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giovedì 01 ottobre 2020
 
Mafia capitale
 

Mafia capitale: ma quando il volontariato denunciava...

05/12/2014  Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, invita a portare trasparenza anche nella cooperazione sociale. Giusto. Ma il mondo del volontariato è stato l'unico a denunciare il malaffare nell'assitenza. E nessuno ascoltava.

La fiaccolata presso il Campidoglio (Ansa).
La fiaccolata presso il Campidoglio (Ansa).

«Dietro l’impegno sociale si nascondono anche affaristi», perché «dovunque c’è da fare affari le organizzazioni criminali si lanciano». Lo dice Raffaele Cantone, magistrato e Presidente dell’Autorità anticorruzione, intervistato il 5 dicembre da Radio anch’io. «So quanto è pericoloso quanto sto per dire», aggiunge, «ma è importante anche per tutelare chi lavora bene: nel mondo dell’assistenza c’è il meglio dell’Italia, ma ci sono anche gli affaristi». «Il mondo cooperativo talvolta è meramente fittizio», insiste. «Nell’interesse degli onesti bisogna fare un’operazione di grande trasparenza».

Il tema è ovviamente “mafia capitale”, l’organizzazione criminale individuata dalla Procura di Roma attraverso l’operazione “Terra di mezzo”: ha portato a decine di arresti e perquisizioni che hanno investito soprattutto il Comune di Roma e la Regione Lazio. Anche nell’ambito degli appalti sociali e dell’assistenza: «Noi», dice Salvatore Buzzi, uno degli esponenti di spicco dell’organizzazione criminale indicati dai magistrati, «quest’anno abbiamo chiuso con 40 milioni di fatturato. Gli utili li abbiamo fatti sugli zingari, con l’emergenza alloggi». Si tratta di una conversazione del 2013, intercettata dai carabinieri. Lo stesso Buzzi, presidente – tra l’altro – di alcune cooperative sociali, afferma in un’altra conversazione: «Tu hai idea di quanto ci guadagno con gli immigrati?».

Queste frasi dello scandalo sono finite su tutti mezzi d’informazione negli stesse ore in cui Papa Francesco, parlando ai volontari del Focsiv e alla Premiata come volontaria dell’anno Maria Luisa Cortinovis (da 47 anni cooperante in Ecuador) sottolineava che «i poveri non possono diventare un’occasione di guadagno».

Men che meno di guadagno illecito, occorre aggiungere, com’è il caso della mafia romana. Ma è davvero il mondo del volontariato e della solidarietà a finire sotto accusa? Il rischio – certo – è che l’ombra del malaffare si allunghi anche sulle centinaia di associazioni e Ong che operano nell’ambito sociale e a favore degli ultimi. Un rischio che va assolutamente evitato.

Per due ragioni. La prima la dice bene Cantone: i criminali si infilano ovunque c’è uno spazio per lucrare e fare affari. Lo scopriamo oggi che la tratta degli esseri umani, la “gestione” dell’immigrazione è un business che da anni fa guadagnare fiumi di denaro sulla pelle dei disperati? Scopriamo oggi che la costante fittizia “emergenza” in cui il nostro Paese opera su questi fronti apre vere e proprie autostrade alle organizzazioni criminali e agli affaristi senza scrupoli? Scopriamo oggi che occorre “certificare” le organizzazioni non profit in modo da evitare che operino organismi e cooperative sociali fasulle, create ad arte per approfittare di appalti e finanziamenti pubblici?

La seconda ragione è che il mondo della solidarietà ha già gli “anticorpi” per reagire all’infiltrazione criminale, ma non lo ascolta nessuno. Proprio sulla gestione dei campi rom a Roma e nel Lazio, tanto per fare un esempio, c’è un ampio e documentato rapporto dell’Associazione 21 luglio, realtà che si occupa dal 2010 della tutela di rom, sinti e caminanti. Uno studio documentatissimo, con un titolo che già dice tutto, “Campi nomadi Spa”, nel quale vengono indicati i costi (oltre 24 milioni di euro) del solo 2013 e della sola area del comune di Roma. Più di 16 milioni di euro per creare “campi attrezzati”, più di 6 milioni per i cosiddetti “campi di raccolta”, un milione e mezzo, infine, spesi per le azioni di sgombero. La data del Rapporto? Giugno 2014. Ben prima che la Procura di Roma facesse scattare l’Operazione Terra di Mezzo. E non è il primo studio, la “21 luglio” denuncia sistematicamente lo sperpero di fondi e la politica sbagliata dei “campi nomadi” fin dalla sua nascita, nel 2010.

L’associazione, tuttavia, aggiunge che negli ultimi anni al «drammatico peggioramento delle condizioni di vita delle comunità rom sia corrisposto un aumento della spesa pubblica per interventi volti a segregare, concentrare e allontanare famiglie rom in emergenza abitativa, violandone in maniera sistematica i diritti umani».

«L’inchiesta giudiziaria di questi giorni», scrive ancora l’Associazione 21 luglio, «sta dimostrando come sulla pelle dei rom rappresentanti istituzionali, militanti politici e cooperative abbiano tratto un ampio profitto economico. È innegabile come sia convenuto a molti soffiare sulla cenere dell’antiziganismo, sgomberare per anni da un punto all’altro della città donne, uomini e bambini rom, ampliare i “villaggi attrezzati” per aumentare a dismisura la concentrazione abitativa, istituire i “centri di raccolta rom” in spazi privi di autorizzazione».

Insomma, c’è solo il problema dell’affarismo, o c’è di più? Quell’organizzazione criminale non è stata piuttosto funzionale a determinate scelte politiche?

Lo sostiene anche l’associazione Naga, che fa eco alla “21 luglio” da Milano: «Sono anni», dice il suo presidente Luca Cusani, «che insieme a tante altre realtà denunciamo che in Italia non c’è un’emergenza in corso, ma una gestione emergenziale di fenomeni previsti, prevedibili e di lunga data. Spesso questa gestione ha accreditato strutture e cooperative assolutamente non idonee a gestire le persone che necessitano di reale assistenza, e adesso emerge che su questa gestione emergenziale lucrava un grumo denso e vischioso fatto di politica, cooperative,  clientele e mafie varie».

Non sarebbe forse il caso di gettare un occhio anche a quanto accaduto negli ultimi anni a Milano, specie quando si predicava la “tolleranza zero” e si praticavano mediamente due sgomberi forzati al giorno nei confronti dei rom?

 
 
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