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«Chi è a Madrid è di Madrid». Per questo il Papa spiega di essere, dunque, secondo il proverbio iberico, «madrileno». Ha toccato, in una giornata che sembrano due, il potere e la povertà. Ha stretto le mani di regnanti e politici e quelle dei più fragili, degli esclusi, dei volontari che spendono la loro vita per gli altri. E ha pregato con i ragazzi in una veglia che, con gli oltre 500 mila che lo circondano entusiasti, sembra quasi una Giornata mondiale della gioventù.


Al centro sempre l’amore, quello sguardo che, come dice il motto della visita, deve «alzarsi», Per posarsi sui sogni, sui progetti, sulle relazioni, su Dio. Lo dice chiaramente incontrando gli operatori e gli assistiti di “Cedia 24 horas”, cioè il Centro di informazione e accoglienza che tiene aperte le sue porte giorno e notte. «Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti», dice citando la sua lettera apostolica Dilexi te. E aggiunge: «Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico».
Li abbraccia, dopo aver ascoltato le testimonianze di Niurka, avvocata di 33 anni arrivata in Spagna da Cuba, «incinta e sola», di Khadry, senegalese giunto nel Paese «in piena pandemia senza sapere da dove ricominciare», di Alicia, volontaria della Caritas parrocchiale e impegnata nel progetto Proyecto Esperanza – Adoratrici.
Al Papa portano in dono un nastro, come quelli che si mettono in ospedale ai neonati, con i nomi di Ares e Atenea, i bimbi di Niurka, la copia del permesso di soggiorno di Khadry, che intanto ha trovato lavoro e si è rimesso in piedi, i sandali, in ricordo di Mosé davanti al roveto ardente, segno «di rispetto, di servizio e di tanti cammini condivisi insieme a coloro che soffrono di più».


La terra di chi soffre «è terra santa che sempre bisogna difendere», sottolinea il Papa. E invita a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri, tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza». Chiede anche, come faceva papa Francesco, di guardare sempre negli occhi chi soffre «e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto. Chiedeva: “Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?” e concludeva: “L’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore”. Coloro che amano veramente “non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause […] attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona».
Un invito che rilancia anche ai giovani. Risponde alle loro domande e inquietudini. Li invita a formare famiglie, cita la Lettera a Diogneto per dire che i credenti sono l’anima del mondo. E a loro affida una missione: «Essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare il mondo. Fatelo con l’amore».




