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martedì 22 giugno 2021
 
Beatificazione
 

Livatino, martire per la giustizia e per la fede

09/05/2021  «La sua morte», dice il cardinale Semeraro durante la cerimonia per la proclamazione del nuovo beato, «non è soltanto il sacrificio di un rappresentante delle istituzioni ed è anche più dell’uccisione di un magistrato cattolico, egli è il testimone della giustizia del Regno di Dio che affronta il male per salvare vittime e carnefici dall’odio».

La camicia intrisa di sangue portata in processione, l’immagine del giudice con la mano posata sul codice penale e sul Vangelo, la sua cifra S.T.D. (sub tutela Dei) che spunta dal taccuino. La vita di Rosario Livatino diventa esempio per tutti i cristiani. La sua beatificazione, «per cui siamo grati», come sottolinea il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, indica a tutti la via che i credenti devono percorrere: quella di un impegno quotidiano nella propria professione che non può prescindere dal proprio credo. «Considerando la vicenda di Rosario Livatino ci tornano vivide alla memoria le parole di san Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Il nostro Beato lo fu nel martirio. La sua vita – avrebbe detto il Manzoni – fu il paragone delle sue parole. Credibilità fu per lui la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita. Livatino rivendicò, infatti, l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale. Questa unità Livatino la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questo la Chiesa oggi lo onora come Martire», ha sottolineato nell’omelia per la messa celebrata in cattedrale, il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi. Nell’anniversario del giorno in cui Giovanni Paolo II lanciò il suo grido «Convertitevi, verrà un giorno il giudizio di Dio», non a caso scelto per la beatificazione di Livatino, il cardinale ricorda le ultime parole del giudice: «È  morto perdonando come Gesù ai suoi uccisori», dice monsignor Semeraro, «È il valore ultimo delle sue estreme parole, dove sentiamo l’eco del lamento di Dio: “Popolo mio, che cosa ti ho fatto?”; è il pianto del giusto, che la liturgia del Venerdì santo pone tradizionalmente sulle labbra del Crocifisso, dove non è un rimprovero e neppure una sentenza di condanna, ma un invito sofferto a riflettere sulle proprie azioni, a ripensare la propria vita, a convertirsi».

Davanti alle autorità, presenti anche il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, e al’ex procuratore Pietro Grasso, il cardinale ricorda «la sua conferenza del 7 aprile 1984 su “Il ruolo del giudice nella società che cambia”, dove si legge: “L’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”. Troviamo qui la parola credibilità, che san Tommaso d’Aquino applica direttamente a Gesù, il quale è credibile perché non soltanto predicava, ma pure agiva in maniera coerente, sicché quella del Signore era non una vita sdoppiata, ma sempre trasparente, limpida e, perciò, anche affidabile e amabile».

 «Nonostante le difficoltà legate alla pandemia», aveva detto nel suo saluto iniziale il cardinale Montenegro, «consideriamo questo giorno come un regalo prezioso della divina provvidenza che rende ancora più bello il volto della chiesa agrigentina. Sono passati quasi trent’anni dallo storico grido di San Giovanni Paolo II nella valle dei Templi, quando, dopo aver incontrato i genitori del giudice e a conclusione della solenne celebrazione eucaristica, invitava in modo accorato i mafiosi a convertirsi. Da allora la nostra Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere meglio la figura del giovane giudice», il primo magistrato «che viene riconosciuto martire a motivo della fede professata e testimoniata fino all’effusione del sangue». E «la sua morte», ha concluso il cardinale Semeraro, «non è soltanto il sacrificio di un rappresentante delle istituzioni ed è anche più dell’uccisione di un magistrato cattolico , egli è il testimone della giustizia del Regno di Dio che affronta il male per salvare vittime e carnefici dall’odio. Se dunque Livatino è pure un eroe dello Stato e della legalità, egli è martire di Cristo, unica fonte di salvezza eterna e universale».

 
 
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