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ricorrenza mondiale
 

Mutilazioni genitali, un orrore che colpisce 200 milioni di donne nel mondo

06/02/2021  Il 6 febbraio ricorre la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, intollerabile violazione dei diritti umani che mette a rischio la vita, la salute, il benessere, la dignità di bambine, ragazze e donne in tutto il mondo. Una pratica diffusa soprattutto in Africa, ancora legale in alcuni Paesi come la Liberia, dove ActionAid porta avanti progetti a difesa dei diritti delle donne. Sulla situazione delle Mgf in questo Stato la giornalista Emanuela Zuccalà ha realizzato un documentario.

Attività di sensibilizzazione contro le Mgf in Egitto. In questo Paese la pratica è legalmente proibita, ma continua ad essere attuata (foto Reuters).
Attività di sensibilizzazione contro le Mgf in Egitto. In questo Paese la pratica è legalmente proibita, ma continua ad essere attuata (foto Reuters).

(Foto Reuters sopra: studentesse kenyane dirette a un evento sociale di sensibilizzazione contro le mutilazioni genitali femminili)

È una delle più gravi, barbare violazioni dei diritti umani, che colpisce circa 200 milioni di bambine e ragazze in trenta Paesi, principalmente in Africa, ma anche in altre regioni del mondo, come il Medio Oriente e il Sudest asiatico. La piaga delle mutilazioni genitali femminili è una pratica atroce che viola la dignità delle donne, la loro autonomia, il loro benessero psico-fisico. Una tradizione radicata in norme sociali e culturali ancestrali, non legata in modo particolare a una fede religiosa  (appartiene infatti a comunità che seguono religioni differenti). Le conseguenze devastanti sul corpo e sull’anima delle donne sono chiare e ben conosciute: dal pericolo di gravi infezioni e di emorragie - fino alla morte - alle dolorose complicanze durante il parto. 

Nelle società che la eseguono si ritiene che la mutilazione genitale (Mgf) - praticata in diverse forme, delle quali quella estrema è l'infibulazione - sia un rito di passaggio e di iniziazione essenziale per una bambina, un momento necessario per conservare la sua purezza, permetterle di trovare un marito e avere una famiglia. Combattere questa pratica antichissima è molto difficile, perché significa sradicare una mentalità, un sistema di norme e di consuetudini accettate e tramandate di generazione in generazione, spesso dalle donne stesse, che hanno subìto la mutilazione e che spingono le loro figlie ad accettare di essere tagliate per non diventare vittime di discriminazione e stigmatizzazione da parte della comunità. 

Per sensibilizzare l’opinione pubblica e diffondere la consapevolezza su questo fenomeno, il 6 febbraio ricorre la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. Grazie anche all’impegno delle organizzazione umanitarie, il movimento contro le Mgf sta andando avanti. In Africa, la situazione più grave è quella della Somalia, con quasi il 98% delle donne tagliate. Nel continente, a contemplare ancora le Mgf come pratica legale sono cinque Paesi, fra i quali (oltre alla Somalia) la Liberia. In questo Stato dell’Africa occidentale - fondato da un gruppo di schiavi liberati rientrati dagli Stati Uniti - le Mgf non solo sono accettate, ma molto protette, tanto che gli attivisti che vi si oppongono rischiano minacce, ritorsioni, fino alla morte.

Come spiega la Ong ActionAid - impegnata nel Paese dal 1997 con numerosi progetti per sradicare le disuguaglianze, promuovere a giustizia sociale, affermare i diritti delle donne e la parità di genere - la Liberia è oggi una terra straziata da due guerre civili, con oltre la metà della popolazione sotto la soglia di povertà (al 181° posto su 188 Stati nell’Indice di sviluppo umano dell’Onu). Qui l’analfabetismo femminile è elevatissimo: il 56% tra le ragazze di 15-24 anni (contro il 35,3% dei maschi) e il 67,2% tra le donne adulte (contro il 37,6% degli uomini). L’analfabetismo è strettamente legato alla diffusione delle mutilazioni genitali, ai matrimoni precoci e alla mancanza di emancipazione delle donne: le ragazzine una volta tagliate vengono costrette ad abbandonare la scuola, rinunciare all’istruzione, sposarsi e fare figli.

La locandina del documentario "La scuola nella foresta" (2020) di Emanuela Zuccalà.
La locandina del documentario "La scuola nella foresta" (2020) di Emanuela Zuccalà.

A raccontare con la forza vivida delle immagini il dramma delle ragazzine liberiane tagliate - ma anche la lotta coraggiosa delle attiviste che si oppongono a questa violazione dei diritti - è stata Emanuela Zuccalà, giornalista, scrittrice, regista, nel suo ultimo documentario La scuola nella foresta (2020),  realizzato con la fotografa Valeria Scrilatti, prodotto da Zona (nel 2016 al tema delle mutilazioni la Zuccalà ha dedicato il cortometraggio Uncut). Il film, nato da un viaggio in Liberia, mette in luce con forza la terribile realtà delle Mgf nel Paese, largamente diffuse perché praticate e sostenute da un’antichissima e potente società segreta femminile locale chiamata Sande, presente in undici delle quindici contee della Liberia. Questa setta ancestrale, impenetrabile da parte degli esterni, molto influente dal punto di vista politico, capace di muovere i voti e in consensi elettorali, organizza delle scuole - appunto nella foresta - dove le famiglie, a fronte del pagamento di una retta, spesso molto onerosa, mandano le loro figlie, piccolissime, affinché vengano tagliate ed educate dalle sacerdotesse di Sande su come diventare brave mogli, madri e casalinghe. Nel primo Stato africano che ha eletto una donna come presidente - Ellen Johnson Sirleaf - sradicare la barbarie delle Mgf è molto complicato, proprio per il grande potere e per l’infuenza della società Sande. 

Come spiega ActionAid, il fenomeno delle mutilazioni è molto diffuso nel Nordovest del Paese: in questa regione la Ong è particolarmente impegnata nel contrasto alla violenze sulle donne, con un intervento focalizzato nella creazione di spazi e momenti di formazione e condivisione dove ragazze e donne possano conoscere i loro diritti, parlare tra di loro, confrontarsi, rafforzando quella solidarietà femminile all’interno della comunità che le faccia sentire meno sole e dia loro il coraggio di lottare contro le mutilazioni genitali e la violenza sessuale.

Delle Mgf in Liberia si è cominciato a parlare grazie a Mae Azango, giornalista della testata FrontPage Africa, che per prima ha denunciato la pratica (ed è stata intervistata dalla Zuccalà nel suo documentario). Grazie a lei, qualcosa sta lentamente cambiando: molte altre donne si stanno muovendo, stanno alzando la loro voce e ActionAid è al loro fianco per sostenerle e portare avanti insieme la battaglia in favore delle donne, dei loro diritti e della loro libertà.

Dal fenomeno delle Mgf non sono esenti l'Europa e il nostro Paese. Secondo i dati raccolti nel 2019 dall'Università Milano Bicocca, in Italia oltre 87mila donne - di cui 7.600 minorenni - hanno subìto mutilazioni genitali nei Paesi di origine. Le bambine a rischio sarebbero circa 5mila. In occasione della Giornata mondiale del 6 febbraio, ActionAid lancia in Italia il progetto "Chain" - cofinanziato dal programma REC - Rights, Equality, Citizenship - Diritti, Uguaglianza, Cittadinanza dell'Unione europea e implementato in cinque Paesi europei - per promuovere azioni di prevenzione e di sostegno alle donne e alle ragazze attraverso incontri di formazione e sensibilizzazione. Fondamentali sono le figure dei community trainer, sette donne e un uomo, selezionate tra cinque comunità (Somalia, Nigeria, Egitto, Pakistan, Senegal), con l'obiettivo di collaborare con la Ong nelle attività formative, grazie alla loro capacità di influenza e alla loro autorevolezza all'interno della comunità di appartenza. 

«Le mutilazioni genitali femminili sono un’imposizione molto forte, una violenza atroce contro una bambina che viene fatta quando non è in grado ancora di capire», spiega Stella Okungbowa, community trainer per la comunità nigeriana. «Quando si è nel proprio Paese d’origine, all’interno di una famiglia, è difficile andare contro le credenze popolari mentre se siamo qui, si è più liberi. Ecco perché è importante parlarne, l’informazione è ancora poca. Bisogna far capire che quando una donna subisce questa pratica ci possono essere delle conseguenze gravi, se non nell’immediato, in futuro. Bisogna coinvolgere i genitori e spiegare che anche se loro hanno subìto questa pratica, non devono permettere che accada alle loro figlie. Bisogna dirlo chiaramente che toccare il corpo di una donna è una violenza».

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