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«I referendum sono la nostra possibilità per dire come la pensiamo e attivare processi di cambiamento». All’indomani del Consiglio permanente della Cei monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana riparte dal comunicato finale in cui, a proposito dei quesiti sui quali siamo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno, richiama a un «attento discernimento». E aggiunge che, «a questo va affiancato a una riflessione seri e documentata perché quattro dei quesiti toccano i lavoro e la quinta un tema, la cittadinanza, sul quale ci giochiamo un po’ la nostra civiltà e la possibilità di una democrazia matura».
Quindi, secondo lei, occorre andare a votare?
«Ho sentito lo slogan “il voto è la nostra rivolta”. Questo termine è siuramente eccessivo, però direi che il voto dice il nostro impegno a non lasciare che gli altri decidano per noi. E vorrei richiamare l'attenzione su cinque parole che sono le chiavi di lettura, a mio avviso, di questi quesiti: lavoro, sicurezza, dignità, cittadinanza e democrazia. Si tratta di temi importanti. E mi piace guardare al referendum come a una scuola di partecipazione e di cittadinanza. Per questo parlare di astensione mi sembra un paradosso».
Ma anche non andare a votare è legittimo.
«Certo. È legittimo da parte del cittadino esprimere la sua contrarietà non andando a votare. Probabilmente, però, andrebbero cambiate le regole. Penso che sarebbe meglio alzare il numero di firme necessario per proporre un quesito - magari da 500mila a un milione - ma poi abbassare il quorum in modo da dare la possibilità reale ai cittadini di esprimere le proprie idee. Ritengo che il referendum abbia un valore civico enorme, non solo per il contenuto specifico dei quesiti, ma per il fatto stesso che chiama i cittadini a esercitare un potere sovrano. Non votare, a mio avviso, significa rinunciare a un'occasione di riappropriazione del proprio ruolo».
E dunque cosa fare?
«Innanzitutto approfondire. Non votare per tifoserie, ma perché si è pensato, si è discusso, si è valutato. In questo modo il referendum diventa un laboratorio di intelligenza collettiva. Se pensiamo che il modo migliore per fare una legge sia evitare che venga discussa abbiamo smarrito il senso della democrazia deliberativa. Il politologo Giovanni Sartori diceva che la Democrazia vive se c'è partecipazione informata, altrimenti si svuota di senso».
Ma anche la Cei in passato ha invitato a non andare a votare.
«Si trattava dei quesiti sulla fecondazione assistita ed era in gioco una grande questione bioetica che qui non c’è. E comunque anche allora nella Cei c’erano diverse sensibilità».
Sullo specifico dei quesiti cosa dice?
«Per quanto riguarda la cittadinanza, che significa passare dai dieci ai cinque anni per ottenerla mi sembra che occorre una riforma complessiva. Al momento la questione viene affrontata con un approccio securitario, di pregiudizio nei confronti delle nostre sorelle e dei nostri fratelli migranti, che sono, invece, una risorsa, un capitale umano. Vengo dalla scuola di don Tonino Bello che mi ha educato alla convivialità delle differenze, laddove la differenza evidentemente è una risorsa e non un problema. Parlo di diversità di ogni tipo e di ogni genere. Il mio presupposto, dunque, prima di votare, è di riflettere e documentarsi. Qui non si toccano questioni dogmatiche, che investono la nostra professione di fede, ma sono quesiti importanti per il nostro essere cittadini. Si tratta della dignità del lavoro, della sicurezza sul lavoro, dei nostri fratelli migranti. E allora non entro nel merito di quello che ciascuno vuole votare, ma, ripeto, penso che il referendum è non solo un diritto, ma è un atto di resistenza civile alla logica della rassegnazione, un gesto di cura per la democrazia. Un affare che riguarda tutti».



