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Le polemiche attorno a Libera, chi l'attacca, chi la difende. E perché.

14/01/2016  Le accuse di Franco La Torre, figlio di Pio La Torre (ucciso dalla mafia) padre con Rognoni della legge sui beni confiscati, e quelle del Pm di Napoli, Catello Maresca. Le repliche di Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava, Gian Carlo Caselli e Rosy Bindi.

La difficoltà di riconoscersi, di sapere esattamente chi ti cammina a fianco, quando si parla di mafia, si riflette nel disagio che in questi mesi investe Libera, che del movimento antimafia è da vent’anni bandiera.

I primi segni sono diventati pubblici il 7 novembre scorso all’assemblea generale di Libera quando Franco La Torre, figlio di Pio La Torre padre con Rognoni della legge sui beni confiscati, ha preso la parola per sollevare la questione della mancata precomprensione da parte di Libera, dei casi Montante e Saguto, l'uno presidente di Confindustria Sicilia dimmessosi dopo essere finito sotto inchiesta per le dichiarazioni di alcuni pentiti, l'altra giudice a Palermo, ex presidente della Sezione misure di prevenzione, finita sotto inchiesta a Caltanissetta per corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Una presa di posizione, quella di La Torre, che, rimasta nell’immediato nel chiuso delle stanze, è deflagrata tre settimane dopo quando La Torre ha rilasciato un’intervista all’Huffington Post in cui diceva di essere stato congedato, dopo vent’anni, da don Ciotti con un Sms a causa delle incomprensioni seguite alla sortita del 7 novembre. Nell’intervista tra le altre cose si legge: «La crescita vertiginosa di Libera non ha permesso il rafforzamento, la formazione e la selezione di una classe dirigente. Non vedo i criteri di alcune nomine dall'alto, poiché penso che una persona debba essere testata sul campo prima di affidarle un compito dirigenziale. Allo stesso tempo se in pochi mesi cinque figure di primo piano si allontanano allora significa che occorre rivedere gli schemi. A don Ciotti forse non è piaciuto che lo dicessi così apertamente: gli riconosco grandi capacità e un enorme carisma ma è un personaggio paternalistico con tratti autoritari».

E ancora: «L'associazione ha dei meriti enormi, a partire dalla lotta per i beni confiscati. Ma qualcosa non va nella catena di montaggio. La mia non è una critica alla persona di don Ciotti bensì al metodo democratico. Don Luigi proprio a causa di queste inefficienze è costretto a occuparsi in prima persona di assemblee provinciali e regionali e troppi in Libera sono ancora convinti che "tanto c'è don Luigi". Ma fino a quando porterà la croce? Non è più un club, è una associazione nazionale dove tutti devono prendersi le proprie responsabilità».

Parole come pietre, dove il tema del contendere sono la democrazia interna e la selezione dei dirigenti, parole dalle quali hanno preso pubblica distanza – non senza fraterne lacerazioni – Nando Dalla Chiesa e Claudio Fava come La Torre anime di Libera
, come La Torre feriti dalla mafia nella carne viva. Scrive Fava: «Se non ci fosse stato Ciotti quelle battaglie, quelle riforme, quelle testimonianze camminano oggi sulle gambe di tanti ma il primo che se l'è messe sulle spalle è stato lui. Da solo. Lo si rimprovera di miopia rispetto ai fatti romani e palermitani? Si accusa Libera di non aver capito per tempo le miserie che hanno poi svelato i giudici (e le loro intercettazioni)? Allora mi sento colpevole anch'io. Di non aver capito, di non aver coltivato abbastanza il sospetto».

In difesa di Libera intervengono anche Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia e Gian Carlo Caselli, magistrato sceso da Torino a dirigere la Procura di Palermo lacerata dal tritolo di Capaci e Via d’Amelio, da sempre amico di don Ciotti e del Gruppo Abele che ha espresso  sul Fatto quotidiano la sua stima a Libera: «Nessuno è perfetto, ma è davvero difficile parlare di una carenza di democrazia nei processi partecipativi».

 Alle critiche di La Torre di un mese e mezzo fa, che sanno di conflitti in famiglia, fanno eco quelle che escono il 14 gennaio sul settimanale Panorama, nel corso di un’intervista al sostituto procuratore della Dda di Napoli Catello Maresca, parole se possibile ancora più contundenti, per il pulpito e per i contenuti: «Registro e osservo che associazioni nate per combattere la mafia hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose esse stesse». L’intervistatore incalza: «Sta parlando forse di Libera, l’associazione fondata da don Ciotti?» Maresca risponde: «Libera è stata un’importante associazione antimafia, Ma oggi mi sembra un partito che si è auto attribuito un ruolo diverso. Gestisce i beni sequestrati alle mafie in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. Personalmente sono contrario alla sua gestione pericolosa».  

Nel prosieguo dell’intervista si coglie che c’è una distanza anche in tema di gestione dei beni confiscati. Catello Maresca si dice favorevole alla vendita. Il tema è di quelli che scottano e dividono: c’è chi vede nella vendita una soluzione all’inefficienza dell’attuale gestione (affidata all’agenzia per i beni confiscati) e chi  ravvisa il pericolo che la vendita dia adito al rischio che le mafie, coperte da prestanome, si ricomprino i beni sottratti beffando lo Stato. Tra i contrari alla vendita c’è Libera che di questo argomento ha fatto un cavallo di battaglia e ci sono molti magistrati impegnati sul fronte antimafia.

La questione intera è ovviamente delicata, e come si diceva all’inizio, è difficile distinguere a volte il punto in cui un salutare confronto si possa tramutare in fango, dove finisca la correzione fraterna e dove comincino gli interessi da una parte e le strumentalizzazioni incrociate dall’altra. Non è la prima volta, né il primo contesto, in cui si evidenzia dialettica anche accesa in antimafia. Anche tra uffici di procura capita che le “filosofie” siano diverse, che ci si scontri e ci si confronti. Idem tra squadre di investigatori.

All’esterno questo genera un’impressione non sempre positiva di divisione. Ma è vero che i problemi, se ci sono, non vanno taciuti ma affrontati, costruttivamente: non per farsi gratuitamente del male ma per risolverli. Perché un Paese pervaso dalle mafie di un’antimafia credibile – e Libera è stata questo fin qui - ha bisogno come il pane.

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