000 posti di lavoro che promettevano di creare nel nostro Paese rischiano di ridursi a una bolla di sapone. Insomma, più passa il tempo e più il programma Joint Strike Fighter, relativo ai cacciabombardieri d'attacco F-35, rivela risvolti inquietanti. Lo sa bene Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, uno tra i massimi esperti italiani in materia di spese militari. È da poco in libreria il suo ultimo testo, dedicato proprio ai tanto discussi velivoli: si intitola "L'aereo più pazzo del mondo" (Round Robin Editrice, 144 pagine). Nel libro lo studioso ripercorre la controversa storia degli F-35 concentrandosi su un aspetto molto interessante: il ruolo della base militare di Cameri (in provincia di Novara), dove vengono prodotte e assemblate alcune parti degli aerei.

«Per giustificare l'acquisto dei caccia il ministero della Difesa ha fatto molto leva sul coinvolgimento del polo novarese, definito un fiore all'occhiello della nostra aeronautica – ci racconta Vignarca – Sono state prospettate enormi ricadute occupazionali per il territorio, oltre a sostanziali progressi nell'acquisizione di competenze e tecnologie». La realtà però appare ben diversa, «tanto che anche le locali amministrazioni comunali, da sempre favorevoli al progetto, ora stanno facendo circolare diverse lamentele. Al momento negli stabilimenti di Cameri lavorano meno di 1.000 persone. Quando il programma andrà a pieno regime, considerando anche l'indotto, i posti di lavoro potranno essere al massimo 4.000. Meno della metà di quelli promessi».

A quanto pare i costosissimi caccia sono "nati male" fin dall'inizio. In una recente indagine la prestigiosa Rand Corporation (istituzione statunitense specializzata in analisi e ricerche) boccia i programmi "Joint", cioè quelli che prevedono un unico modello base poi perfezionato in diverse varianti. È proprio il caso degli F-35, di cui esistono tre versioni: una "standard", una ad atterraggio verticale, pensata per i marines e che dovrebbe finire sulla nostra portaerei Cavour, e una sviluppata per decollare dalle più grandi portaerei statunitensi. Esigenze molto diverse, difficili da ricondurre a una sola struttura di partenza. Questo spiegherebbe, almeno in parte, i macroscopici problemi cui gli aerei stanno andando incontro.

«Come fisiologicamente accade in questi programmi, almeno un 25% della produzione (quella dei primi esemplari) non sarà idoneo per gli standard operativi di missione e forse verrà usato solo per l'addestramento», spiega ancora Vignarca. Non idoneo? Ma com'è possibile? «Nel programma Joint Strike Fighter la fabbricazione degli aerei è iniziata con la fase di progettazione non ancora conclusa. Ciò significa che i primi velivoli prodotti sono poco più che dei prototipi, sicuramente immaturi e in pratica inutilizzabili». Non solo: «anche gli aerei "funzionanti" avranno bisogno di continue manutenzioni». Tutto questo rischia di avere conseguenze gravi. Perché se da una flotta di 90 caccia (come quella di cui l'Italia intende dotarsi) sottraiamo i velivoli non maturi (25%) e gli aerei che a turno saranno in manutenzione (i recenti dati del Pentagono indicano ad oggi una mostruosa percentuale del 60% circa) arriviamo a un risultato sconcertante: «gli F-35 effettivamente a disposizione delle nostre forze armate saranno al massimo una trentina».

Nella base militare di Cameri (NO)
Nella base militare di Cameri (NO)

Secondo Vignarca anche a Cameri i problemi non tarderanno a farsi sentire. «La lunga catena di imprevisti e disguidi tecnici fa lievitare a dismisura i costi già elevatissimi e impone bruschi stop alla produzione. Da notare inoltre che alcuni Stati aderenti al programma Joint Stike Fighter stanno rivedendo le loro posizioni. Basti pensare alla sospensione decisa dal Canada o alla decisione dell’Olanda, che ha ridotto gli acquisti di velivoli destinati all’assemblaggio italiano. Quindi nei nostri stabilimenti si produrrà sempre meno e sempre più a rilento». 

È anche alla luce di queste considerazioni che un ampio movimento popolare (le cui radici vanno ricercate, non a caso, proprio nella zona del novarese) chiede al Governo italiano di uscire dal programma degli F-35 o quantomeno di ridurre l'acquisto dei caccia. Non è un fronte uniforme, non ha un'unica appartenenza politica né una sola matrice culturale (rilevante è l'apporto del mondo cattolico). E' piuttosto una galassia variegata, sempre più difficile da eludere. Nella premessa al libro Vignarca parla di «una campagna nazionale ed una mobilitazione territoriale davvero notevole. La prima capace di controllare ogni singolo passo del programma e di fornire a parlamentari ed opinione pubblica un’informazione completa come mai accaduto per un’acquisizione di sistema d’arma. La seconda, cioè la mobilitazione territoriale, responsabile di una diffusa comunicazione sul tema e di una diffusa pressione anche sugli enti locali».

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