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venerdì 05 marzo 2021
 
La scomparsa del grande giornalista
 

Marco Travaglio: «Io, il mio braccio destro Mario Giordano e Beppe Del Colle»

11/12/2020  «Non diceva mai “voglio questo!”», ricorda il direttore de "Il Fatto Quotidiano". «Se ti chiedeva un pezzo era tipico il suo esordio “forse si potrebbe scrivere…”». Attento a non offendere mai gli altri. In tutta la sua vita ha sempre continuato a indignarsi e a starci male, di fronte a certi eventi»

«Quando doveva fare qualche osservazione quasi arrossiva, molto educato, sempre attento a non offendere, nonostante fossi un ragazzino. Del Colle era sempre misurato, sempre delicato. Avevo 23-24 anni, ma era così anche con me. Non diceva mai “voglio questo!”, se ti chiedeva un pezzo era tipico il suo esordio “forse si potrebbe scrivere…”. Veramente un signore d’altri tempi, anche verso l’ultima ruota del carro, com’ero io all’epoca. Nessuna sicumera, pieno di dubbi, mai grandi certezze. Davvero un direttore atipico».

Marco Travaglio, oggi direttore del Fatto Quotidiano. In copertina, Beppe Del Colle.
Marco Travaglio, oggi direttore del Fatto Quotidiano. In copertina, Beppe Del Colle.

Gli esordi di Marco Travaglio, nei lontani anni ’80, furono con Beppe Del Colle, all’epoca editorialista politico e poi direttore del Nostro Tempo, il settimanale diocesano di Torino. L’attuale direttore del Fatto Quotidiano, prima dell’epoca montanelliana, aveva iniziato la sua carriera proprio nella rivista fondata da monsignor Carlo Chiavazza. I primi “attrezzi del mestiere” Travaglio li acquisì proprio nella storica testata cattolica torinese.

-  Del Colle è stato il tuo primo direttore?

«No, il primo fu Domenico Agasso, predecessore di Del Colle. Quando io cominciai a frequentare la redazione del Nostro Tempo, nel 1984, Beppe era l’editorialista numero uno. Ogni settimana mandava da Milano il commento politico. Io ero un ragazzino. La mia prima mansione – allora funzionava così nei giornali – era di ritagliare le foto da rubare dai settimanali da pubblicare sul giornale, poi di fare delle brevi con gli appuntamenti e i dibattiti da seguire, e in seguito i primi pezzettini siglati, e più tardi quelli firmati… insomma quella che si chiamava la gavetta. Finalmente un po’ alla volta diventai (di fatto, s’intende, non di diritto) caporedattore centrale. La vice direttrice era Maria Pia Bonanate. Poi, sotto di loro c’ero io: a fare le pagine, a tagliare i pezzi, andare in fotocomposizione, proporre i titoli».

-  E Del Colle? Com’era?

«Nel periodo della direzione di Agasso era una sorta di presenza incombente, che non si vedeva quasi mai, ma mandava l’editoriale politico della settimana, che diventava l’apertura del Nostro Tempo. Spesso lo sentivamo al telefono, ma lo si vedeva raramente».

-  E poi?

«Poi Agasso lascio la direzione e al suo posto divenne direttore Beppe Del Colle. Io ci lavorai per qualche mese, poi partii militare. Nel frattempo era arrivato Mario Giordano, presto divenuto il mio braccio destro. Partito io per la leva divenne lui il caporedattore factotum. Giordano, allora, proveniva dalla sinistra cattolica, per cui con Del Colle s’intendeva più lui di me. andava più d’accordo Giordano, perché veniva dalla sinistra cattolica. Io non sono mai stato particolarmente di sinistra... Del Colle era molto vicino all’Azione Cattolica, alla sinistra democristiana. Ricordo ancora le litigate su De Mita… La vedevamo diversamente, ma non tentò mai di convincermi, perché era sempre rispettoso. Anche nei confronti delle opinioni altrui era un gran signore».

-  Com’era in redazione?

«Innanzitutto, era velocissimo a scrivere. Di poche parole, non perdeva tempo in chiacchiere, ma con una scrittura rapidissima».

-  Vi davate del tu?

«Ma no! Lui mi dava del tu e io del lei, esattamente come con Agasso. In seguito io cominciai a scrivere per il Giornale di Montanelli, ma continuai a collaborare dall’esterno al Nostro Tempo. Spessissimo Del Colle mi chiedeva articoli».

-  Siete rimasti in contatto?

«Sempre. Anche di recente veniva alle presentazioni dei miei libri. È stato per me una presenza importantissima. Era veramente notevole, un grande personaggio. Soprattutto una grande anima».

-  Per alcuni mesi avete lavorato gomito a gomito…

«Sì. Ogni giorno insieme. Al Nostro Tempo si respirava un po’ il culto della figura mitica del fondatore del giornale, monsignor Chiavazza, il prete alpino. Lui ne parlava spessissimo. Ma non aveva mai l’atteggiamento dei vecchi giornalisti che vogliono sempre insegnare ai giovani. Del Colle era molto timido, molto rispettoso. Agasso aveva un carattere totalmente diverso, umorale, era il classico direttore vecchio stampo, con le grandi urlate. Del Colle invece sempre misurato e cortese».

-  Un difetto?

«Be’, se lo si può considerare tale, direi il non avere il dono della sintesi. Ogni tanto toccava a qualcuno, sempre con molta deferenza naturalmente, fargli capire il principio dell’incompenetrabilità dei corpi, ossia che una certa lunghezza di articolo in una pagina non ci sta, neanche a pigiarla. Scriveva parecchio. Allora non era tutto digitale, non si scriveva a misura il pezzo al computer. Si facevano quelle lunghe strisce di carta plastificata che materialmente incollavi alla pagina che doveva andare in stampa. E se il pezzo era lungo, prendevi il taglierino e tagliavi materialmente qualche frase, qua e là. Dovevi segare letteralmente le frasette. Il martedì, quando si chiudeva il settimanale, spesso si prendeva un grafico per farci stare il testo. Lo vedevo soffrire mentre amputava i suoi articoli. Regolarmente sperava che le sue misure collimassero con quelle della pagina, ma accadeva di rado».

-  Cosa porti con te di Beppe Del Colle?

«Mi piaceva molto la sua signorilità. Credeva molto in quello che diceva e faceva. Un uomo di principi, in questo senso lo definirei all’antica. Non aveva “il callo”. Anche dopo, quando la sua età divenne veneranda, continuava a indignarsi, ad arrossire, a stupirsi, a starci male per certe cose che capitavano. In un mondo cinico e spregiudicato come il nostro era una caratteristica rara, che non ho quasi mai più ritrovato».

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