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Giovanni Ferrero: Nutella & C, tutti i segreti di un successo

16/02/2015  L’erede di una dinastia laboriosa e schiva si confida: la globalizzazione, la crisi, la creatività che porta da sempre a orientare i gusti. Ma anche il rapporto con Dio, i genitori, la moglie, i due figli. E con i 25 mila dipendenti sparsi nel mondo. Riproponiamo l'intervista pubblicata su Famiglia Cristiana n.29 del 2013.

L’imperatore romano Pertinace era di quelle parti. Orgoglioso, sì, ma fino a un certo punto: non esitava a definire i dintorni di Alba come ager squalidus, ovvero una terra aspra, disabitata, inospitale. Diciotto secoli dopo era cambiato poco o nulla se Beppe Fenoglio ambientava lì e non altrove il suo racconto La Malora, eloquente sin dal titolo.
Oggi, invece, Alba e le Langhe sono sinonimo di vino e tartufi, di gusto e bellezza. Un riscatto meritato. Cui non è estranea, anzi, la Ferrero: vuoi per aver valorizzato certe produzioni locali (le nocciole Piemonte – elemento base della famosissima Nutella – sono ormai un marchio riconosciuto e tutelato), vuoi soprattutto per aver salvato quella zona da un progressivo impoverimento economico, sociale e demografico, grazie a generazioni di operai-contadini. Giovanni Ferrero, nipote del fondatore, è l’erede di una dinastia laboriosa e schiva.
Nato a Torino il 21 settembre 1964, in giovane età si è trasferito a Bruxelles con la famiglia. Buoni studi in Europa, ottime specializzazioni negli Usa, dal 1997 e fino alla primavera del 2011, ha condiviso con il fratello Pietro la responsabilità di amministratore delegato della Ferrero international, la holding del Gruppo Ferrero, basata in Lussemburgo.
All’indomani della tragica morte di Pietro (18 aprile 2011) ha preso il timone del gruppo, in accordo con il padre Michele, che a 88 anni rimane una bussola per tutti.

– Signor Ferrero, la crisi batte la Nutella o accade il contrario?

«Il Corriere della Sera qualche settimana fa titolava: “La Nutella non va in recessione”. In effetti, il nostro gruppo ha chiuso lo scorso esercizio con un fatturato consolidato di 7,8 miliardi di euro, in crescita dell’8 per cento rispetto al periodo precedente. L’anno in corso sarà ancora migliore. Si è potuto raggiungere questo risultato nonostante la difficile congiuntura internazionale e malgrado il perdurante rallentamento nei consumi in molti Paesi europei.
A un tale tasso di crescita, ha fatto peraltro eccezione l’Italia, dove il diminuito potere di acquisto ha penalizzato non poco i nostri prodotti. Tuttavia non abbiamo messo nessuno in cassa integrazione, strumento al quale non abbiamo mai fatto ricorso nella nostra storia.
La battuta d’arresto in Italia è stata per fortuna largamente compensata dalla nostra espansione in altre aree, con risultati eccezionali soprattutto in alcuni mercati asiatici, negli Stati Uniti e in Russia. Un dato su tutti merita attenzione: 5 anni fa il Pil europeo generava il 25 per cento della ricchezza mondiale; oggi è sceso al 20 per cento e nei prossimi anni scenderà ancora. Il mondo del futuro sarà quindi meno europeo e la sua ricchezza verrà distribuita in modo completamente diverso. Da qui la necessità anche per noi di adeguarci a questa nuova sfida».

– Avete la fama di essere più “olivettiani” di Olivetti: il sistema di welfare aziendale che avete elaborato negli anni in cosa consiste esattamente? Resisterà al pessimo frangente socio-economico che stiamo vivendo o sarete costretti a ridimensionarlo?

«Negli anni ’50/60 Adriano Olivetti aveva sognato di realizzare a Ivrea, attorno alla sua fabbrica, solidarietà sociale, cultura, bellezza, qualità della vita. Ma, purtroppo, il suo sogno è durato poco. È anche vero che quasi in contemporanea, nel 1961, mio padre Michele, il quale giovanissimo aveva raccolto il testimone della guida dell’azienda da suo padre, morto prematuramente, organizzava ad Alba una serie di convegni di studi sociali: erano gli albori della “responsabilità sociale d’impresa”, quando questo concetto non esisteva neppure. Nel 1983 vedeva la luce l’Opera sociale Ferrero, concepita inizialmente come piccola struttura per accogliere i dipendenti in pensione e dar loro il sentimento di continuare a far parte dell’azienda. Quel nucleo si è progressivamente ingrandito, man mano che il gruppo cresceva, divenendo Fondazione nel 1991. Grazie alla guida di mia madre, Maria Franca, la Fondazione è cresciuta ogni anno di più sino a divenire il centro sociale, educativo e culturale che è oggi. Proprio quest’anno ne festeggiamo il trentennale: 30 anni di assistenza morale e materiale a migliaia di nostri ex dipendenti; 30 anni di iniziative culturali, di eventi, attività editoriali, esposizioni».

– Suo padre ha di recente istituito le Imprese sociali Ferrero. Cosa sono?

«Non si tratta di opere assistenziali, ma di imprese vere e proprie che devono realizzare profitti e hanno quindi una duplice valenza: creare nuovi posti di lavoro in aree meno favorite del pianeta e destinare una parte delle risorse per favorire la salute e l’istruzione dei bambini e dei ragazzi nelle aree in cui operano tali insediamenti. Sinora ne abbiamo create tre, in India (impiega circa 1.900 persone), Sudafrica (360 dipendenti) e Camerun (200)».

– Resisteranno alla crisi economica?

«Di una sola cosa sono certo: noi ce la metteremo tutta per non diminuire, ma anzi per accrescere queste opere che sono parte integrante della nostra etica e filosofia aziendali. Il nostro motto è e resterà quello dettato da mio padre nel 1996: “Lavorare, creare, donare”».

– Interpellati, gli studenti di Economia e commercio italiani sognano in schiacciante maggioranza di lavorare da voi. Vi preferiscono a Google e a Microsoft. Perché tanto appeal?

«Penso che da una parte ciò dipenda dai nostri prodotti, probabilmente per quella componente di scelta che è più fortemente emozionale. Lavorare per un “love brand” come Nutella è di per sé un elemento di forte attrazione per un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro. D’altra parte, nella sua componente più razionale, la scelta è probabilmente guidata dal nostro modello di business: una visione di lungo termine che poggia saldamente sull’economia reale e rifugge da quella virtuale; una multinazionale finanziariamente solida, con radici locali, ma che opera nel mondo intero in tutti i continenti. I nostri 20 stabilimenti produttivi sono ubicati, oltre che in Italia (dove ne abbiamo 4), dall’Australia al Canada, dalla Russia al Brasile, dalla Turchia, alla Germania e al Messico».

– Come spiega il forte senso di appartenenza dei vostri dipendenti?

«Qualche giorno fa ho personalmente consegnato 463 riconoscimenti concreti nell’Auditorium della Fondazione ad Alba a nostri dipendenti per i loro 25, 30, 35 e 40 anni di anzianità aziendale, in una cornice di sentita partecipazione. Chi entra in Ferrero è immediatamente cosciente di entrare a far parte di una grande famiglia dove si cerca di infondere sin da subito lo spirito di squadra. E ciò non solo durante il periodo del rapporto di lavoro, ma anche dopo. Tutti i nostri collaboratori, di qualsiasi ordine e grado, hanno coscienza che Ferrero opera con l’obiettivo di sviluppare legami di lungo termine con loro. Uno dei primi corsi per i neo-assunti si chiama “Ferrerità” e ha come temi trattati i valori comuni che animano gli operai, gli impiegati e i dirigenti di Ferrero. Per Ferrero le persone e le loro qualità fanno la differenza».

– Come vede l’Italia? È al capolinea?

«Non si può parlare di Italia senza osservare lo scenario globale. Le spese e i debiti pubblici fuori controllo, la fragilità delle cosiddette monete forti, l’euro e il dollaro, le instabilità politiche in molti Paesi, le crescite demografiche ed economiche disomogenee nelle varie geografie, lo sviluppo tumultuoso di nazioni come Cina, India, Brasile, aprono scenari problematici. Nel nostro caso ciò vale anche per gli approvvigionamenti di materie prime e per l’evoluzione dei consumi mondiali. In un simile contesto mondiale l’Italia è fragile per la presenza di un pesante debito pubblico e di un decremento della popolazione attiva. Ma la storia ci insegna che gli italiani sanno esprimere la parte migliore di sé proprio nei momenti di maggior difficoltà. Personalmente continuo a credere fortemente che questa battaglia per un nuovo rinascimento vada combattuta in un’ottica europea e non solo nazionale. Lavoro, immigrazione e moneta oggi sono variabili macroeconomiche, di dimensioni europee, la cui gestione non può che essere affrontata in collaborazione e in sinergia con i nostri partner europei. Per vincere abbiamo bisogno di alleati».

– Siete una delle poche multinazionali italiane. Perché da noi il sistema imprenditoriale è così gracile? Colpe proprie (inerzia, pigrizia, mancanza di idee e di coraggio) o colpe altrui (Stato, tasse, corruzione)?

«Il sistema imprenditoriale italiano è in difficoltà per il contesto economico, internazionale e nazionale, di cui abbiamo appena parlato. Per riprenderci possiamo e dobbiamo operare per accrescere la nostra competitività. Pesano sulla nostra economia, come una coperta di piombo, un’eccessiva tassazione, un elevato tasso di burocratizzazione, una difficoltà di accesso al credito, un’esasperante lentezza nella soluzione in giudizio delle controversie commerciali. Se riusciremo a eleminare o alleggerire queste pesanti sovrastrutture, la ripresa non potrà mancare e con essa il ritorno al benessere e alla prosperità».

– La sua è una vita in continuo movimento. Come interpreta le sue radici italiane?

«In effetti, il lavoro mi costringe a viaggiare moltissimo. Sono spesso ad Alba, dove continua a pulsare il cuore della nostra azienda, con la sua capacità di innovare, di produrre e di esprimere qualità, fattore quest’ultimo al quale teniamo moltissimo. La mia italianità cerco di interpretarla, comunque, quotidianamente, attraverso tre valori: creatività, flessibilità e famiglia. Il primo, la creatività, è il fondamento della nostra azienda, siamo cresciuti creando novità e anticipando i bisogni dei consumatori. Ho in questo un grande maestro, mio padre. Il secondo, la flessibilità, per noi italiani è quasi un cromosoma in più. È un grande elemento di modernità, soprattutto se in sinergia col sistema. Il terzo elemento è la famiglia, ed è quello più importante. È da sempre il cemento del successo della Ferrero. Da sempre per gli italiani la famiglia è il primo, il principale ammortizzatore sociale, quello che dà più sicurezza e consente di affrontare le maggiori difficoltà. Come famiglia imprenditoriale abbiamo cercato e cerchiamo di condividere questo valore con tutti i nostri collaboratori. Cerchiamo sempre di farli sentire membri di una grande famiglia. Per questo ho letto con piacere e apprezzato molto, nel suo ultimo scritto, Sulle spalle della famiglia, il suo accorato appello a difendere con tutte le nostre forze questa istituzione, cellula fondante della nostra società: la famiglia.

– A proposito: lei come concilia lavoro e famiglia?

«Il week end cerco di passarlo in famiglia con mia moglie Paola e i miei figli Michele e Bernardo, rispettivamente 8 e 5 anni, facendo tutto quello che un marito e padre fa normalmente. Ci sono a volte viaggi brevi per scappare dalla routine della città e ci sono week end in casa, tranquilli. Ogni tanto mi capita di giocare a calcio con i miei figli e scopro che lavorare, a volte, è meno faticoso».

– Suo padre, Michele, è notoriamente uomo di fede. Lei che rapporti ha con la religione?

«Sono cresciuto in una famiglia molto credente, mio padre è molto devoto alla Madonna di Lourdes al punto che uno dei nostri principali incontri con i massimi manager del Gruppo si tiene ogni anno nel mese mariano nella cittadina dei Pirenei. La mia educazione è stata, quindi, da sempre molto orientata al rispetto dei precetti cattolici. Purtroppo, i tempi moderni hanno fatto emergere con forza un materialismo e un edonismo quasi senza limiti. Forse, invece, sarebbe tempo di un ritorno alle più profonde riflessioni spirituali e morali. Penso che papa Francesco abbia iniziato il suo pontificato proprio in questa direzione».

– La Ferrero ha da sempre un legame forte, per quanto discreto, con la Chiesa cattolica, tanto nel campo della carità, quanto in quello formativo...

«Siamo da sempre vicini alla Chiesa e, per quanto possibile, siamo attivi nel sostenere alcune delle iniziative che ci vengono proposte. Teniamo il passo dei principali appuntamenti ecclesiali. Saremo presenti alla prossima Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro con una confezione speciale di Tic Tac, un’edizione limitata, caratterizzata ad hoc».

– Lei è anche scrittore...

«Il mio sesto romanzo è in fase di finalizzazione: penso che potrebbe essere in libreria questo prossimo inverno, e di questo posso solo dirle che la storia continua…».

– E come lettore su cosa si orienta? Qual è il suo film preferito? Ascolta musica? Circa il calcio: la sua squadra del cuore?


«Uno dei miei autori contemporanei preferiti è Guillaume Musso. È nato in Francia e risiede negli Stati Uniti. La conoscenza dei due Paesi gli permette di costruire i suoi racconti all’interno della società americana, ma di dar loro uno stile e un respiro europeo. Apprezzo particolarmente la sua capacità di trasferire realtà nelle sue storie. Purtroppo, invece, non ho mai il tempo di andare al cinema. Sicuramente apprezzo i film d’autore. La musica è mia compagna durante il jogging, lo sport che cerco di praticare quasi quotidianamente. Mi serve per rilassarmi e per tenere il ritmo, quindi spazio dai classici rock (Dire Straits, Police…) a musiche più rilassanti. Per quanto riguarda la mia squadra del cuore, da buon piemontese, sono juventino… peccato solo che il derby a casa mia sia una vera sfida… mio padre è un granata, tifa Torino».

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