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Tradizionalisti di Econe, storia di una trattativa

20/04/2016  È chiaro da tempo che i lefebvriani stanno tentando di ottenere un riconoscimento unilaterale da parte del Papa senza attendere che le cose vengano prima definite dal punto di vista legale e canonico e soprattutto non vogliono sentir parlare di accettazione del Concilio. Lo scisma, infatti, nasce sul rifiuto del Concilio.

Gli sforzi di riconciliazione tra la Santa Sede e i lefebvriani sono stati tanti, ma non sono mai arrivati vicini ad un’intesa. Non c’è mai stata una vera a propria rottura, ma l’intensità è stata variabile. Sembrava nel 2009, quando Benedetto XVI rimise la scomunica e pose fine allo scisma, che si potessero fare passi in avanti, ma non è stato così. La decisione di Ratzinger aveva ridato smalto alla trattativa che tuttavia si arenò nel 2012 sul preambolo dottrinale in cui si poneva come condizione l’accettazione del Vaticano II e di tutto il Magistero successivo. 

Il dossier venne chiuso e riaperto con Papa Francesco. La soluzione canonica sulla quale è possibile un’intesa, almeno dal punto di vista giuridico, è quella di una Prelatura personale internazionale. L’intenzione era stata confermata dopo le indiscrezione dei media dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ma a certe condizioni, cioè alla firma da parte della Fraternità di un documento redatto dalla Congregazione della dottrina delle fede. Su questo punto la Congregazione, prima sotto la guida del cardinale Joseph Levada e poi sotto quella del cardinale Ludwig Mueller, l’attuale prefetto, non ha mai ceduto. L’anno scorso uno dei vescovi lefebvriani, mons. Alfonso de Galarreta di origine argentina, che aveva preso parte ai colloqui con Roma negli anni precedenti, aveva rivelato che il Vaticano era tornato a proporre la soluzione della Prelatura, ma con la consueta previa firma della Dichiarazione dottrinale. Ma aveva aggiunto che questa circostanza non poneva sufficienti garanzie e così si è opposto un “rifiuto prudenziale”.

È chiaro da tempo che i lefebvriani stanno tentando di ottenere un riconoscimento unilaterale da parte del Papa senza attendere che le cose vengano prima definite dal punto di vista legale e canonico e soprattutto non vogliono sentir parlare di accettazione del Concilio. Lo scisma nasce sul rifiuto del Concilio. Mons Fellay, il successore di Lefebvre, lo disse chiaramente un mese dopo la remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI nel 2009. In un'intervista al quotidiano svizzero “le Courrier” spiegò che di riconoscere il Concilio “non se ne parla assolutamente”, perché è stata una grande tragedia, che ha “snaturato” la religiosità dei fedeli e ha prodotto “frutti bizzarri”, confermando che il punto in questione non è l’interpretazione del Concilio, ma il fatto di essere stato svolto. Erano i giorni in cui uno dei vescovi tradizionalisti mons. Williamson aveva negato la Shoah provocato reazioni pesantissime in tutto il mondo e una durissima critica del Vaticano. Poi Williamson ritrattò, ma non bastò e in seguito venne espulso anche dalla Fraternità.

L’intervista di Fellay resta nella storia della crisi e non è chiaro se oggi il Vaticano la ritiene superata. Fellay in realtà si è sempre comportato in questo modo, con dichiarazioni contraddittorie per alzare o abbassare la tensione in vista di qualcosa da ottenere. Accadde la stessa cosa nel 2009, quando nell'accettare la fine della scomunica da parte di Benedetto XVI si impegnò ad accettare gli insegnamenti della Chiesa cattolica “con animo filiale” e di credere “fermamente al primato di Pietro e alle sue prerogative”. Subito dopo inviò una lettera a tutti i suoi seguaci, che variano a seconda delle stime da 200 mila a un milione in tutto il mondo, nella quale non era così accondiscendente: “Noi siamo pronti a scrivere con il sangue il Credo, a firmare il giuramento antimodernista, la professione di fede di Pio V, noi accettiamo e facciamo nostri tutti i Concili fino al Vaticano II, rispetto al quale continuiamo a mantenere delle riserve. In tutto ciò siamo convinti di rimanere fedeli alla linea di condotta tracciata dal nostro fondatore, mons. Marcel Lefebvre, di cui speriamo una pronta riabilitazione”.
Benedetto XVI aveva appena, come gesto di misericordia, revocato la scomunica, e padre Lombardi spiegò che il gesto di misericordia “è frutto del Concilio”. Fellay non ha mai ceduto sulle sue opinioni, ma ha cercato ciò nonostante qualche intesa. La sua tessitura comincia durante il Giubileo del Duemila, quando un giorno all’improvviso sei mila preti tradizionalisti si presentano a san Pietro per il loro pellegrinaggio giubilare. Il 30 dicembre del Duemila Wojtyla riceve Fellay. Il dialogo comincia allora. Fellay alla morte di Giovanni Paolo II esprime il suo cordoglio, ma ribadisce le critiche all’ecumenismo di Wojtyla. Ratzinger appena eletto mette mano al dossier e il 28 agosto 2005 riceve Fellay. Poi autorizza la celebrazione della Messa in latino, secondo l’antico rito e toglie la scomunica. Ma il Concilio resta il nodo da sciogliere.

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