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sabato 26 novembre 2022
 
Uno sguardo alla famiglia
 
VitaPastorale

La condizione dell’infanzia in Italia e nel mondo: una sfida ancora aperta

10/11/2021  Il 20 novembre 1989 l'Onu approvava la Convenzione sui diritti dell'infanzia. Da allora ogni anno questa data è occasione per ricordare che la tutela dei bambini non può essere lasciata solo alla famiglia, né a un generico sviluppo socio-economico della società degli adulti. L'intervento di Francesco Belletti, direttore del Cisf, per la rubrica "Uno sguardo alla famiglia" pubblicato sul numero di novembre 2021 della rivista "Vita Pastorale"

Il 20 novembre 1989 l’Onu ha approvato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che impegnava i Governi e le organizzazioni internazionali a proteggere i diritti dei bambini. In Italia venne ratificata il 27 maggio 1991 con la legge n. 176. Ogni anno, quindi, il 20 novembre diventa occasione per ricordare che la tutela dell’infanzia non può essere lasciata solo alla famiglia, né tantomeno a un generico sviluppo socio-economico della società degli adulti.

L’infanzia rimane spesso molto più vulnerabile, nelle numerose situazioni critiche in varie parti del mondo: centinaia di migliaia sono i bambini che rimangono soli a seguito di guerre, carestie, crisi economiche. E spesso sono vittime di sfruttamento. L’Unicef ricorda che circa 356 milioni di bambini nel mondo sono in condizione di povertà estrema. E la pandemia ha portato circa 150 milioni di altri bambini in condizione di povertà multidimensionale. Privi cioè di risorse economiche, educative e relazionali. Bambini a cui viene bruciato il futuro.

Anche l’Italia dovrebbe interrogarsi più seriamente, su questo tema. Sempre secondo l’Unicef, il nostro Paese risulta agli ultimi posti della classifica dei Paesi Ocse sulla disuguaglianza distributiva nel benessere infantile, in tutti gli indicatori di benessere dell’infanzia. L’Italia è tra i Paesi con il tasso di povertà infantile più elevato: il 17% della popolazione minorile (pari a1.750.000 minori), vive sotto la soglia di povertà. L’Italia è al 23° posto (su 29) nell’area Ocse per il benessere materiale; al 17° per salute e sicurezza dei bambini; al 25° per l’istruzione e al 21° per le condizioni abitative e ambientali.

Per non dire del crollo della natalità nel nostro Paese. Il drammatico inverno demografico segna l’Italia da ormai troppi anni. E si rivela frutto di una società che non vuole mettersi al servizio delle nuove generazioni e dei loro biso gni, ma antepone la soddisfazione dei bisogni degli adulti, di chi è già sulla scena, e può scegliere come allocare le risorse disponibili.

Così, nel 2019 sono nati solo 404.104 bambini, quasi 15 mila in meno dell’anno precedente. A confermare un trend di diminuzione annua costante dal 2008 in poi (ultimo anno di “mini picco” di nascite, che furono 576.659). E tutto lascia pensare che le nascite del 2020 scenderanno ulteriormente, probabilmente anche sotto la soglia psicologica delle 400 mila unità. L’Italia è un Paese che non riesce a proteggere troppi bambini dalla povertà, ma fa fatica anche a metterli al mondo.

I bambini sono il nostro futuro, e il loro benessere va protetto e promosso grazie ad una duplice responsabilità. Da un lato tocca alle famiglie, ai genitori essere sempre più responsabili e consapevoli – e generosi – nell’apertura alla vita; dall’altro la società deve rimettere i bambini al centro dell’agenda del Paese. Anche questo vuole dire Next generation EU, il titolo del nuovo piano di rilancio europeo post-pandemia.

 
 
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