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martedì 18 gennaio 2022
 
credere con il sorriso
 

«La fede mi dona speranza»

13/01/2022  Mentre si prepara a compiere 82 anni e a tornare al Festival di Sanremo, la cantante emiliana affronta l’esistenza con ottimismo: «Ora l’ho capito, nella vita non si può fare a meno di credere»

«Ah, guardi: secondo me, prima o poi, le persone se ne renderanno conto!». Silenzio. La guardo un attimo interdetta, senza capire. Così lei aggiunge, divertita: «Beh, che nella vita non si può fare a meno della fede!». Ecco, questa è Iva Zanicchi: la cantante più simpatica e verace che abbiamo in circolazione, che ama parlare della vita, così come della fede, senza fronzoli. Lei è infatti una donna schietta, sempre, perfino con Dio. Dà del tu al Signore, non lesina Ave Maria «a chi acchiappa acchiappa» (poi capirete) e, nonostante qualche magagna tra i vertici clericali, non rinnega la Chiesa come istituzione. «Nelle interviste parlo spesso della mia fede, perché è un lato importante di me», aggiunge Iva che, dopo il successo dello show D’Iva, si appresta ad andare al Festival di Sanremo 2022 per gareggiare tra i Big sul palco dell’Ariston (1 - 5 febbraio).

Iva Zanicchi e la fede cattolica

Quali sono le origini della sua fede cattolica?

«Sono cresciuta in una famiglia molto religiosa. In particolare le mie nonne erano tanto devote. Pensi che, a casa mia, non si recitava il rosario solo nel mese di maggio ma tutte le sere. E anche noi bambini! Certo, scalpitavamo un po’, perché avevamo fretta di andare fuori a giocare e non eravamo proprio attentissimi… Il fatto è che non finiva mai: terminato il rosario, mia nonna ci diceva: “Aspettate, diciamo anche un’Ave Maria per questa persona che non sta bene”. Poi però se ne diceva un’altra per quell’altra persona che soffriva, un’altra ancora per quell’uomo in crisi e poi l’immancabile “Ave Maria a chi acchiappa acchiappa”» (ride, ndr).

Cosa vuol dire?

«Significa: a chi la prende, la prende. Praticamente dicevamo un’Ave per chiunque avesse bisogno, anche se non lo conoscevamo e non ci veniva né parente né amico. Questa cosa mi è rimasta impressa, ancora adesso! Nella nostra famiglia poi la Messa era un appuntamento irrinunciabile. Per non parlare dell’importanza del Natale: era una festa religiosissima anche perché, sa, all’epoca non prevaleva l’aspetto consumistico di questa ricorrenza. Tra l’altro da noi i doni non li portava Gesù Bambino bensì la Befana».

Non devono essere stati dei Natali memorabili, per lei che era bambina…

«Al contrario! Erano dei giorni bellissimi, pieni di commozione e fede vera. Io adoravo le feste cristiane: Natale, Pasqua e anche quelle meno note come san Biagio. Lo conosce? È il santo protettore della gola. Si vede che fin da piccola sapevo, dentro di me, che avrei fatto la cantante perché non mi perdevo mai la Messa il giorno di san Biagio. La sua storia mi aveva colpito: tutte le sue sorelle morirono a causa del mal di gola».

Crescendo, si è poi allontanata dalla Chiesa?

«Diciamo che c’è stato un momento di flessione, ma mai di perdita della fede. Non ho mai trascurato la preghiera anche se, a un certo punto, ho frequentato meno la chiesa. Se da un lato infatti la musica ti avvicina alla spiritualità, di cui è una potentissima espressione, l’ambiente dello spettacolo può, diciamo così, distrarre. E va beh, ho sbagliato!».

Mi pare di capire che si sia trattato solo di una parentesi: perché è importante che la preghiera personale si accompagni con la vita comunitaria?

«Gesù ha detto: “Fate questo in memoria di me”. Per me vuol dire che la comunione è il momento più alto per noi credenti. Inoltre, prenda l’esempio dato da san Francesco. A me piace molto, mi rifaccio volentieri a lui: predicava i valori della povertà e dell’umiltà, ma non rinnegava la Chiesa, anzi!».

E come la mettiamo con i grandi scandali clericali?

«Al di là degli errori che la Chiesa ha fatto e potrà continuare a fare, la fede ci interpella prima di tutto personalmente e c’entra fino a un certo punto con “l’apparato istituzionale”. Le faccio un esempio: quando prego, io con la mente vado nei luoghi dove Gesù è stato: nella grotta, là dove è nato; sul monte dove ha sofferto; sulla barca, nel mare dove ha gettato le reti. Non penso certo ai Papi che hanno reso grande la fede! Spesso poi le persone criticano molto anche lo sfarzo e l’ostentazione delle chiese... Ecco, non bisogna dimenticare che quei beni rappresentano anche un patrimonio inestimabile per l’intera umanità: certi quadri, certe opere d’arte non sarebbero forse mai arrivati fino a oggi, intatti, se la Chiesa non li avesse custoditi».

Ha un padre spirituale?

«L’ho avuto per diversi anni. Devo dire che ho molti amici sacerdoti e mi picco di essere amica di una persona straordinaria che purtroppo andrà in pensione: Massimo Camisasca, il vescovo di Reggio Emilia. È una persona straordinaria, che ha regalato tanto bene ai giovani e alla comunità… e guardi che essere vescovo di Reggio Emilia mica è facile! Io amo la mia città, è meravigliosa, ma non certo semplice. Di monsignor Camisasca mi piace soprattutto la sua assoluta umiltà: pur essendo un uomo di grande cultura e rara intelligenza, è disponibile e umile».

Cosa l’affascina del messaggio cristiano?

«Dovrei elencargliene infiniti! (ride, ndr). Se devo proprio scegliere, credo che la speranza sia il valore più grande: non dobbiamo mai perderla. Persino nei momenti più difficili, c’è sempre una possibilità di rinascita. Chi ha attraversato grandi dolori sa bene quanto la fede possa aiutare. Io, per esempio, ho perso da poco mio fratello a causa del Covid. È stato straziante perché, essendoci la pandemia, non abbiamo potuto vederlo né dargli il nostro ultimo saluto. Mai come in questa occasione mi sono resa conto di quanto il rito sia importantissimo: l’Estrema unzione, la veglia, la vestizione, il funerale... fino a quel momento agghiacciante della chiusura della cassa sono tutte cose che servono per metabolizzare il dolore. Purtroppo non abbiamo potuto vivere tutto questo con mio fratello e ora la sofferenza è più difficile da elaborare».

Tra l’altro, almeno nel primo lockdown, le chiese sono rimaste chiuse. Come ha vissuto quelle porte sprangate?

«Onestamente è una scelta che non ho capito fino in fondo. Persino quando c’era la peste ci si rifugiava in chiesa… Molti miei amici sacerdoti erano parecchio addolorati per questa chiusura totale che, per fortuna, c’è stata solo nel primo lockdown. Se si osservano le norme igieniche ora è possibile partecipare alle funzioni domenicali». Quali sono i suoi prossimi progetti, oltre a Sanremo?

«Tra gennaio e febbraio dovrebbe uscire il mio nuovo disco: tra le canzoni, c’è il brano Lacrime e buio, che affronta il tema della violenza sulle donne. Infine entro la fine della primavera uscirà il mio quarto libro, edito dalla Rizzoli: è un romanzo, con protagonisti un nonno e suo nipote... Sì, esatto: non mi fermo mai!».

Cantante e presentatrice. Chi è Iva Zanicchi, l'identikit

  

Età 1 anni

Professione Conduttrice e cantante

Famiglia Ha una figlia e due nipoti

Fede Devota a san Biagio

Iva Zanicchi arriva al successo debuttando a Sanremo nel 1965 con la canzone Come ti vorrei. È l’unica donna ad avere vinto per ben tre volte il Festival: nel 1967 con Non pensare a me, in coppia con Claudio Villa, nel 1969 con Zingara, interpretata con Bobby Solo, e nel 1974 con Ciao cara come stai? Grazie alla sua verve e simpatia si è conquistata un ampio spazio nel mondo della televisione con la partecipazione a diversi programmi (per 23 anni ha presentato Ok, il prezzo è giusto!) e fiction. Ha vissuto anche un’esperienza in politica come eurodeputata dal 2008 al 2014. Ha una figlia, Michela, e due nipoti e dal 1986 è legata al produttore Fausto Pinna. Vive a Lesmo (Monza).

 
 
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