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martedì 06 dicembre 2022
 
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Il Papa: «No ai populismi, riscopriamo lo spirito di Helsinki»

13/09/2022  Nel suo primo discorso in Kazakhstan Francesco loda l'impegno del Paese per rafforzare la democrazia e chiede più giustizia sociale e meno corruzione. Ambiente, economia, lavoro, disarmo, tutela della dignità di tutti, dialogo nella terra che sta facendo tesoro dell'unità nella diversità: tanti i temi toccati

Dal nostro inviato

È una distesa di alberi e minareti che porta il Papa, dall’aeroporto, al palazzo presidenziale. Dopo un viaggio di sette ore che, a differenza di quello del 2001 di Giovanni Paolo II, non ha sorvolato né l’Ucraina né la Russia, Francesco incontro le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Arriva in sedie a rotelle e poi si alza brevemente salutato dai massimi onori civili e militari. Visibilmente provato dalla stanchezza e dal dolore del ginocchio ascolta l’inno nazionale accanto al presidente della Repubblica del Kazakhstan, Kassym-Jomart K.Tokayev, che lo aveva già accolto all’arrivo.

Parla di democrazia e di pace, il Pontefice. Consapevole degli sforzi che il Paese sta facendo contro le guerre. Non a caso proprio il presidente Tokayev è stato rappresentante personale del segretario generale delle Nazioni unite alla conferenza sul disarmo. «In questa terra tanto estesa quanto antica», ha subito detto il Papa, «vengo come pellegrino di pace, in cerca di dialogo e di unità». Prende a prestito lo strumento musicale tipico di queste zone, la dombra, della famiglia dei liuti, per dire della continuità che lega le diverse generazioni e le diverse stagioni storiche. In questa che Giovanni Paolo II definì «terra di martiri e di credenti, terra di deportati e di eroi, terra di pensatori e di artisti», la dombra è, secondo Francesco, un «simbolo di continuità nella diversità» che «ritma la memoria del Paese, e richiama così all’importanza, di fronte ai rapidi cambiamenti economici e sociali in corso, di non trascurare i legami con la vita di chi ci ha preceduto, anche attraverso quelle tradizioni che permettono di fare tesoro del passato e di valorizzare quanto si è ereditato».

Nur Sultan, un tempo Astana, capitale dello Stato, è un intreccio di palazzoni e costruzioni futuristiche. Nata in mezzo al deserto in luoghi che conoscevano solo la deportazione degli oppositori politici da parte dei sovietici, il terrore dei gulag, le torture, oggi diventa simbolo di riscatto e riconciliazione. Il Papa li ricorda quei «campi di prigionia» e «l'oppressione di tante popolazioni» nelle «città e nelle sconfinate steppe di queste regioni». Invita a ricordare i «grandi spostamenti di popoli», la «sofferenza» e a usare questo bagaglio «per incamminarsi verso l’avvenire mettendo al primo posto la dignità dell’uomo, di ogni uomo, e di ogni gruppo etnico, sociale, religioso».

Torna ancora alla dombra per dire che anche il Kazakhstan, come essa, suona su due corde: «temperature tanto rigide in inverno quanto elevate in estate; tradizione e progresso, ben simboleggiate dall’incontro di città storiche con altre moderne, come questa capitale. Soprattutto, risuonano nel Paese le note di due anime, quella asiatica e quella europea, che ne fanno una permanente "missione di collegamento tra due continenti"».

Parla al Kazakhstan, ma anche alla vicina Cina, alla Russia, all'Europa, agli Stati Uniti quando chiede di ricordare il proverbio locale - «La fonte del successo è l’unità» - per invitare all'armonia. In questo Paese «i circa centocinquanta gruppi etnici e le più di ottanta lingue presenti nel Paese, con storie, tradizioni culturali e religiose variegate, compongono una sinfonia straordinaria e fanno del Kazakhstan un laboratorio multi-etnico, multi-culturale e multi- religioso unico, rivelandone la peculiare vocazione, quella di essere Paese dell’incontro». Il principio «dell'unità nella diversità», d'altra parte era stato sottolineato anche dal presidente nel suo indirizzo di saluto. Insieme con la constatazione che i cristiani, dice sempre il presiendente, insieme con gli altri credenti, «contribuiscono fortemente alla costruzione di un Kazakhstan nuovi e giusto». Un Paese laico, a maggioranza musulmano, ma che riconosce la libertà religiosa di tutti e che promuove dal 2003 gli incontri tra i leader delle religioni mondiali. «La tutela della libertà, aspirazione scritta nel cuore di ogni uomo, unica condizione perché l’incontro tra le persone e i gruppi sia reale e non artificiale, si traduce nella società civile principalmente attraverso il riconoscimento dei diritti, accompagnati dai doveri», sottolinea il Papa.

E poi loda il Paese per aver abolito la pena di morte e lo incoraggia a rafforzare la democrazia «che costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio a favore dell’intero popolo e non soltanto di pochi». In uno Stato che ha avviato un processo per rafforzare le competenze del Parlamento e delle Autorità locali e una maggiore distribuzione dei poteri, Francesco ribadisce che «la fiducia in chi governa aumenta quando le promesse non risultano strumentali, ma vengono effettivamente attuate. Ovunque occorre che la democrazia e la modernizzazione non siano relegati a proclami, ma confluiscano in un concreto servizio al popolo: una buona politica fatta di ascolto della gente e di risposte ai suoi legittimi bisogni, di costante coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni non governative e umanitarie, di particolare attenzione nei riguardi dei lavoratori, dei giovani e delle fasce più deboli. E anche – ogni Paese al mondo ne ha bisogno – di misure di contrasto alla corruzione. Questo stile politico realmente democratico è la risposta più efficace a possibili estremismi, personalismi e populismi, che minacciano la stabilità e il benessere dei popoli».

Parla delle ingiustizie in un Paese ricco di fonti energetiche e che, tuttavia, vive in una insicurezza economica. «È una sfida», dice il Pontefice, «che riguarda non solo il Kazakhstan, ma il mondo intero il cui sviluppo integrale è tenuto in ostaggio da un’ingiustizia diffusa, per cui le risorse risultano distribuite in modo ineguale. Ed è compito dello Stato, ma anche del settore privato, trattare tutte le componenti della popolazione con giustizia e parità di diritti e doveri, e promuovere lo sviluppo economico non in ragione dei guadagni di pochi, ma della dignità di ciascun lavoratore».

Nuove minacce sono arrivate da quel viaggio di Giovanni Paolo II all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle. Il suo predecessore, ricorda Francesco «venne a seminare speranza subito dopo i tragici attentati del 2001. Io vi giungo nel corso della folle e tragica guerra originata dall’invasione dell’Ucraina, mentre altri scontri e minacce di conflitti mettono a repentaglio i nostri tempi. Vengo per amplificare il grido di tanti che implorano la pace, via di sviluppo essenziale per il nostro mondo globalizzato. È dunque sempre più pressante la necessità di allargare l’impegno diplomatico a favore del dialogo e dell’incontro, perché il problema di qualcuno è oggi problema di tutti, e chi al mondo detiene più potere ha più responsabilità nei riguardi degli altri, specialmente dei Paesi messi maggiormente in crisi da logiche conflittuali. A questo si dovrebbe guardare, non solo agli interessi che ricadono a proprio vantaggio. È l’ora di evitare l’accentuarsi di rivalità e il rafforzamento di blocchi contrapposti. Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo “spirito di Helsinki”, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico pensando alle nuove generazioni. E per fare questo occorre comprensione, pazienza e dialogo con tutti».

Occorre piantare semi, come sta facendo il Kazakhstan che ha rinunciato alle armi nucleari e che coltiva una convivenza tra le religioni insieme con un impegno per l'ambente messo in risalto da Expo 2017. Per questo il Kazakhstan ha la vocazione a essere «Paese dell’incontro».

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