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venerdì 04 dicembre 2020
 
Lettera di una maestra
 

«Io, insegnante, con la didattica a distanza ho dato tutto, ma ai genitori non basta»

06/08/2020  L'impegno eroico di una maestra per far fronte all'emergenza Coronavirus, le sfide della DaD, le incognite per il futuro della scuola al ritorno a settembre. E tante incomprensioni. La lettera e la risposta di don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana

Cara ministra e cari genitori, sono una docente di scuola primaria. Ho un problema: mi sono persa. Sicuramente ho commesso qualche grossolano errore, è la sensazione che ho dentro, ma ho bisogno di aiuto. In breve riassumo il mio anno scolastico attuale. Prima dello scatenarsi della pandemia di Covid-19, come ogni anno fanno tutti i docenti, ho scelto e seguito un corso di aggiornamento sulla mia disciplina, per il quale ho superato il test finale l’11 febbraio 2020; ho partecipato a 9 webinar didattici, sullo “star bene a scuola”, sull’importanza dell’ascolto, della lettura ad alta voce, sulla gestione dei problemi comportamentali in classe. Poi, la sospensione delle lezioni.

Da lì, un cambio di vita quasi radicale: la DaD (didattica a distanza). Le ordinanze e le circolari si sono susseguite, con indicazioni spesso contraddittorie. Per non parlare delle riunioni (ufficiali e ufficiose), dei contatti tra docenti con qualunque mezzo a disposizione e a qualunque ora del giorno e della notte. E allora via a prepararsi con tutto quanto poteva servire alla bisogna: ho seguito altri 14 webinar riguardanti piattaforme multimediali, applicazioni, hardware, software, programmi, strategie, e poi riflessioni psicologico-didattico-filosofiche sulla valutazione; ho partecipato a un laboratorio in cui abbiamo prodotto una lezione sugli Egizi (lavoro 10 ore, fruizione da parte degli alunni 2 ore). Nel frattempo la DaD incalzava, così mi sono “arrabattata” a creare (non senza una sana soddisfazione personale di docente) video-lezioni riguardanti le mie materie (da sola, non disponendo di marito/figlio adolescente o millennial) e le ho inviate ai miei bambini, in modo che le potessero vedere e rivedere, utilizzando modalità e linguaggi che fossero adatti e fruibili da loro il più possibile in autonomia (questo fa, secondo me, un insegnante).

Ogni sera ho inviato il capitolo di un libro, letto da me, al genitore rappresentante di classe (che immediatamente lo “girava” alla classe), con il quale mantenevo così contatti quotidiani (per qualsiasi necessità). Sono arrivata a finire quattro libri più vari racconti. Mi sono inventata un concorso perché i miei piccoli leggessero e scrivessero divertendosi. Ho scritto e spedito personalmente (per posta cartacea, quella con il francobollo) lettere a ciascuno di loro; ho risposto alle loro missive di ritorno. Ho inviato link, cercando nel web materiale divertente e adeguato ai bambini. Ho passato le notti a correggere i compiti e via email (o piattaforma) ho rimandato le copie corrette, con indicazioni operative e soprattutto rimandi positivi. Ho incoraggiato genitori stanchi, provati fisicamente e psicologicamente, con scambi epistolari anche in ore antelucane. Ho contattato (con i colleghi e l’aiuto di genitori di buona volontà) i bambini che “si erano persi” per strada. Ho “incontrato” psicologi per poter comprendere le difficoltà delle famiglie e le strategie educativo-didattiche più adatte per ciascuno. Ho cercato e proposto materiali per i BES (Bisogni educativi speciali). Ho visto i “miei bambini” in video conferenze, emozionata più di loro. Ho dovuto (e fortemente voluto) ricercare le modalità più eque ed eticamente corrette per valutare. E ho fatto tutto ciò con la passione che mi guida da tanti anni, consapevole e preoccupata per le fatiche che avvertivo in me, nei bambini e nelle famiglie ma allo stesso tempo felice dei miei progressi, del mio essermi messa in gioco una volta di più e dei prodotti che mi giungevano, magari accompagnati da allegre vocine.

Infine, ho avuto, insieme ai colleghi, i colloqui finali con i genitori. Il mondo mi è pian piano crollato addosso mentre ascoltavo alcune frasi: la scuola ci ha lasciati soli; mio figlio [7anni] non sa usare il Registro elettronico [come mai non glielo avete insegnato?]; non c’è stata relazione perché è mancata la volontà da parte degli insegnanti; il “programma” non è stato svolto; come faremo l’anno prossimo? Si recupererà? E ora (“ora” dico) stiamo progettando il nuovo anno scolastico (orari ipotetici, contenuti, suddivisione degli incarichi) con le seguenti aspettative da parte delle famiglie: recuperare le abilità, le competenze, i contenuti dell’anno trascorso, come steso nel PIA, Piano integrato degli apprendimenti, e nel PAI, Piano di apprendimento individuale (già, perché non ho parlato della parte burocratica del mio lavoro); svolgere “tutto il programma” dell’anno 2020/2021 (bene però, non come quest’anno); recuperare le gite e gli interventi persi (e forse anche già pagati); trovare le modalità per tutelare la salute; riuscire a fare tutto ciò dividendo le classi troppo numerose perché le aule sono inadeguate; senza stancare i bambini; senza pesare sulle famiglie; senza modificare il monte ore; senza variare gli orari di ingresso e di uscita; prevedendo mensa in aula; senza nuovo personale docente. Come posso (possiamo) fare? Non lo so. E ora chiedo di nuovo: dove ho sbagliato? Cosa sto sbagliando?

Mi vengono in mente tre risposte: non aver richiesto a sufficienza e per tempo l’intervento di esperti psicologi per supportare le famiglie non abituate a “gestire” i bambini per l’intera giornata, sette giorni su sette, e nelle loro difficoltà scolastiche; non aver “urlato” questo malessere ai “media” (sbagliando, pensavo che i dolori, le perdite di questa pandemia fossero più impellenti); non essere andata in pensione credendo di avere ancora qualcosa da dare (e da imparare). Perciò ora chiedo: cosa posso fare per non deludere ancora le persone per le quali lavoro? Aiutatemi, davvero, io e la scuola ne abbiamo bisogno! P.S. Non consigliatemi uno psicologo, a quello penso da me.

UNA MAESTRA

A questa lettera-denuncia non è il caso di aggiungere altre considerazioni. Forse, semplicemente, dovremmo tutti, insegnanti, genitori, ministero dell’Istruzione, dirigenti scolastici prendere un bel respiro e cercare insieme, senza accuse reciproche, il bene dei nostri ragazzi. Le polemiche quotidiane sulla scuola che i media ci presentano sembrano dimenticare l’importanza, per le nuove generazioni, dell’educazione, dell’apprendimento. Davvero, serve una vera attenzione al mondo della scuola, specialmente da parte delle istituzioni. Una parola, comunque, vorrei dire a questa maestra: magari non tutti gli insegnanti sono come te, non si sono impegnati allo stesso modo, non amano così tanto i propri ragazzi, ma di quello che hai fatto devi essere fiera e felice, perché hai fatto tutto quello che hai potuto. Il bene seminato, anche se non viene riconosciuto da tutti, prima o poi germoglierà e darà frutto. Pensa solo “ai tuoi bambini” e al bene che senz’altro ti vogliono e che tu hai dimostrato nei loro confronti. Continua a lavorare con la stessa passione di sempre.

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