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Il segretario di Aldo Moro: «Sentivo che sarebbe stato ucciso»

09/05/2018  «Subito pensai che non ci fossero speranze che la cosa finisse bene», spiega l’uomo ombra dello statista rapito e poi assassinato dalle Brigate rosse il 9 maggio del 1978. «Dopo il sequestro e l’uccisione della scorta mi sono detto che chi era stato capace di un gesto simile difficilmente lo avrebbe restituito vivo»

Il telefono aveva cominciato a squillare mentre si faceva la barba. Poco dopo le nove del 16 marzo 1978 il capo della Polizia Giuseppe Parlato aveva chiamato Nicola Rana per dirgli di accendere la radio e ascoltare cosa era accaduto. Poi aveva aggiunto: «Tra cinque minuti sono lì con la macchina, andiamo insieme in via Fani». Il segretario particolare di Moro, il suo collaboratore più stretto che in questi quarant’anni ha sempre mantenuto il massimo riserbo, ci parla di quei giorni terribili del rapimento. «Fui il destinatario della prima e dell’ultima lettera del presidente. Nella prima busta, oltre al biglietto per me, c’erano anche una missiva per la moglie e una per Francesco Cossiga. Ricordo che da subito pensai che non c’erano molte speranze perché la cosa finisse bene. Per la verità lo avevo già pensato guardando come era stata assassinata la scorta di Moro. Non dimenticherò mai il corpo a terra di Iozzino, colpito in testa, con il sangue che ancora fluiva sull’asfalto. Mi sono detto che chi era stato capace di un gesto simile difficilmente avrebbe restituito vivo Aldo Moro».

Nel suo appartamento pieno di libri e ricordi, di fotografie e telegrammi, di ritagli di giornale e appunti, ripercorre i suoi oltre 21 anni accanto al leader democristiano. «L’ultima volta che sentii la sua voce fu proprio quella mattina. Mi aveva chiamato per dirmi che ci saremmo visti in Parlamento senza passare prima dall’orefice in via del Corso che avrebbe dovuto stringergli il cinturino di un orologio appena regalatogli. Gli premeva che una ventina dei suoi studenti potessero assistere alla nascita del Governo che si sarebbe formato proprio quel giorno e mi dette istruzioni su come farli entrare senza creare impaccio, visto il loro numero. Poi saremmo andati all’università, alle 11, per le sedute di laurea. Anche da leader politico Moro non aveva mai abbandonato la sua passione di professore universitario. Il presidente aveva con sé le tesi. Ma le cose andarono diversamente…».

Dalla Puglia Rana era arrivato proprio al seguito del professore. Aveva fatto con lui, nel 1953, l’esame di Filosofia del diritto e poi, nel 1957, quello di Diritto penale. «Era gennaio, lavoravo già come cancelliere a Bari e Moro, dopo avermi dato 30 e lode, mi chiese se mi sarebbe piaciuto seguirlo alla Giustizia. Risposi immediatamente di sì e mi trasferii nella capitale. Da quel momento sono stato sempre con lui, alla Pubblica istruzione, al ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi. Se non lo avessero rapito e ucciso la strada era segnata verso la presidenza della Repubblica. Dopo Leone, nel 1979, sarebbe stato certamente Aldo Moro il prossimo presidente».

Non ama parlare di misteri e complotti, Nicola Rana. «Se non ho parlato per tutti questi anni è anche perché penso che quello che si doveva e poteva fare andava fatto in quei giorni. Il resto è inutile. Di Moro bisogna ricordare tutto quello che è stato, il suo pensiero, il suo modo di agire, anche la sua ironia. Un pensiero che ha conservato, lucido, anche nelle lettere. Non ho mai avuto dubbi che fosse lui a scrivere. Le sue argomentazioni erano proprio quelle del professore di diritto che avevo conosciuto. In quegli scritti c’era la sua abilità politica e anche fatti molto precisi. Ma è stato tutto inutile. Il 5 maggio, il giorno in cui arrivò la sua ultima lettera indirizzata alla moglie, fu uno strazio. Era un addio. Man mano che passavano i giorni qualcuno si fece delle illusioni. La mattina del 9 maggio Fanfani era quello più ottimista. Non so da dove traesse le sue speranze. Ma proprio quel giorno arrivò la notizia del ritrovamento del suo corpo. La storia dell’Italia cambiò».

Spazza via le ricostruzioni fantasiose. «Certo parlava più volentieri con Gorbaciov che con Kissinger e sapeva che gli americani non gradivano molto l’apertura a sinistra, ma non mi risultano particolari pressioni». E anche circa la sera del 15 marzo, la vigilia del rapimento, «quando parlammo a lungo con Moro in via Savoia, dove avevamo il centro studi», Rana precisa che «si è detto tanto su quell’incontro e sul perché, prima, fosse venuto un alto funzionario di Polizia. A distanza di anni non ricordo se fosse Spinella o lo stesso Parlato. Ricordo però che mi avevano rubato tante volte l’autoradio. Parlammo di questo e della sicurezza da assicurare al centro studi in assenza di Moro. C’erano documenti riservati e il presidente voleva che, quando non era fisicamente presente, altri non avessero accesso alle carte. Evidentemente, dunque, non temeva per la sua persona. Anche se il terrorismo si stava inasprendo era inimmaginabile che arrivassero a un uomo nella sua posizione. Io e lui, invece, parlammo di faccende private, della sua famiglia, dei suoi figli, di certi piccoli litigi. Nulla di rilevante per l’opinione pubblica. All’opinione pubblica dovrebbe interessare non disperdere il suo patrimonio di idee. Ma su questo, purtroppo, non vedo grande interesse…».

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