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mercoledì 13 novembre 2019
 
Educazione
 

La chat dove regna l'orrore dei nostri adolescenti lasciati soli

17/10/2019  Lo psicoterapeuta Alberto Pellai commenta il grave fatto di cronaca che ha visto coinvolti 25 minori che si scambiavano messaggi pedopornografici e inneggianti allo sterminio degli ebrei. Il regno dell'online è privo di regole, e i genitori non devono abbandonare a sé stessi i loro figli in nome della privacy ma guidarli a discernere il bene dal male

25 ragazzi indagati: la maggior parte minorenni. 6 di loro addirittura preadolescenti della scuola secondaria di primo grado e quindi non imputabili. Il reato: essersi scambiati video orribili, violenti, filonazisti, pedopornagrafici all’interno di un gruppo WhatsApp chiamato “the Shoah party”. E vedere queste due parole affiancate è già di per sé qualcosa di così efferato e intollerabile da non riuscire a trovare parole per commentarle. Anche se l’indagine è stata effettuata a Siena, sono implicati ragazzi di differente residenza anagrafica, molti dei quali piemontesi. La cronaca dice che si tratta di ragazzi di famiglie normali, con genitori all’oscuro di ciò che avveniva nello schermo degli smartphone dei giovani figli. Una mamma ha fatto la denuncia: aveva guardato di nascosto ciò che in figlio faceva online. E sconvolta ha pensato che denunciare era necessario per far comprendere la gravita di ciò che stava succedendo dentro quello spazio virtuale abitato da minorenni immaturi, forse inconsapevoli, certamente da fermare. 
La notizia è orribile, nel senso letterale del termine. Spalanca abissi di orrori con cui mai avremmo immaginato di confrontarci come genitori.
Da anni scriviamo anche su queste pagine che un preadolescente e un giovane adolescente che “pascola” per ore, ogni giorno, nell’online, vive una situazione a rischio.

L’online non ha funzioni educative. Può diventare educativo, all’interno di un solido progetto pensato e sostenuto da adulti attenti. Ma se quegli adulti non ci sono, l’online diventa il paese dei balocchi, dove le scelte dei nostri figli sono funzionali a nutrire il loro cervello di eccitazione e sensazioni forti, intensissime. La preadolescenza è la prima adolescenza sono età in cui i giovanissimi vivono la condizione fisiologica del “sensation seeker”, ovvero dell’esploratore che va alla ricerca di nuovi territori in cui soddisfare il suo bisogno di piacere, gratificazione immediata, eccitazione intensa. In questo l’online è potentissimo. Con tre click ti trovi al centro di mondi proibiti, dove tutto diventa possibile, esplorabile, utilizzabile. Puoi stupirti, eccitarti, attivarti, sentirti un guerriero, sperimentarti come un adulto che fa cose che i tuoi adulti di riferimento non farebbero mai e non vorrebbero che tu facessi. Tutto è lì a portata di mano, istantaneo, fruibile. Ma nessuno è presente a dare un significato  “a quel tutto”. Nessuno viene a definire un limite, a mettere un confine, a dire che cosa si può fare e non si può fare. Di queste funzioni preadolescenti e adolescenti fanno volentieri a meno. Ma il loro successo evolutivo invece ne ha un bisogno assoluto. La crescita nell’”età dello tsunami” risulta protetta quando i bisogni esplorativi dei giovanissimi vengono canalizzati all’interno di percorsi formativi, proposti e supervisionati in modo intelligente e competente dal mondo adulto. E’ questo che ha fatto don Bosco con la sua pedagogia salesiana. E’ questo che fanno da più di un secolo gli scout. E’ questo che fanno ogni giorno gli oratori. Così come le associazioni sportive che se sanno puntare non solo sull’agonismo del campione, ma anche sulla formazione della persona, diventano vere e proprie palestre di allenamento alla vita. Noi genitori è lì che abbiamo accompagnato i nostri figli per decenni. Li abbiamo portati all’oratorio, in palestra, sui campi da calcio, nei campus vacanze. Da pochi anni invece, ci sentiamo più tranquilli a tenerli chiusi nelle loro stanze, accolti e accuditi in luna park artificiali dove la loro voglia di diventare grandi è intercettata, iperstimolata e sregolata dalle peggiori esperienze: pornografia, youtubbing di pessima specie, videogiochi sparatutto e violenti, social in cui tutti possono dire tutto senza filtri, senza autoregolazione, senza alcuna attenzione empatica all’altro. Li lasciamo fare, perché se sono nella loro cameretta, nessuno attenterà alla loro incolumità fisica. E’ incredibile constatare che psicosi collettiva abbiamo creato noi adulti rispetto ai potenziali pedofili che ci possono essere nella vita reale per poi lasciare i minori inermi e iperattivi nel territorio della pedopornografia, di cui questa orrida storia intitolata “The Shoah Party” presente oggi su tutti i media, ci dice che loro sono fruitori, diffusori, amplificatori.
Da anni invito i genitori a considerare che essere presenti nella vita online dei propri figli giovanissimi, non significa invadere la loro privacy, ma sostenere la loro crescita. Vuol dire aiutarli ad acquisire competenze per muoversi in un modo complesso, dove rischierebbero di farsi male e di fare male, se non siamo al loro fianco. Da anni, invitando i genitori a pretendere di conoscere la password con cui i figli tendono ad isolarsi nella loro vita online, mi sento dire da molti adulti che diffondo un modello educativo repressivo basato sulla sfiducia tra genitori e figli. Da anni come genitore di quattro figli, ho cercato di riempirli di amore a attenzione, fiducia e sostegno, ma mai, e sottolineo mai, ho permesso che si muovessero isolati e soli nell’online prima dei 15 anni e ho preteso di stare al loro fianco, direttamente e indirettamente,  nelle loro esplorazioni virtuali. Non so se mi hanno vissuto come un adulto presente o semplicemente come un adulto rompiscatole. So però che questa è stata per me la sfida più impegnativa (e inaspettata) degli ultimi dieci anni. Come padre ho compreso che dopo aver messo nelle loro vite  le basi per vivere bene nel principio di realtà, al loro ingresso nell’online dovevo ricominciare tutto daccapo. Perché lì loro gestiscono una seconda vita, in cui spesso le regole della prima non valgono più. Ed è mia responsabilità, insegnar loro quelle regole, fargli comprendere il senso.  Perché si deve rimanere profondamente umani, immensamente etici, intelligentemente consapevoli anche nel villaggio virtuale. Dove - se gli adulti non ci sono e non sanno fare il loro mestiere - accadono orrori come quello che ci ha disvelato la cronaca oggi. Di cui siamo venuti a conoscenza grazie ad una mamma che ha rotto tutte le regole usate dalla maggioranza dei genitori attuali: ha spiato nel cellulare del figlio, ha deliberatamente invaso la sua privacy, è rimasta sconvolta dall’orrore che ha visto e se ne è assunta la responsabilità fino in fondo. Denunciando. Bloccando. Ricostruendo la cornice. Per suo figlio e per i nostri figli. E tutti noi, oggi, dovremmo esserle eternamente e immensamente grati.

Mi assumo la responsabilità di citare un libro, in questo articolo,  che mi mette in un terribile conflitto di interessi, perché l’ha scritto mia moglie. Però è un libro profondamente vero e assolutamente necessario di fronte ad una notizia orrida come quella dello “Shoah party”. Quindi lo cito. Perché io per primo l’ho riletto pochi giorni fa e trovo che sia intriso di tutta la verità che serve a noi genitori del terzo millennio e di cui dobbiamo imparare a contaminarci, anche a rischio di sembrare bigotti, trogloditi, cavernicoli. Si intitola “La mamma di Attila” (Solferino ed.) e descrive il potenziale Attila che vive nei nostri figli preadolescenti e adolescenti, ma anche il ruolo educativo, protettivo e formativo che gli adulti (nel caso particolare del libro, le mamme) possono avere al fianco di questi soggetti in formazione così pieni di energia. 
Noi genitori dei “Neo-attila” del terzo millennio, possiamo permettere alle energie straripanti dei nostri figli di costruire oppure di distruggere. Nell’online la cronaca ci parla ogni giorni di distruzioni che avvengono senza conseguenze, senza interventi, senza consapevolezze. Dei ragazzi, come di noi adulti. E’ ora di cambiare registro. A cominciare da subito. 

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