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«Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Si allontanano dall’evidenza che non è di loro gusto, preferendo divinizzare l’errore, se l’errore seduce. Chi può fornire loro illusioni è facilmente il loro padrone, chiunque tenti di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima».
La frase di Gustave Le Bon apre Verosimile. Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua), il nuovo libro di Andrea Pennacchioli, giornalista televisivo, conduttore di Omnibus su La7 e autore con una lunga esperienza nel mondo dell’informazione.
Il volume è un viaggio dentro la trasformazione del dibattito pubblico: dalle fake news alla comunicazione politica, dalla crisi dei corpi intermedi alla polarizzazione dei social network, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale. Al centro una domanda decisiva: cosa accade alla democrazia quando il confine tra vero e falso diventa sempre più fragile?
Come scrive Enrico Mentana nella prefazione, Pennacchioli analizza il fenomeno delle “fake inaffondabili”: narrazioni che resistono anche dopo essere state smentite, perché non vivono più soltanto dei fatti, ma delle emozioni, delle identità e delle appartenenze.
Come nasce l’idea di questo libro?
«Nasce durante il periodo del Covid. Io non sono un saggista, sono un giornalista che da vent’anni lavora nell’informazione. In quei mesi mi sono trovato davanti a una contraddizione enorme: da una parte con mio padre vedevo negli ospedali il dolore delle persone, il lavoro dei medici e degli infermieri; dall’altra, in televisione, assistevo a discussioni in cui anche la scienza e la realtà dei fatti diventavano terreno di scontro. Mi sono chiesto come fosse possibile che perfino ciò che sembrava evidente potesse diventare negoziabile. Da lì è nato il bisogno di capire come siamo arrivati a questo punto.
Il titolo contiene una parola chiave: “verosimile”. Non parliamo più solo di falso, ma di qualcosa che sembra vero. Perché alcune narrazioni riescono a convincere più dei fatti?
«Perché spesso cerchiamo risposte semplici a problemi complessi. Una spiegazione immediata ci rassicura. Temi come immigrazione, guerre, Europa, economia vengono spesso ridotti a slogan. Anche la politica è cambiata: con la crisi dei partiti tradizionali si è affermato un modello più personale, in cui conta molto la capacità di comunicare. Il leader diventa quasi un prodotto: può avere grande forza emotiva, ma manca quella struttura collettiva che un tempo garantiva confronto e mediazione».


Andrea Pennacchioli.
Parla di “fake inaffondabili”. Perché alcune falsità continuano a vivere anche dopo essere state smentite?
«Perché non riguardano solo l’informazione, ma il modo in cui percepiamo noi stessi. Nel libro racconto un episodio realmente accaduto che ha dato origine agli studi sull’effetto Dunning-Kruger. Un uomo negli Stati Uniti decise di rapinare una banca convinto di non poter essere riconosciuto dalle telecamere. Il motivo? Aveva letto su internet che spalmando succo di limone sul viso sarebbe diventato invisibile alle telecamere, come se fosse un trucco per nascondere la propria immagine. Dopo la rapina tornò a casa e fu arrestato. Quando chiese ai poliziotti come avessero fatto a trovarlo, rimase sorpreso dalla risposta: era stato ripreso chiaramente perché aveva agito a volto scoperto. Da questo episodio i due psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger elaborarono una riflessione più ampia: spesso chi ha meno conoscenze in un ambito può sopravvalutare le proprie competenze, mentre chi è davvero esperto tende a essere più consapevole della complessità».
Viviamo in una stagione in cui algoritmi e bolle informative rafforzano le nostre convinzioni e ci danno l’impressione di essere sempre informati….
«Il punto non è colpevolizzare. Lo dico anche nel sottotitolo: non è colpa tua. La questione diventa ancora più delicata quando tutto questo entra nel dibattito pubblico: non possiamo mettere sullo stesso piano chi ha studiato per anni un tema e chi porta soltanto un’opinione personale. Il compito del giornalismo è anche quello di restituire un ordine alla realtà».
Quando ogni gruppo costruisce la propria versione della realtà, cosa rischia la comunità?
«Rischiamo una società fatta di tante piccole bolle. Un tempo i partiti, con tutti i loro limiti, erano grandi contenitori dove convivevano idee diverse e il confronto era parte della vita pubblica. Oggi è più facile seguire un leader o una narrazione unica».
L’intelligenza artificiale è una nuova frontiera o un nuovo rischio?
«È entrambe le cose. L’intelligenza artificiale può offrire opportunità straordinarie, ma stiamo delegando sempre più potere a pochi soggetti tecnologici. Nel libro cito un passaggio dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Il richiamo centrale è che la tecnologia non può sostituire la dignità della persona. Una simulazione della verità non è la verità. Se non costruiamo ora regole e responsabilità, domani sarà molto più difficile farlo».
Viviamo sommersi dalle informazioni ma spesso più disorientati. È il paradosso dell’infodemia?
«Sì. Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma proprio questo rende più difficile distinguere ciò che conta. Umberto Eco aveva intuito il problema quando paragonava i social al bar dello sport: il web ha dato voce a tutti, ma senza più filtri una qualsiasi opinione può sembrare equivalente a una competenza. La soluzione passa dalla scuola, che si dovrebbe fare carico di queste problematiche. Le nuove generazioni devono imparare non solo a usare gli strumenti digitali, ma a comprenderne i meccanismi».
La prefazione di Enrico Mentana richiama una delle sfide centrali del giornalismo: difendere il confine tra realtà e rappresentazione. Come può l’informazione recuperare fiducia?
«Con una profonda analisi di coscienza. Il giornalismo di qualità ha bisogno di essere sostenuto: le inchieste costano, la verifica richiede tempo. Il problema è che spesso è più facile cercare un’informazione gratuita che riconoscere valore a un lavoro professionale. Dobbiamo ricostruire un sistema capace di parlare anche alle nuove generazioni. La percezione della realtà non è la realtà. Non possiamo e non dobbiamo accontentarci».



