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venerdì 15 novembre 2019
 
 

Mario Luzi, un vita alla ricerca della Parola

20/10/2014  L'Italia celebra il grande poeta, nato cento anni fa. Dalle prime raccolte alla fine, indagò la complessità del mondo, la resistenza al tempo, la fragilità, il dialogo fra vita e morte. Nel 1999 Giovanni Paolo II gli chiese di scrivere i testi per la Via Crucis.

Cento anni fa, il 20 ottobre 1914, nasceva a Castello nei pressi di Firenze (allora era una frazione di Sesto Fiorentino) Mario Luzi. Coetaneo di Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi, Luzi negli anni Trenta fu uno dei protagonisti dell’ermetismo fiorentino: la definizione critica allude a una poesia preziosa e sonora, arcana e febbricitante, legata almeno in parte alla grande matrice del surrealismo.

È curioso che quella etichetta di ermetico gli sia rimasta attaccata tanto a lungo, quasi come una categoria esaustiva. Curioso perché Luzi, come del resto i due compagni di strada citati, Bigongiari e Parronchi, ebbe modo di compiere un lunghissimo viaggio poetico, che lo portò a riattivare zone della tradizione e possibilità espressive ben lontane da quell’originaria esperienza. Essa, del resto, non è priva di fascino, né di interesse, abbeverandosi attraverso Leopardi anche al grande filone lirico della nostra poesia.

Del resto, nel libro dell’esordio di Luzi, La barca (1935), c’è già, accanto alla preziosità aerea di vari testi, qualche germe del futuro discorso di Luzi, del suo ragionare sulla complessità del mondo inteso come cosmo in divenire. Penso alla poesia più programmatica del libro, Alla vita, in cui si legge ad esempio: «Amici dalla barca si vede il mondo / e in lui una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti; / […]». Vero è, ad ogni modo, che nella Barca e nel seguente Avvento notturno (1940) prevalgono figure sparenti di giovinette («le fanciulle finitime dell’ombra»), il motivo della fragilità, il «dolore della giovinezza».

Più avanti, nel dopoguerra, Luzi avrebbe impugnato questi motivi, in particolare quello dell’evanescenza della vita, in raccolte impegnate a ridefinire lo statuto del poeta e della poesia. Il processo ha un primo compimento in una raccolta rocciosa e severa come Onore del vero (1957), titolo parlante come tanti altri del poeta. Qui si propone, dopo raccolte in qualche modo di transizione come Un brindisi (1946), Quaderno gotico (1947) e soprattutto Primizie del deserto (1952), una sorta di sorda resistenza all’onda del tempo, di sospensione sopra l’abisso, di tenacia nell’aderire al compito dell’essere nel mondo («[…] è qui / non altrove che deve farsi luce»).

È un libro a suo modo eloquente, scandito, che si fissa nella memoria con le sue iterazioni, le sue formule. Ma – si potrebbe dire – non è che l’inizio di un’altra lunga ‘giornata di lavoro’. Seguono due libri entrambi decisivi: Nel magma, che esce in prima edizione alla fine del 1963, e Dal fondo delle campagne, che va a stampa nel 1965, pur essendo cronologicamente antecedente.

In Dal fondo delle campagne importa soprattutto, ed ha un ruolo essenziale nella stessa poetica luziana, la sezione ispirata alla morte dell’amatissima madre Margherita (avvenuta nel 1959). La sezione, intitolata Morte cristiana, contiene un testo in cui il poeta chiarisce la direzione della propria ricerca, proseguendo quanto intrapreso in Onore del vero. Si tratta di Il duro filamento: alla scomparsa, all’evocazione di un altrove, al delirio della perdita, il poeta contrappone in qualche modo l’operante comunione di vivi e morti, la coscienza del compito della vita nella sua trama e continuità, nel suo senso complessivo («[…] Solo / la parola all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità vale a recidere / il duro filamento d’elegia. / È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso»).

D’altra parte, la raccolta Nel magma, che non a caso viene pubblicata per prima, quasi a segnare l’urgenza del suo nuovo dettato, irrompe con la forza di una rivelazione nel laboratorio del poeta. È questo il libro di più forte rottura nella carriera di Luzi: qui si scardina la stessa predominanza dell’“io” poetico, che diventa uno dei personaggi del dramma, del «magma» del reale. È chiara in questa acquisizione l’impronta della Commedia dantesca (lo stesso Luzi fin dal 1946, nel saggio L’inferno e il limbo, aveva riflettuto sull’opposizione tra una linea petrarchesca ed una dantesca): gli incontri, i dialoghi e le schermaglie con personaggi appartenenti alla biografia del personaggio-poeta sono modellati sulla falsariga degli incontri con le anime dell’aldilà dantesco. Ciò significa anche che da una parte Luzi amplia l’orizzonte del poetabile, ambientando le scene di alcuni testi in luoghi quotidiani come un caffè, un ufficio, l’abitacolo di un automobile, con una lingua a tratti aperta all’uso e depressa, ma dall’altra trasporta queste scene sul piano di una epifania.

Sono testi dialogici e narrativi, che sembrano svolgersi qui e ora e al tempo stesso in un luogo assoluto, quasi fossero schegge purgatoriali (cito da Nel caffè, che registra l’incontro con un personaggio «forato nella gola», il quale da una zona liminare tra vita e oltretempo illumina il poeta e allarga il suo orizzonte: «“So quel che pensi, eppure hai torto” dice / con un sorriso divenuto blando / mentre guarda fuori, mentre l’ora si fa tarda, / “non posso non sentire in questo scalpiccio un che di santo.” / E frattanto penso con un brivido / a noi quando saremo sull’uscita / sul punto di dirci addio sotto la pioggia / e sotto il pigolio degli uccelli tramato fitto»).

La scoperta del dialogo, dell’alterco porta Luzi verso il teatro di parola (Ipazia, il primo dramma pubblicato, esce all’inizio degli anni Settanta); d’altronde la messa in luce di una verità che procede e matura dentro la contrapposizione e attraverso il suo superamento spalanca il poeta a una nuova possibilità di conoscenza: non più asseverazione, rigida contrapposizione di opposti, ma tensione, inclusione dinamica. Muovendo da qui Luzi elabora i tre poemi di Su fondamenti invisibili: tema e punto di fuga della poesia è non il dramma individuale, ma quello cosmico, la vicenda complessiva del creato, dell’essere. È l’inizio di una nuova ascesa verticale nell’opera di Luzi, che attraverso divisioni e tormenti tenta di risalire all’unità divina del mondo. Passando per continue interrogazioni (si pensi al titolo del libro del 1978, Al fuoco della controversia), il poeta scopre l’indivisa matrice dell’essere, che è e insieme diviene, rivelandosi nella metamorfosi e nella promessa di un compimento pieno.

Poesia filosofica, certo, ma preoccupata di non vanificare l’umano, la sostanza e il calore del creato: è l’epoca di titoli ultimi e magnanimi come Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), tutti rifluiti in L’opera poetica, curata da Stefano Verdino per i “Meridiani” Mondadori nel 1998. I titoli seguenti, Sotto specie umana (1999), Dottrina dell’estremo principiante (2004) e il postumo Lasciami, non trattenermi (2009), sono stati da poco riuniti nel volume di Garzanti, ugualmente a cura di Verdino, Poesie ultime e ritrovate, che comprende anche i 32 inediti risalenti all’epoca della Barca (pubblicati per la prima volta nel 2003) e varie poesie disperse.

Il discorso di Luzi arriva in questi libri culminanti del suo percorso a una inedita altezza conoscitiva, raggiunta attraverso strumenti formali e metrici che cooperano alla liberazione di una parola plenaria, in cerca della totalità del senso, della risalita dalle foci alle sorgenti, come suggeriva l’antica poesia della Barca. Dal 1978 Luzi trascorre le estati a Pienza, dove conosce, attraverso l’amico Leone Piccioni, don Fernaldo Flori: nato nel 1915, Flori coltiva una intensa riflessione teologica e poetica che si incontra con quella luziana. Mario gli dedica tra l’altro (Flori sarebbe morto nel 1996) una poesia di Frasi e incisi di un canto salutare, intitolata (Église), che recita: «Alta, lei. Alta / sopra di sé. / Scavata / in che miniera / di luminosità / quell’altezza, dico, / che la eleva – / la alza vertiginosamente // e la spiomba su se medesima / a formare la basilica, / la nostra, lasciata / al putiferio della mortalità – e che pure, / e che pure mortale non ci sembra… // […]».

Il Luzi che medita sulla Parola (la citazione sulla soglia di Per il battesimo dei nostri frammenti proviene dal Prologo del Vangelo di Giovanni) riceve da Giovanni Paolo II nel 1999 il compito di scrivere i testi per la Via Crucis al Colosseo (i componimenti tra teatrali e poetici, in cui è per lo più Cristo a parlare, vengono pubblicati con il titolo La Passione). D’altra pare la sua lunga riflessione sul senso della nazione, sulla comunità, sulla repubblica (“Muore ignominiosamente la repubblica” suona l’incipit di un testo insieme profetico e di protesta che appartiene a Al fuoco della controversia) e il suo lavoro sulla lingua italiana fanno sì che nell’autunno 2004 il Presidente Ciampi lo nomini senatore a vita. Luzi morirà pochi mesi dopo, il 28 febbraio 2005.

Tra i testi lasciati inediti e infine raccolti in Lasciami, non trattenermi, c’è questo, intitolato (Desiderium collium aeternorum):

Guardai quelle colline,
erano vere
o le aveva
un allungo celestiale
del pensiero
fatte nel sogno intravedere
tra le mire
del perenne desiderio?
là si erano
a lungo
come da un esilio
diretti oscuramente
i pensieri del ritorno,
su loro erano scorsi
anelando
i miei pensieri anche quando pensavano
ad altro – e ora uscivano
in una struggente trasparenza
a un incontro
con l’antica ansia,
a un promesso appuntamento
di luce, di verità immanente…



Nell’anno centenario sono state organizzate numerose iniziative per illuminare e discutere la figura e l’opera di Mario Luzi.
A Milano, tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Basilica di Santa Maria delle Grazie, si è tenuto il 19 e 20 marzo il convegno internazionale intitolato Viaggio terrestre e celeste di Mario Luzi; due giornate di studio hanno avuto luogo all’Università di Roma Tre, il 14 e il 15 ottobre (“Riemergere in lontana chiarità”. Per il centenario di Mario Luzi); un altro convegno, sul tema più generale de L’ermetismo e Firenze, si svolgerà nel capoluogo toscano dal 27 al 31 ottobre; una Giornata luziana, coordinata da Giancarlo Quiriconi, avrà luogo l’8 novembre all’Accademia Petrarca di Arezzo.

A Roma il 22 ottobre, presso la Sala Capitolare nel Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, si svolgerà l’incontro Il secolo di Mario Luzi 1914-2014, a cura di Paolo Andrea Mettel, Presidente dell’Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo, con interventi tra gli altri di Stefano Verdino, Giulio Ferroni, Giuseppe Langella. Una mostra su Luzi e i pittori del Novecento da lui conosciuti e amati (Mario Luzi. Le campagne, le parole, la luce. Il poeta e i suoi artisti. Memorie di terra toscana) si è spostata da Mendrisio a Pienza, dove rimarrà aperta fino al 31 ottobre. Nella cittadina toscana, uno dei luoghi amati dal poeta, il 20 ottobre alle ore 21,00, nel Palazzo Comunale, avrà luogo l’incontro dal titolo Il senso della poesia. Ricordando Mario Luzi, con interventi tra gli altri di Marco Marchi, Nino Petreni, Marco Nereo Rotelli e Adonis. A seguire, nella stessa serata, verrà inaugurata la mostra-omaggio di Rotelli e Adonis Vento e luce, aperta fino al 15 novembre. A Milano, presso la Basilica di Santa Maria delle Grazie, il 27 ottobre alle ore 21,00 verranno letti i testi de La Passione (voce recitante Pino Tufillaro).

Tra le pubblicazioni ricordiamo il volume Prose, a cura di Stefano Verdino (Aragno), i due numeri monografici della rivista “Istmi” (n. 33, Mario Luzi. Desiderio di verità e altri scritti inediti e rari, e n. 34, Nell’opera di Mario Luzi), il numero monografico su Luzi e l’ermetismo della “Rivista di letteratura italiana” (XXXII/3) e l’omaggio del mensile “Poesia”, che nel numero di ottobre (n. 297) ospita una serie di interventi su Luzi e dedica al poeta la copertina.

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