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lunedì 11 novembre 2019
 
Ocse
 

Ocse, il bicchiere mezzo pieno della scuola italiana

30/03/2017  I dati Ocse fotografano un aspetto positivo della scuola italiana: negli anni dell'obbligo riesce meglio a colmare lo scarto dettato dallo svantaggio sociale, rispetto ad altri Paesi.

Finalmente una buona notizia, a proposito della scuola italiana, di cui si parla sempre, ma non sempre a ragion veduta, male. I dati Ocse dicono della nostra scuola che, negli anni dell'obbligo, riesce, meglio di quelle di altri Paesi, a ridurre lo svantaggio di chi nasce in una famiglia poco istruita e in una casa con meno di 100 libri.

Vuol dire che almeno nella scuola dell’obbligo, oggi fissato a 16 anni, l’articolo 3 della Costituzione non è lettera morta. A 15 anni, stando alle ricerche Ocse-Pisa, quello svantaggio sociale di partenza risulta da noi meglio colmato che altrove. La buona notizia però finisce lì.

Il bicchiere è pieno solo a metà. Le ricerche dicono, infatti, anche che dopo il problema – certo di non facile soluzione - si ripropone: dopo i 16 anni quell'intervallo, misurato sulle competenze di lettura e matematiche, torna ad allargarsi. Accade anche negli altri Paesi, ad eccezione di Stati Uniti, Canada e Corea, ma l'Italia, che tra i quindicenni registra uno scarto sotto media Ocse, dopo lo vede salire sopra la media.

Accade probabilmente perché, quando termina l’obbligo scolastico, chi lascia gli studi smette di allenare le capacità acquisite e rischia di ingrossare le file dei cosidetti Neet, giovani non impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nel tirocinio. Chi, riesce, infatti prosegue gli studi fino al diploma e in minor numero all’università, gli altri, se non trovano subito lavoro, cosa improbabile in un periodo di elevatissima disoccupazione giovanili finiscono per imboccare percorsi “deboli”, che possono portarli precocemente a forme di analfabetismo di ritorno. Un problema che in Italia, come denunciava il linguista da poco scomparso Tullio De Mauro, riguarderebbe - stando ai dati di qualche anno fa - addirittura un adulto su tre, che, pur avendo a tempo debito imparato a leggere e a scrivere, non coltivando la lettura, perde progressivamente dimestichezza con quanto acquisito, fino a ritrovarsi presto o tardi in difficoltà nella comprensione di una frase scritta di media complessità.

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