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E anche questa volta ci siamo riusciti. È una caratteristica tutta italiana quella di ereditare le mode dall’estero. E, magari, fossero quelle di buon senso! Per esempio, potremmo copiare dalla Germania la sua capacità di creare un vero stato sociale sul fronte delle abitazioni, garantendo alla gente la possibilità di affittare casa a prezzi ragionevoli invece di strozzinare chi casa non se la può permettere come accade da noi lasciando il mercato dell’immobile nelle mani dei privati e non permettendo, invece, un’edilizia pubblica di qualità. Dalla Francia, invece, potremmo prendere ispirazione sulle politiche familiari giacché da loro è previsto e ben voluto che tu faccia figli tanto da cercare di semplificare la vita (e le tasche) dei genitori.
Qui i bambini non possono entrare
Noi no. Noi ci facciamo contagiare dal movimento No Kids ovvero, “qui i bambini non possono entrare”. Perché? Perché piangono, corrono, sono rumorosi e disturbano gli altri. Movimento a cui, negli Usa, hanno aderito ristoranti, pasticcerie, hotel, spiagge e che adesso sta dilagando anche in Italia. Tendenza che mira a un target specifico, quello dei childfree, confermato anche dai dati Ocse, se in Italia il 24 per cento delle donne nate nel 1965 non ha avuto figli. A dire che l'appeal di bimbi paffuti, pannolini e biberon è in netta discesa. E che le coppie senza figli sono in aumento.
In provincia di Brescia c’è stato un caso che è balzato agli occhi ben prima che si diffondesse questa moda. Sei o sette anni fa, infatti, un ristorante, pizzeria, pasticceria e bar ha posto qualche limite alla presenza di bambini. «Escludendoli» ci spiegano al telefono «dalle prenotazioni dopo le 21 bimbi. Certo parliamo di bambini fino ai 10 anni perché dopo sono molto più gestibili». Eppure molto più critiche sono state scatenate dai cartelli affissi in giro per il locale in cui si chiede di tenere sotto controllo i propri figli; «perché l’ambiente è ampio e sicuro, ma non è un parco giochi» è la motivazione della proprietà. Allora, ci viene da dire, la questione del No kids nasce da un problema con i genitori… «Sì e dall’insoddisfazione dei clienti; per questo invitiamo a tenere i figli sotto controllo e, laddove non sono graditi, evitiamo che ci siano. In ogni caso credo che i locali, in base a quello che propongono, facciano bene a scegliere come vogliono».
La legge e il buon senso
Eppure la legge non è dalla parte del “faccio come voglio”. Se, per esempio, Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi, avverte: «Non è possibile vietare l'ingresso ai bambini, lo proibisce la legge. Un albergatore è tenuto a respingere un cliente soltanto se non ha con sé un documento di identità». Ma la legge non vince sul buon senso e nemmeno lo plasma perché, se così fosse, lo slogan cambierebbe in No Kids, no life. Soprattutto in un Paese come il nostro che ha toccato punte inedite di denatalità.
Qui i bambini non possono entrare
Noi no. Noi ci facciamo contagiare dal movimento No Kids ovvero, “qui i bambini non possono entrare”. Perché? Perché piangono, corrono, sono rumorosi e disturbano gli altri. Movimento a cui, negli Usa, hanno aderito ristoranti, pasticcerie, hotel, spiagge e che adesso sta dilagando anche in Italia. Tendenza che mira a un target specifico, quello dei childfree, confermato anche dai dati Ocse, se in Italia il 24 per cento delle donne nate nel 1965 non ha avuto figli. A dire che l'appeal di bimbi paffuti, pannolini e biberon è in netta discesa. E che le coppie senza figli sono in aumento.
In provincia di Brescia c’è stato un caso che è balzato agli occhi ben prima che si diffondesse questa moda. Sei o sette anni fa, infatti, un ristorante, pizzeria, pasticceria e bar ha posto qualche limite alla presenza di bambini. «Escludendoli» ci spiegano al telefono «dalle prenotazioni dopo le 21 bimbi. Certo parliamo di bambini fino ai 10 anni perché dopo sono molto più gestibili». Eppure molto più critiche sono state scatenate dai cartelli affissi in giro per il locale in cui si chiede di tenere sotto controllo i propri figli; «perché l’ambiente è ampio e sicuro, ma non è un parco giochi» è la motivazione della proprietà. Allora, ci viene da dire, la questione del No kids nasce da un problema con i genitori… «Sì e dall’insoddisfazione dei clienti; per questo invitiamo a tenere i figli sotto controllo e, laddove non sono graditi, evitiamo che ci siano. In ogni caso credo che i locali, in base a quello che propongono, facciano bene a scegliere come vogliono».
La legge e il buon senso
Eppure la legge non è dalla parte del “faccio come voglio”. Se, per esempio, Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi, avverte: «Non è possibile vietare l'ingresso ai bambini, lo proibisce la legge. Un albergatore è tenuto a respingere un cliente soltanto se non ha con sé un documento di identità». Ma la legge non vince sul buon senso e nemmeno lo plasma perché, se così fosse, lo slogan cambierebbe in No Kids, no life. Soprattutto in un Paese come il nostro che ha toccato punte inedite di denatalità.





