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giovedì 18 aprile 2024
 
 

Se la pizzica diventa un affare

26/08/2011  Uno studio di due docenti della Bocconi evidenzia il forte impatto economico che il festival "La notte della Taranta" esercita sulla Puglia e, in particolare, sulla provincia di Lecce.

    In principio era vicenda di disperati e reietti. Il morso del ragno solo un pretesto, in realtà, per indicare il male oscuro dell'anima; la musica, ritmica e ossessiva, come unico esorcismo che si potevano permettere gli umili per ottenere da quel male solo una tregua temporanea. Perché, scriverà l'antropologo Ernesto De Martino, questa del Salento è la «terra del rimorso» per eccellenza, dove tutto, anche il malessere della psiche, ritorna sempre uguale a sé stesso. Come l'avvicendarsi delle stagioni, il lavoro dei contadini e le salmodie nelle chiese. Tutto cancellato, o quasi. Oggi il mitico ragno, messa da parte memoria storica e tradizioni ancestrali, è un brand turistico da esibire con fierezza su gadget e t-shirt, bottiglie di vino e cartoline ricordo. Il "sud del Sud dei Santi", come diceva Carmelo Bene, è diventato nell'immaginario collettivo la "nuova Ibiza", la "California d'Italia", una "Las Vegas dilatata". E via così, di cliché in cliché.

     Mentre Ludovico Einaudi è pronto a salire sul palco per il concertone finale dell'edizione numero 14 della Notte della Taranta, sabato 27 agosto, in quel di Melpignano, in provincia di Lecce, c'è chi ha fatto i conti in tasca alla manifestazione che dal 1998 raccoglie migliaia di persone che giungono da ogni parte d'Italia per sfrenarsi al ritmo dei tamburelli sulle note di vecchi stornelli d'amore (negato) e di duro lavoro nei campi. Giuseppe Attanasi, salentino d'origine e docente di Economia politica all'Università Bocconi di Milano, e Filippo Giordano, docente alla Sda dello stesso Ateneo, hanno condotto un'indagine sulle edizioni del Festival nel periodo 2007-2010. Ne è nato un libro: Eventi, cultura e sviluppo. L'esperienza de La Notte della Taranta (Egea editore). Il bilancio, direbbero gli economisti, è saldamente in attivo. Un dato spicca su tutti: il ritorno in termini economici è di 2,7 volte il capitale investito, pari al 270 per cento. Tradotto: per ogni euro investito nella kermesse se ne incassano complessivamente tre.  

    Non c'è dubbio che il Festival, in termini di popolarità e presenze, sia cresciuto di anno in anno attestandosi ormai come un evento di livello nazionale e non solo. Lo studio dei due docenti della Bocconi dimostra come ai 14 concerti itineranti che precedono il gran finale un visitatore su dieci viene dalla Puglia e quattro su cinque da un'altra regione italiana. All'evento di Melpignano, invece, i due terzi dei turisti arrivano da fuori regione mentre i pugliesi sono solo un terzo. Un respiro non solo locale, dunque, raggiunto anche grazie agli artisti di calibro internazionale che si sono avvicendati ogni anno per coordinare i musicisti dell'ensemble: dall'ex batterista dei Police, Stewart Copeland, ad Ambrogio Sparagna, che ha lanciato l'Orchestra popolare, da Joe Zawinul a Vittorio Costa, fino a Mauro Pagani e Ludovico Einaudi. Non meno prestigiosa la pattuglia di cantanti che in questi anni si sono cimentati con i ritmi della pizzica, da Teresa De Sio a Francesco De Gregori, da Lucio Dalla a Carmen Consoli, da Gianna Nannini a Giovanni Lindo Ferretti fino a Franco Battiato e i Radioderwish. Quest'anno, a dimostrazione che la contaminazione non ha davvero confini, sono saliti sul palco gli irlandesi Chieftains, autori della colonna sonora di Barry Lindon di Kubrick, e il percussionista giapponese Joji Hirota. Senza dimenticare che qualche mese fa ad incoronare la pizzica salentina come blues del futuro e nuova regina della musica internazionale è stato nientemeno che il Wall Street Journal con un reportage di Joel Weickgenant.

    Dai dati raccolti, tratti da un questionario fatto compilare a quasi novemila partecipanti al Festival negli anni scorsi, è emerso infatti che il 70 per cento degli aficionados della taranta considera i concerti raduni folcloristici di massa in grado di rappresentare ed esportare le radici salentine all'estero. Quanto al business, lo studio spiega che a fronte di un investimento complessivo, nelle quattro edizioni prese in esame, pari a 3.800.000 euro, la Grecìa Salentina – l'area dove anticamente si parlava il griko e dove oggi si svolgono i concerti – e l'intera provincia di Lecce hanno avuto un ritorno di 11.380.000 euro. Un indotto generato dai turisti arrivati nel Salento solo per assistere al Festival ai quali bisogna aggiungere coloro che hanno scelto il Tacco d'Italia anche, ma non solo, per assistere alla kermesse.

     Si arriva così a un ritorno economico sul territorio, diretto e indotto, pari a 25.380.000 euro. «Se costante nel tempo», concludono i due ricercatori, «l'azione del Festival quale catalizzatore di interesse e promotore del turismo salentino diventerebbe ancora più profonda e pervasiva in termini di risultati nel lungo periodo, e tale da fidelizzare i visitatori non solo a sé, ma anche (o soprattutto) alla terra che lo accoglie». È ancora troppo presto, insomma, per dire che la Notte della Taranta sia riuscita nel miracolo di creare un turismo stabile e duraturo in grado di attrarre gente ed essere fonte di occupazione non solo nei mesi estivi ma anche durante il resto dell'anno. Le premesse ci sono tutte, a patto che per un business di breve durata non si svenda l'identità di una terra irriducibile ai canoni di altri posti senza memoria nati solo per essere “divertimentifici”.  

 
 
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