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L'Arcivescovo di Genova: «Signore facci la grazia di credere che il dolore non avrà l'ultima parola»

14/08/2020  La commossa omelia dell'arcivescovo metropolita di Genova Marco Tasca nel secondo anniversario del crollo del ponte Morandi

È il giorno del secondo anniversario della tragedia del Ponte Morandi. C’è un nuovo ponte, da qualche giorno, ma nel cuore dei familiari delle vittime ci sono ancora intatte le macerie. È a loro che si rivolge, nella sua riflessione, Marco Tasca, frate minore conventuale di 63 anni, originario della diocesi di Padova, da poche settimane arcivescovo metropolita di Genova.

«Viviamo questa Eucarestia» esordisce nell’omelia della messa di commemorazione, citando l’Apocalisse di Giovanni scelta come seconda lettura, «nel segno della speranza come credenti. Giovanni scrive l’Apocalisse in un momento di sofferenza, di persecuzione per i cristiani, momenti in cui ci si chiede “Signore, perché?” Credo che sia una domanda che abbiamo anche noi oggi nel nostro cuore, domande che forse non hanno ancora una risposta. Ma siamo qui come comunità cristiana a chiedere: “Signore, aiutaci, sii presente”. Il libro dell’Apocalisse ci dà una risposta consolante per noi oggi: il dolore, la morte, la sofferenza non hanno l’ultima parola, siamo chiamati a chiedere al Signore la grazia di credere in questo perché è molto difficile, non viene spontaneo, oggi in particolare, in questa giornata per i parenti delle vittime».

Si sofferma su un’espressione ricorrente nella lettura: “Dio era con loro”. «Il sogno di Dio è quello di vivere una relazione con ciascuno di noi per riuscire da parte nostra a vivere questa vicinanza, da parte sua già chiara: “Ecco la tenda, voglio vivere con voi, io sarà il vostro Dio, voi sarete il mio popolo”. Vuole vivere con noi anche il dolore che stiamo vivendo oggi, ci chiede di accogliere questa novità. Siamo chiamati a essere uomini e donne di speranza. Io credo che tante volte si identifichi questa parola con l’augurio che le cose vadano meglio, probabilmente è anche così, ma penso che per noi credenti la speranza abbia un nome e un cognome: tutto ha un senso, da ricercare con tanta umiltà, trovare un senso in tutto quello che è accaduto è la grazia che siamo chiamati a chiedere oggi. C’è una bellissima frase del profeta Isaia che mi affascina: “Dio ci porta scolpiti sulle palme delle sue mani” e quando Dio si guarda guarda il nostro volto, questa è la speranza cristiana, questo ci dice che Dio non ci abbandona, che è con noi, per questo chiediamo che ci aiuti ad aumentare la nostra fede».

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