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lunedì 06 dicembre 2021
 
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L'arcivescovo di Milano: "A chi gli chiede dov'eri tu mentre esplodeva la bomba, Dio risponde: 'Ero sulla croce'"

15/12/2019  L'omelia di Monsignor Delpini rievoca i funerali delle vittime di Piazza Fontana: "Ci commuove rivedere le immagini di quella celebrazione che ha convocato tutta la città a piangere intorno alle 17 bare", dice l'Arcivescovo, "ma non ci basta. Noi siamo incaricati di una interpretazione teologica della storia. Siamo radunati per interrogare Dio e chiedergli conto della sua opera, della sua presenza, delle sue intenzioni, della sua volontà".

«Era come di notte». Esordisce l'Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini nell'omelia della celebrazione in suffragio delle vittime di piazza Fontana, tenutasi alle alle 17.30 del 15 dicembre 2019, nel cinquantesimo anniversario dei funerali, di cui pubblchiamo di seguito il testo integrale.

di Monsignor Mario Delpini

Il tempo che abbiamo vissuto è stato riletto come chiuso in un periodo: “gli anni di piombo”, “la notte della Repubblica”. C’è una certa razionalizzazione in questo parlarne. C’è anche un che di artificioso: chiudere una serie di eventi tragici in un periodo serve forse più a motivare un sollievo che a interpretare una vicenda e a motivare un impegno. In effetti si può dire che la nostra storia è sempre una notte, è sempre un dramma irrimediabile è sempre un enigma insolubile. Un dramma irrimediabile: le vittime di piazza Fontana hanno prodotto una ferita che non si può guarire, una perdita che non si può risarcire. La nostra vicinanza ai parenti delle vittime, le parole di condoglianze e di solidarietà sono sempre una forma palliativa, un conforto patetico. Un enigma insolubile: l’intelligenza, gli affetti, la capacità di iniziativa e di organizzazione si sono immersi nelle tenebre di una notte cupa, impenetrabile. Come è stato possibile, come è possibile che fare del male e far soffrire persone innocenti e sconosciute sia stato considerato un modo per dare storia a una idea, a un programma politico? Che cosa c’è nell’essere umano che lo renda disponibile alla crudeltà, volonteroso nel distruggere, ostinato e irremovibile nel seminare terrore? Un enigma insolubile: le analisi e le teorie, le statistiche e le documentazioni, le parole e le immagini si accumulano ad offrire spiegazioni e narrazioni.

 

Quello che non basta.

Che cosa diremo degli anni che abbiamo vissuto? Che cosa diciamo del tempo che viviamo? A noi non possono bastare lo sdegno e la protesta; a noi non bastano le ricostruzioni e le commemorazioni; non ci adeguiamo alla rassegnazione che invoca la distanza temporale per giustificare l’indifferenza e motivare l’oblio. 

Interroghiamo l’opera di Dio. Noi ci raduniamo per la celebrazione eucaristica. Ma non ci basta di rievocare quel 15 dicembre di cinquant’anni fa. Ci commuove rivedere le immagini di quella celebrazione che ha convocato tutta la città a piangere intorno alle 17 bare, ad ascoltare le parole del Vescovo della Chiesa Ambrosiana pronunciate per invitare un popolo sgomento a far fronte all’aggressione incomprensibile. Continua a commuoverci. Ma non ci basta. Ascoltiamo e meditiamo le parole di coloro che offrono interpretazioni di quell’evento e di quel tempo. Ma non ci basta. Noi siamo incaricati di una interpretazione teologica della storia. Siamo radunati per interrogare Dio e chiedergli conto della sua opera, della sua presenza, delle sue intenzioni, della sua volontà. Di fronte all’interrogativo inevitabile a proposito di Dio, la parola del Vangelo contesta ogni presunzione, ogni pregiudizio, ogni schema precostituito. Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). Interroghiamo l’opera di Dio e la sua volontà. Dio risponde nella storia di Gesù. Nella notte del mondo l’opera di Dio non è l’irruzione di un sole che inaugura un giorno senza ombre; l’opera di Dio è questa: veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). La risposta di Dio non è quindi un discorso o una argomentazione, ma la presenza di un uomo, Gesù che percorre un tratto di strada, che abita un frammento del tempo, che parla con parole di uomo, e soffre con carne di uomo e muore con grido di uomo e ama con il cuore di Dio. A chi lo interroga sulla sua opera e gli chiede: dov’eri tu quando la mano omicida depositava la bomba? Dio risponde: ero sulla croce, sono sulla croce, accendo la luce che illumina ogni uomo.

Nella notte, i figli della luce.

La parola del Vangelo risponde all’interrogativo radicale con la presenza di Colui che è la luce del mondo: non è una luce che mette fine alla notte, ma una lampada che illumina i passi. La luce del mondo è l’amore crocifisso che attira tutti a sé e chi volge lo sguardo a colui che è stato trafitto diventa figlio della luce, diventa luce. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). La risposta di Dio è quindi Gesù, luce del mondo, che accende in ogni uomo e donna di buona volontà la piccola luce che basta per indicare il cammino e tenere viva la speranza. Così procede la storia, così vive la speranza: abitano la terra i figli della luce. È ancora notte, ma una notte in cui ci siamo sorpresi, una notte abitata da uomini e donne figli della luce, dediti al dovere, amici della democrazia, servitori dello Stato. Uomini e donne di ogni parte, di ogni partito, di ogni livello di responsabilità, figli della luce, hanno lavorato hanno sofferto, hanno pagato a caro prezzo la loro fedeltà alla parola data, al compito assegnato. Per questo si considerano conclusi gli anni di piombo, perché i figli della luce hanno abitato a Milano e in questo nostro paese. Ma l’enigma del male, la notte, continua a rendere oscura la storia. E i figli della luce continuano a fare luce. Questo tempo, questa situazione ci chiama a distoglierci dalla rassegnazione e dalla paura, a lasciarci accendere da Colui che è la luce del mondo, a diventare figli della luce e figli del giorno, per vivere la pazienza di trasformare in luce le tenebre della terra, sotto ogni cielo.

 
 
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