Da lontano, passando sull’A7, il Gratosoglio è una sagoma di alte e squadrate torri bianche, nel punto in cui Milano, al suo estremo sud, sfrangia dentro Rozzano senza altra soluzione di continuità che il grande centro commerciale Fiordaliso, sì quello in cui i quattro sciagurati in tutti i sensi ragazzini, il più grande 13 anni il più piccolo 11, si sono rifugiati scappando a piedi dopo aver travolto e ucciso a bordo di una Citroen rubata a turisti francesi alloggiati in un vicino b&b, Cecilia De Astis, una pensionata di 71 anni che camminava sul marciapiede in Via Saponaro all’altezza del numero 40.

È la strada che taglia diritta Milano dal centro storico all’estremo sud fin oltre la cintura che delimita il Comune del capoluogo lombardo: da una parte corre parallela al primo tratto dell’autostrada Milano-Genova, in linea d’aria all’altezza dei palazzi-serpentone della Cantalupa collocati su una quantomai eufemistica "via del Mare", dall’altra alla linea del tram numero 15 che unisce in un’ora circa e 33 fermate di viaggio, la centralissima Piazza Fontana, luogo di altre tragiche memorie, a due passi dal Duomo e da Palazzo Reale all’ospedale Humanitas.

Basta percorrere l’intera linea del tram per intuire il tessuto sociale che cambia e le difficoltà di vicinanze complesse che ne conseguono: insomma non è lo stesso che prendere la metropolitana a Manhattan per arrivare a Coney Island a New York, ma qualcosa di vagamente somigliante in piccolo che fa capire che Milano, come tutte le città di una certa grandezza, è tante cose comprese le sue complessità periferiche.

A pochi passi dal luogo dell’incidente, in cui è morta la signora Cecilia, dalla nascita delle torri fino al 2023 c’è stata una comunità delle suore di Carità fondate dalle Beate Capitanio e Gerosa, per un periodo anni fa guidata dalla vulcanica Suor Stefanina Donandoni, non casualmente lo stesso cognome dell’ex ala del Milan e della nazionale (i loro padri erano cugini), bravissima a intercettare bambini e ragazzi e a comunicare con loro. In quelle stanze adesso, dal novembre scorso, c’è Tenda di Mamre, il nuovo spazio per l’incontro tra detenuti in permesso e la società.



La parrocchia Maria Madre della Chiesa è nata nel 1967, quando la chiesa "storica" di San Barnaba è diventata insufficiente l’ha affiancata proprio per servire le allora nuove case popolari costruite tra il 1967 e il 1971 e retta per un lungo periodo, fino al 2009, dai Padri Barnabiti.

Tra loro c’era padre Eugenio Brambilla, presidente della Fondazione Sicomoro, una grande vocazione all’insegnamento con la maiuscola, cui l’ispirazione milaniana nel 2001 ha suggerito I care, una scuola di seconda opportunità, che si rifà, «da lontano» parole sue, all’idea che portò don Lorenzo Milani, nel 1954, a improvvisare una scuola nella parrocchia di Sant’Andrea di Barbiana, sui monti del Mugello.

Al Gratosoglio, Padre Brambilla torna ogni giorno per la scuola, oggi in via Arcadia, appoggiata alle aule di una scuola vera, mentre negli anni passati era, come Barbiana, nei locali della parrocchia: la sua missione è riagganciare i ragazzi che la scuola dell’obbligo ha perso per strada.

Padre Brambilla, anche se non ci abita più, anche se la chiesa è tornata al clero secolare ed è oggi guidata da don Paolo Steffano, è ancora di casa nel quartiere, tra i suoi ragazzi complicati: «Il contesto del Gratosoglio negli ultimi vent'anni ha subito mutazioni molto rilevanti. Oggi è abitato nella stragrande maggioranza da persone straniere. La parte più italiana storicamente legata al tessuto del quartiere, è diminuita nel senso che i criteri di accesso all'edilizia popolare non permettevano ai figli delle prime famiglie insediate di rimanere: una volta fatta famiglia, una volta sposati, non trovando posto nelle case popolari al Gratosoglio andavano ad abitare altrove. Questo lasciare continuamente in questa modalità il quartiere, chiaramente, ha creato come conseguenza una residenzialità molto mista, molto diversa dal punto di vista delle persone che vi abitano. Penso che bisognerebbe ragionare di criteri misti per l’accesso all’edilizia popolare, in modo che l’accoglienza alle povertà non escluda del tutto la possibilità per chi è nato in quartiere di restarvi se lo desidera. Ho in mente una giovane famiglia, che conosco molto bene, che sposata al Gratosoglio aveva scelto di rimanere, non avendo i requisiti per trovare casa in una torre, ha scelto di andare via perché dice che la situazione sta diventando insostenibile per la concentrazione di problematicità che si è andata creando».

Problemi simili a quelli di tante periferie, in cui le complessità si sommano: «Il Gratosoglio è da sempre è quartitiere periferico», osserva padre Brambilla, «dal punto di vista dei servizi, del tempo libero dei ragazzi, dei giovani, ha difficoltà, nonostante la buona volontà e l’impegno di diverse associazioni del terzo settore che vi operano. A questo si aggiunge il fatto che negli anni hanno finito per essere concentrate una serie di ulteriori complessità dentro un quartiere che già aveva le proprie: ci sono due campi rom a breve distanza, uno in Chiesa Rossa, l’altro sulla Selvanesco, dai cui provengono i quattro ragazzini, a questa che è già una criticità, si è aggiunta anni fa la cosiddetta ex Scuola gialla, una struttura per accogliere senzatetto: i ragazzi mi parlavano spesso in oratorio di esperienze negative sul tram che prendevano al mattino per andare a scuola. Io credo che una politica sociale che concentra difficoltà diverse di diverse persone in un luogo non produca buoni frutti perché complica i percorsi di integrazione di tutti i tipi».

La scuola di seconda opportunità è in questo una cartina di tornasole, nel tentativo di riagganciare i ragazzi dispersi le difficoltà si incontrano tutte: «Nel caso specifico di quello che è successo, la prima risposta di cui si parla, quando si ha a che fare con i campi rom, è "smantellare", "sgomberare", ma significa solo spostare la difficoltà da un’altra parte: per me il problema grosso, che mi coinvolge anche come progetto sul territorio, è che si riesca in qualche modo a far sì che questi ragazzi, giovanissimi tra l'altro, abbiano una formazione culturale che gli permetta anche qualche ragionamento in più, e soprattutto li aiuti ad utilizzare con intelligenza un tempo che altrimenti buttano via facendo bravate che poi si trasformano in tragedie. Non avremo mai sicurezza se ci limitiamo a spostare il problema, l’unica strada che abbiamo per affrontarlo, nel tentativo di intergrazione, è far sì che i figli della comunità rom vengano mandati a scuola, per aiutarli a vivere dentro contesti sociali minimamente equilibrati. Noi alla scuola negli anni ne abbiamo intercettati alcuni, conosco le difficoltà perché a volte a scuola non vengono mandati: con alcuni abbiamo avuto anche belle soddisfazioni siamo riusciti a portarli al diploma, in altri casi le famiglie fanno resistenza. Io credo che questa tragedia vada letta proprio nella mancanza di strumenti per affrontare la vita. So che quando parlo di istruzione, formazione, educazione civica, mi dicono "ma ci vorrà un secolo", è anche vero, ma se mai cominciamo… Certo resta il problema che per questo serve la collaborazione degli adulti e a volte quello è difficile, ma resto convinto che il tema della scuola debba essere oggetto di contrattazione: qualcosa del tipo "se vuoi essere aiutato, come contropartita, mi garantisci che i tuoi figli vivano un'istruzione equilibrata". E io credo che su questo si debba insistere».



Parole non troppo diverse da quelle che ai funerali della signora Cecilia ha pronunciato don Paolo Steffano, citando Fabrizio De André «Dai diamanti non nasce niente. Sappiamo come continua (Dal letame nascono i fiori ndr) e noi qui a Gratosoglio sicuramente non abbiamo diamanti. Ma abbiamo molti fiori, non dimentichiamoli. E se non li vediamo, andiamo a cercarli. Non servono gli scatti di rabbia». Ha scelto la parola «indignazione» riconoscendo che tutti la provano in quartiere davanti alla tragedia della signora Cecilia, al dolore della sua dignitosa e pacata famiglia,«Ma non serve la rabbia. Non servono i discorsi, i proclami, tantomeno lo scaricabarile, lo scarico di responsabilità. Non servono neppure i documenti sulle periferie, nemmeno le encicliche sulla convivenza pacifica. Servono fatti concreti». Ha citato Don Raffaè, ancora con i versi del cantautore delle periferie «"prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie, lo Stato che fa, si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità"».

Ecco, ha detto, «a me piace immaginare che Gratosoglio ha bisogno di istituzioni, di privati che investano con continuità sulla povertà educativa, sulla scuola, su associazioni sportive, cooperative di quartiere e parrocchie».

Ripensando alla tragica vicenda, che tale resta da qualunque lato la si guardi, tornano profetiche le parole di Cristina Maggia, fino a poche settimane fa, presidente del Tribunale per minorenni di Brescia che a un recente convegno intitolato, Ricucire la comunità: minori autori di reato, diceva: «Questi ragazzi che arrivano ad affrontare un processo penale minorile, prima di essere adolescenti arrabbiati e sgradevoli, sono stati bambini di cui “il villaggio” non si è occupato. È necessario intercettare questa situazione critica di solitudine o di vite non viste: la comunità deve intervenire e si deve interrogare ben prima del processo penale. Il processo penale minorile vuole tendere a responsabilizzare il ragazzo rispetto all’agito deviante, al male provocato alla vittima o al contesto in cui vive, restituendo la speranza».   

Vite non viste erano i quattro bambini che hanno ucciso in via Saponaro, troppo piccoli anche per subire un processo. Troppo abbandonati, nell’età dell’inconscienza, al loro destino che ha segnato il destino di un’altra persona.