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domenica 05 dicembre 2021
 
I funerali del boss Casamonica
 

L'arcivescovo di Monreale: sono disgustato

21/08/2015  Monsignor Pennisi, che nella sua diocesi ha negato funerali solenni ai capi della mafia, commenta "quel funerale trasformato in una sceneggiata napoletana che aveva come scopo non tanto quello di invocare la misericordia di Dio su un uomo che aveva tanti peccati da farsi perdonare, ma quello di esaltare un capo di un clan di stampo mafioso".

I funerali in pompa magna per i boss indignano monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, da sempre impegnato contro la mafia e contro i suoi tentacoli nel mondo della politica e delle istituzioni. Per anni sotto scorta a causa delle minacce e delle intimidazioni,  in qualità di vescovo di Piazza Armerina,  Pennisi aveva proibito il funerale pubblico e solenne del boss di Gela Emmanuello. Dopo essere stato nominato alla guida della Curia di Monreale, invece, ha stabilito, con decreto, che le confraternite della sua Diocesi non possono accogliere nei loro organigrammi, tra gli altri, gli autori di “reati disonorevoli” e “gli appartenenti ad associazioni mafiose”.

Impedire beatificazioni dei boss attraverso funerali ostentati e grandiosi, nonché evitare infiltrazioni nelle confraternite e nelle processioni, sono, dunque, da sempre due chiodi fissi del prelato, preoccupato di salvaguardare i sacramenti e la religiosità popolare da chi li strumentalizza per fini di potere e di consenso. Per questo l'arcivescovo non ha gradito la cerimonia hollywoodiana per le strade di Roma in onore di Vittorio Casamonica, esponente del clan di origini abruzzesi trapiantato nella capitale sin da gli anni Settanta. “Sono rimasto  disgustato – spiega senza mezzi termini monsignor Pennisi -  nel vedere  il video  e le foto di un funerale  trasformato in una sceneggiata  napoletana che aveva  come  scopo non tanto  quello di invocare  la misericordia di  Dio su un  uomo  che aveva  tanti peccati  da farsi perdonare,  ma quello  di esaltare un capo di un  clan  di  stampo mafioso”.

L’indignazione non si esaurisce qui: “Sono  rimasto poi negativamente  colpito  dagli  striscioni  appesi  alla facciata  della Chiesa in cui il defunto  veniva rappresentato  come un papa  con tanto  di croce pettorale  e come un re che, dopo aver  spadroneggiato nella capitale, doveva regnare  anche in cielo. Era necessaria maggiore  vigilanza e coordinamento  tra pubblici  poteri  e parrocchia. Bisogna ricordare  che già  nel 1.900, oltre un secolo fa, don Sturzo scriveva che la mafia aveva i piedi in Sicilia ma la testa a Roma”. Monsignor Pennisi rievoca la sua decisione presa circa 8 anni fa: “A Gela , conoscendo il costume dei mafiosi, ho proibito il funerale  solenne  del capo mafia in accordo con le autorità   ma ho permesso  il funerale  privato  al cimitero  per i soli parenti. Nessuno  può essere  escluso dalla misericordia  di Dio, ma occorre ricordare che essa ci è stata donata  a caro prezzo  con  il sacrificio di  Cristo  e non può essere  svenduta a prezzo di  liquidazione. Per evitare  simili  episodi ci vorrebbe  maggior coraggio  e chiarezza da parte del clero e una maggiore  collaborazione  con le autorità che potrebbero  vietare simili manifestazioni”.

Il messaggio di monsignor Pennisi è chiaro e inequivocabile: tutti hanno il diritto alla sepoltura e alla misericordia di Dio, ma non tutti meritano il funerale pubblico e solenne.

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