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martedì 25 gennaio 2022
 
 

Non solo droga, le dipendenze oggi

29/04/2011  A 36 anni dalla protesta che portò alla legge 685, che non trattò più il tossicodipendente da criminale ma da persona bisognosa d'aiuto, il Gruppo Abele fa il punto della situazione.

Sono passati quasi 36 anni da quando – era il 28 giugno 1975 –  don Luigi Ciotti con  suoi volontari del Gruppo Abele piantò una tenda nel centro di Torino, in piazza Solferino e, con uno sciopero della fame, protestò contro un legge sulla droga che puniva i tossicodipendenti con il carcere o il manicomio. Anche grazie a quell'azione si arrivò alla legge 685 del 22 dicembre  1975 che considerava la tossicodipendenza un problema sociale e sanitario, non più solo di ordine pubblico.

Da allora molte cose sono cambiate, e non tutte in meglio. La dipendenza, oggi, si declina al plurale: non solo più droghe (il cui commercio comunque rimane saldamente in mano alle mafie), ma anche gioco, realtà virtuali capaci di schiavizzare, alcol (consumato a età sempre più precoci), cibo (in eccesso o in difetto). Il Gruppo Abele ha fatto un bilancio sui risultati conseguiti e sulle questioni irrisolte in un convegno a Torino, “Dipendenze & Consumi”, con esperti e operatori del settore.


Famigliacristiana.it ne ha parlato con uno dei più stretti collaboratori di don Luigi Ciotti, lo psicologo Leopoldo Grosso.

Qual è l'emergenza più stringente in questo momento?

«La situazione nelle carceri. Abbiamo 67 mila detenuti su una capienza di 45 mila e di questi, 24 mila sono tossicodipendenti, molto spesso abbandonati a loro stessi. La spesa annuale per detenuto è stata ridotta da 13 mila euro l'anno a 6 mila, senza contare i tagli agli operatori specializzati. Accedere ai benefici di legge, come il lavoro all'esterno, diventa sempre più difficile dopo che questa possibilità è stata esclusa per i recidivi, quando sappiamo tutti che un tossicodipendente, se non viene aiutato a reinserirsi nella società, rischia di ricascarci. In questo senso, dalla legge Fini-Giovanardi in poi del 2006, siamo tornati indietro, a una concezione che vede il drogato prima di tutto come un potenziale criminale».



Ci sono invece dati positivi?

«Trent'anni fa un tossicodipendente raramente superava i 40 anni. Oggi non è più così, grazie soprattutto alle politiche di "riduzione del danno” per le persone che non riescono a smettere. In pratica, non si richiede l'astinenza totale come requisito per prendersi cura del tossicodipendente. Si cerca di evitare lo scambio di siringhe, gli si dà un pasto caldo, si cerca il più possibile di evitare che si trasformi in un emarginato. In questo modo c'è stata una forte riduzione dei decessi per overdose. Purtroppo, queste politiche di “riduzione del danno” fanno fatica ad affermarsi ovunque a causa delle resistenze di cui parlavo prima».

In questi anni è cambiata anche la considerazione sociale del tossicodipendente, in particolare fra i giovani: negli anni '80 l'eroinomane era percepito come un perdente, uno da cui stare alla larga. Oggi invece il giovane che in discoteca sniffa cocaina o ingoia pasticche di ecstasy si sente un “figo”, non pensa nemmeno di essere un drogato. Come mai?

«È un cambiamento legato al modo in cui la droga viene consumata. L'eroina è una droga da “estraniamento”, da gente che si rinchiude in un suo mondo, usa strumenti come siringhe e lacci e rischia di morire da un momento all'altro. Un'immagine, appunto, da perdenti. Sniffare o succhiare una pasticca, invece, dà l'impressione di non correre rischi. La cocaina e l'ecstasy, inoltre, sono droghe “da prestazione”, legate a una cultura dello stare insieme, del divertimento: si prendono per “dare il massimo” quando ci si trova in compagnia di altri. Ma anche se non creano una dipendenza paragonabile all'eroina, i rischi sono comunque elevatissimi: da quelli fisici, come l'ictus e l'infarto, a quelli psichici legati ad alterazioni del comportamento che possono portare a improvvise esplosioni di violenza o a deficit dell'attenzione responsabili di tanti incidenti stradali. In questi casi si cerca di intervenire con operatori che girano nei locali per responsabilizzare i giovani. Ma anche questi servizi sono poco diffusi o addirittura drasticamente tagliati come di recente ha fatto la Regione Piemonte».

Gli spot antidroga che passano in Tv sono utili?

«Tutti gli studi avanzano fortissimi dubbi sulla loro efficacia. In particolare sull'ultimo, in cui si mostra un ragazzo che dopo aver preso una pasticca vede la sua ragazza in sogno trasformarsi in un vampiro, ho molte perplessità, perché i vampiri oggi, con la saga di “Twilight”, esercitano molto fascino fra i giovani».

A proposito di giovani, ha destato scalpore in questi ultimi giorni la storia di quel gruppo che, dopo aver partecipato a un rave party in Toscana, ha ridotto in fin di vita due carabinieri che li avevano fermati in auto. A parte il guidatore, gli altri erano tutti minorenni incensurati. I genitori, come spesso capita in questi casi, dicono di cadere dalle nuvole, che avevano sempre pensato che i loro figli fossero ragazzi a posto. Com'è possibile mantenere questa doppia vita?


«Queste nuove droghe possono avere effetti potentissimi nell'immediato, che però si dissolvono nel giro di poche ore, consentendo di apparire perfettamente “normali” il giorno dopo. I genitori dovrebbero riprendere a fare il loro mestiere, dialogando con i loro figli, mettendoli in guardia dai rischi che corrono, ma anche controllandoli, cosa che invece non fanno più. Quando vanno fuori la sera, dovrebbero almeno qualche volta aspettarli per vedere in che condizioni tornano».

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