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martedì 21 settembre 2021
 
 

La Palestina a caccia di uno Stato

22/09/2011 

Un'immagine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (foto Ap).
Un'immagine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (foto Ap).

New York

Il dibattito alla sessantaseiesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, apertosi il 20 settembre con l’intervento del Segretario Generale Ban Ki Moon, è fortemente caratterizzato dalla questione israelo-palestinese. Sebbene, infatti, siano molte le questioni che i numerosissimi Capi di Stato e di Governo giunti a New York hanno in agenda, ad iniziare dall’inasprimento della crisi economica e dai fortissimi attacchi degli speculatori all’eurozona ed al dollaro statunitense, gli interventi della prima giornata di lavori, fra i quali quelli del Presidente Usa Obama e di quello francese Sarkozy, si sono focalizzati sulla richiesta di ammissione a Stato membro avanzata dalla Palestina.

Il premier palestinese Salam Fayyad (a sinistra) e il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si sono incontrati a New York, il 19 settembre. Sullo sfondo, le tensioni relative alla decisione palestinese di chiedere il riconoscimento dello Stato all'Assemblea dell' Onu. Foto Ansa.
Il premier palestinese Salam Fayyad (a sinistra) e il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si sono incontrati a New York, il 19 settembre. Sullo sfondo, le tensioni relative alla decisione palestinese di chiedere il riconoscimento dello Stato all'Assemblea dell' Onu. Foto Ansa.

A monte di questa ennesima patata bollente che la comunità internazionale e le diplomazie di tutto il mondo si trovano tra le mani, è la “forzatura” delle procedure in vigore a Palazzo di Vetro fatta da Abu Mazen: secondo queste, infatti, la decisione in merito a simili questioni spetta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e non all’Assemblea generale alla quale, al contrario, il leader palestinese intende rivolgersi. Dopo 60 anni di infruttuosi negoziati, di Risoluzioni Onu disattese, di veti incrociati e di mediatori inutilmente coinvolti nel tentativo di trovare una quadra all’annosa questione del riconoscimento dello Stato palestinese in base all’oramai noto principio di “due popoli, due Stati”, Abu Mazen ha optato per il ricorso al voto dell’Assemblea generale consapevole dell’opposizione dell’amministrazione Usa esercitabile con il veto al Consiglio di sicurezza, posizione riconfermata oggi dal Presidente Obama che ha riproposto una soluzione frutto di mediazione e paventato il potere di veto, e forte dell’appoggio probabile dei due terzi degli Stati membri.

Con questa mossa, ancorché priva di valore giuridico dato che un eventuale voto dell'Assemblea non sarebbe vincolante, l’Autorità palestinese ha ritenuto di forzare la mano per ottenere un “parere morale” della stessa Assemblea a fronte della quale un eventuale, quanto probabile, opposizione del Consiglio di sicurezza sconterebbe il biasimo e l’onta dell’intera comunità internazionale, se non, come sostengono alcuni detrattori dell’iniziativa imputando ai palestinesi un’assenza di responsabilità, reazioni violente e cruente nella popolazione dei Territori palestinesi.

In questi giorni, quindi, i Governi degli Stati membri, passati di recente a 193 con il riconoscimento del nuovo Stato del Sud Sudan, dovranno tentare l’ennesima mediazione, che presenta margini di manovra sempre più ristretti vista la comprensibile impazienza e il giusto limite di sopportazione raggiunto dai palestinesi, nel tentativo di ricondurre al tavolo dei negoziati il Governo di Israele e l’Autorità Palestinese. Anche perché, oltre agli aspetti giuridici, politici e ideali che il riconoscimento a pieno titolo dello Stato palestinese comporta, l’ammissione all’Onu significherebbe per l’Autorità palestinese l’ottenimento di alcuni vantaggi non di poco conto. Primi fra tutti, quelli di poter accedere direttamente alle decisioni ed ai finanziamenti delle Agenzie specializzate Onu (come la Fao, l'Unesco, l'Unhcr, ecc.), e di poter far ricorso al Tribunale penale internazionale permanente potendo così aprire procedimenti nei confronti degli insediamenti abusivi dei coloni israeliani da un lato, e dall’altro verso i continui attentati operati da Hezbollah e formazioni terroristiche antagoniste al “governo” dei Territori.


Un'immagine del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui riforma agita il dibattito politico internazionale da circa vent'anni.
Un'immagine del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui riforma agita il dibattito politico internazionale da circa vent'anni.

Due aspetti della intricata vicenda che hanno rilevanza fondamentale tanto da essere in qualche modo tra le cause principali dello stallo dei negoziati delle diplomazie internazionali: il ritiro degli insediamenti e la restituzione dei territori occupati ai palestinesi da un lato, e la sicurezza di Israele ed il riconoscimento del suo “carattere di Stato ebraico” dall’altro. Il Presidente Sarkozy, a dire il vero con un eccessivo piglio da grande arbitro internazionale, ha riproposto  l’ipotesi di concedere alla Palestina lo status di “osservatore permanente”, come ottenuto dalla Santa Sede, nota appunto come la “vatican option”.

Vedremo nelle prossime ore se le febbrili mediazioni in corso per trovare una via di uscita avranno successo o se, per una volta, la soluzione sarà affidata alla forza della democrazia di un voto palese in Assemblea generale come auspicato dall’Autorità palestinese e dalla maggioranza degli Stati membri dell'Onu. L’unica cosa certa che drammaticamente si ripropone ora, rimane quella della necessità di una profonda riforma del Consiglio di sicurezza e dell’intero sistema delle Nazioni Unite, che ancora una volta, si dimostrano bloccati da vecchi equilibri e regole desuete che, come per le decisioni relative alla questione palestinese, languono da oltre 60 anni spegnendo ogni pulsione di efficacia e screditando anche ciò che di buono le Nazioni Unite realizzano per il mantenimento della pace nel mondo.

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