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venerdì 05 marzo 2021
 
Il cardinale del dialogo
 
Credere

Miguel Ángel Ayuso: «Dio non può essere motivo di divisione»

05/11/2020  In Vaticano, il missionario spagnolo è il “ministro del dialogo” con le altre religioni. «Per essere altruisti dobbiamo sentirci parte dell’unica umanità. Ce lo insegna il Papa»

Padre Miguel Ángel Ayuso Guixot è arrivato nelle stanze vaticane portando nel cuore le immagini dei profughi, della guerra e della carestia viste nei tanti anni passati in missione in Sudan. Il bambino che si svegliava all’alba e accompagnava la sua tata a Messa («volevo diventare missionario») non immaginava che il viaggio della sua vita sarebbe approdato a via della Conciliazione n. 5, a capo di un organismo, il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che diventa sempre più centrale nel pontificato di papa Francesco, né tantomeno di ritrovarsi cardinale. «Ancora oggi non ci credo», dice sorridendo pacato.

LA SCOPERTA DELLA VOCAZIONE

Il cardinale Ayuso è nato nel 1952 a Siviglia, quinto di nove fratelli. Una famiglia cattolica «normale», precisa. Papà che amministrava un ente pubblico, la mamma casalinga. Una formazione vissuta presso la chiesa dei Claretiani. Oratorio, cinema, spiritualità. Il seminario minore e il liceo sempre dai Claretiani. Poi la necessità di fermarsi un attimo. Mentre studia Giurisprudenza, a un incontro dei Cursillos de cristiandad, trova la parola giusta. Si chiamava José Luis Portillo il prete che gli dice di non preoccuparsi per la vocazione: «Importante è sapere se veramente la senti. Poi Dio stesso penserà al quando e al come». Gli regala qualche numero di Mundo negro, la rivista che in Italia è conosciuta con la testata Nigrizia. Così Miguel conosce i Comboniani. «Sulla rivista trovai l’invito a partecipare a un campo di orientamento vocazionale per giovani a Madrid. Da lì andai a fare un’esperienza estiva in seminario, a Moncada, Valencia. Lavorai la terra, raccolsi la frutta, pulii le stalle. E poi preghiera, canti e una grande gioia. Tornai a casa e dissi: “Io mi faccio Comboniano”». La famiglia era preparata, ma pensava che la scelta sarebbe caduta sull’altro istituto missionario. Ancora oggi i Claretiani «che mi avevano cresciuto, mi prendono in giro: “Non puoi nasconderlo, sei claretiano dentro”». Dopo il ciclo formativo, per la teologia viene destinato a Roma, all’università Urbaniana. Si sente orientato verso il mondo arabo e chiede di fare la licenza al Pontificio istituto di studi arabi e islamistica. Viene ordinato nel settembre del 1980.

IN AFRICA PER LA MISSIONE

  

Nel 1982 va finalmente in missione, in Egitto, e diventa parroco del Sacro Cuore, nel quartiere di Sakakini. Pochi i fedeli di rito latino, ma tantissimi sudanesi lì presenti per diversi motivi. «Un padre gesuita mi suggerì, visto che Daniele Comboni aveva dato la sua vita in Sudan, di prendermi cura di loro. In pochi mesi la comunità crebbe. Ho fatto dialogo di vita con persone nel bisogno, tanti studenti. Con i musulmani c’era un rapporto di amicizia e rispetto nella vita quotidiana». Dopo qualche anno i superiori lo inviano a Khartoum. Dalla parrocchia nella megalopoli di 15 milioni di abitanti al deserto del Sudan, al centro catechetico della diocesi di El-Obeid, che comprende le due regioni del Kordofan e del Darfur, «che già ai miei tempi avevano seri problemi umanitari». Ayuso ricorda la formazione dei catechisti, i viaggi nella remota regione dei Monti Nuba, ma soprattutto la guerra civile, la miseria, i camion che ogni giorno arrivavano alla missione con centinaia di profughi provenienti dal Sud. «Ho accompagnato comunità sofferenti a causa della guerra. Questa è stata la mia formazione». In particolare ricorda la lezione di un anziano: «Non avevamo più nulla, dissi che mi dispiaceva non poter essere d’aiuto. “Noi che scappiamo dalla guerra almeno qui siamo a casa nostra”, mi rispose. Io pensavo in termini assistenziali, lui era andato oltre, guardando a quella fratellanza di cui ci parla sempre papa Francesco».

SIAMO TUTTI FRATELLI

Ayuso pensa con gratitudine agli aiuti giunti dalle Chiese di tutto il mondo («servono, eccome se servono!»), e ricorda il senso di rabbia di impotenza di fronte a persone morte per fame. «Sono cose che ti segnano, rivelano le ingiustizie del mondo e le disuguaglianze che esistono. Il Papa ne parla soprattutto in questa nuova enciclica. Siamo tutti fratelli, creature di Dio». Agli uomini e alle donne che ha formato e che poi ha ritrovato come protagonisti della vita della loro comunità «spiegavo come celebrare la Parola di Dio le domeniche senza missionario, come seppellire una persona, come alfabetizzare i bambini, visitare malati. Magari potessimo tutti fare questi corsi elementari di opere di misericordia corporali e spirituali. Siamo diventati egoisti. L’altruismo richiede questo atto generoso di sentire unità nell’umanità. E c’è sempre qualcuno che ha più bisogno di me». A Khartoum Ayuso prepara la tesi di dottorato sulla predicazione nelle moschee. L’esperienza pastorale gli serve come base su cui poggiare l’insegnamento accademico, in Sudan, al Cairo e poi a Roma, al Pisai, prima come docente e, dal 2006 al 2012, come preside. Undici anni trascorsi nella sede di Trastevere: «È stato un bel periodo, arricchente per i contatti, gli incontri, le conferenze. E poi conoscevo molti pizzaioli della zona», dice sorridendo. «Ho avuto sempre la soddisfazione di vedermi missionario, in ogni tipo di lavoro che ho fatto».

IN DIALOGO CON L’ISLAM

  

Quando papa Benedetto lo chiama in Vaticano, al Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, incontra il cardinale Jean-Louis Tauran, che per Ayuso è «un maestro. Gli dicevo che non avevo esperienza diplomatica. E lui mi rispondeva che sarebbe stato mio novizio, per l’esperienza che avevo nel dialogo di vita». Il 25 maggio del 2019, dopo la morte di Tauran, Ayuso gli succede come presidente e nell’ottobre successivo il Papa lo consacra cardinale, primo comboniano a portare la berretta rossa. Padre Miguel partecipa a tutti gli incontri e tutti gli organismi che lavorano sui temi del dialogo, va in giro per il mondo a dire a musulmani, indù, buddhisti, sikh, shintoisti, confuciani o fedeli delle religioni tradizionali che proprio con l’amicizia personale è possibile instaurare un dialogo. In particolare, visto la sua competenza, è con il mondo musulmano che tiene i rapporti più stretti. «Senza chiudere le porte, bisogna sempre guardare avanti». Il dialogo «non è un do ut des, ti dò qualcosa per ottenere qualcos’altro, una negoziazione. È un atteggiamento esistenziale, è farsi compagno di viaggio di ogni essere umano in cammino verso la verità. La verità ci possiede, non la possediamo. Il dialogo è un atto generoso di apertura all’altro per creare fratellanza», spiega, citando la Dichiarazione sulla fratellanza universale, firmata nel febbraio 2019 ad Abu Dhabi da Francesco e dal grande imam di al-Azhar, la più importante autorità dell’islam sunnita.

DIO CI VUOLE UNITI

Questo del dialogo non è un tema periferico, ma centrale nella vita delle nostre stesse comunità. Perciò, dice, Francesco lo sottolinea continuamente: «Il pluralismo, non solo religioso, delle nostre società è una realtà che ci invita a riflettere sulla nostra identità senza la quale non si ha un dialogo interreligioso autentico». «Non diciamo che tutte le religioni sono uguali», avverte il cardinale, «ma che tutti i credenti, quanti cercano Dio e tutte le persone di buona volontà prive di una affiliazione religiosa, hanno pari dignità. Dobbiamo quindi impegnarci perché Dio, che ci ha creati, non sia motivo di divisione, bensì di unità».

Nella foto in alto: il cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, 68 anni, è il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Parla diverse lingue, tra le quali l’arabo, ed è un esperto di islam. In questa foto è ritratto nella sede del dicastero, davanti a un dipinto che rappresenta Paolo VI con le personalità di altre fedi e confessioni. Tra questi: Gandhi, il Dalai Lama ed esponenti dell’islam dell’epoca (Foto di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto)

Pisai, così il Vaticano studia l’islam

  

Il Vaticano ha un proprio centro di ricerca che studia l’islam e la lingua araba. Sembra strano, ma non lo è. Si tratta del Pisai, Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica, una realtà nata nel lontano 1926, quando la società dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi) aprì a Tunisi una casa per sacerdoti e religiosi che si preparavano a vivere in ambiente musulmano. Nel 1964 questo istituto di eccellenza venne trasferito nell’Urbe, accolto con favore da papa Paolo VI. L’idea di fondo che anima l’istituzione è che studio e ricerca sono gli strumenti privilegiati per instaurare il dialogo umano, teologico, interreligioso e interculturale. Padre Ayuso Guixot fa parte della comunità accademica del Pisai dal 2002 e prima di divenirne preside era stato direttore degli studi.

Daniele Comboni, pioniere delle missioni in Africa

Il cardinale Ayuso è un religioso comboniano, l’istituto missionario fondato nel 1867 da san Daniele Comboni. Nato a Limone sul Garda nel 1831, Comboni fu tra i primi missionari a occuparsi della promozione umana in Africa e della lotta allo schiavismo. Puntò in particolare sull’istruzione dei giovani, il suo motto era «l’Africa si deve salvare con l’Africa». Nel 1877 il Papa lo nominò vicario apostolico dell’Africa Centrale. Morì nel 1881 a Khartoum, in Sudan.

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