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Papa Leone XIV, prima di incontrare le vittime di abusi, ha raccomandato ai vescovi spagnoli di continuare ad ascoltarle per sanare quella che è "una ferita ancora aperta"
Un incontro voluto proprio da papa Leone, «dal primo momento in cui si è cominciato a organizzare il viaggio e organizzato da mesi», dice al quotidiano La Razòn, una fonte vaticana. Un gruppo di vittime di abusi da parte del clero, seguite con il progetto Repara, lanciato dall’arcidiocesi di Madrid per offrire assistenza psicologica, accompagnamento spirituale e consulenza legale alle vittime di abusi (anche quelle colpite furi dall’ambito ecclesiale), si intrattenuto per oltre un’ora con il Pontefice nella sede della nunziatura apostolica. Sei persone, di cui non sono stati resi noti nomi e storie per proteggere la privacy di chi già porta ferite enormi. «Le vittime sono terra sacra e in nessun caso possono essere esposte. Non si tratta di un incontro segreto per motivi di garanzia per la Chiesa, ma di evitare che possano essere ancora strumentalizzate», fanno sapere, attraverso la stampa spagnola, gli operatori del progetto. «Il Papa», aggiungono, «non viene a farsi una foto e a distribuirla, viene ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare il loro dolore, per quanto possibile, a consolare e a cercare le misure adatte, per quanto è nelle sue possibilità, per riparare».
E di ascolto parla anche il comunicato ufficiale del Vaticano. >A partire dalle proprie dolorose vicende personali ciascuno dei presenti ha offerto al Papa alcune proposte per rendere più efficace la risposta della Chiesa a casi così drammatici. Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, ha assicurato la sua vicinanza e quella di tutta la comunità ecclesiale e il suo impegno perché le proposte ricevute siano un fondamento per ulteriori sforzi e la Chiesa possa essere luogo sicuro e spiritualmente sano, dove le ferite trovino conforto e guarigione» All’esterno protestano, per la loro esclusione, alcune associazioni di vittime, come Infancia Robada o Mans Petites, che accusano la Chiesa di aver scelto «vittime addomesticate».
In realtà, come aveva spiegato all’inizio del viaggio lo stesso Prevost, «non si possono ascoltare tutte le vittime» ma lui, come ha sempre fatto nel corso della sua missione, continuerà a combattere il fenomeno e a cercare soluzioni per ridurre il trauma perché sa che questa, anche in Spagna, è «una ferita ancora aperta».




