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domenica 14 agosto 2022
 
i 100 anni della cattolica
 

«Padre Gemelli è ancora in queste aule»

06/12/2021  A colloquio con il rettore dell'ateneo Franco Anelli: l'università al tempo della pandemia, i rapporti con la Chiesa, la formazione degli studenti e la domanda di senso che va oltre le competenze, il colloquio con papa Francesco, i progetti futuri. "Se Gemelli fosse vivo oggi, conoscendo il suo temperamento, di fronte al Covid avrebbe avuto una reazione energica, esplosiva"

Franco Anelli.
Franco Anelli.

Nel ripercorrere con il rettore Franco Anelli i cent’anni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (in crescita nonostante la stagione del lockdown, con i suoi 42 mila studenti e i suoi 1200 docenti), partiamo da quell’aggettivo – cattolica − che definisce la dimensione religiosa dell’Ateneo. Che significato ha questo aggettivo alle soglie del terzo millennio? «Il binomio», spiega il rettore, «era contestato all’epoca della fondazione dell’Ateneo, che è nato in una fase storica non certo favorevole alla cultura cattolica. Dal punto di vista dell’attitudine scientifica e dell’inclinazione culturale altre visioni del mondo (scientismo, positivismo e in genere tendenze laiciste) sembravano dominare la scena. L’idea di creare una realtà in ambito cristiano in cui si facesse formazione dei giovani e contemporaneamente ricerca scientifica poteva essere percepita come una contraddizione di termini. Ma il fondatore, padre Agostino Gemelli, su questo fu da subito chiarissimo: l’università doveva essere il luogo in cui portare avanti il confine della conoscenza: il rapporto personale e di fiducia tra docenti e studenti è funzionale a questo processo. Dobbiamo immaginarcelo, quel nucleo di professori e di giovani che avevano scommesso sul loro futuro iscrivendosi a quell’ateneo: un gruppo molto coeso, dedito alla ricerca della verità scientifica sorretta dalla verità della fede, in un’epoca difficile, nella quale però i cattolici stanno costruendo un loro punto di riferimento politico e sociale. Non a caso don Sturzo, il fondatore del Partito popolare, era presente all’inaugurazione dell’Università. Nei decenni immediatamente precedenti a Milano erano nati il Politecnico e la Bocconi, espressione del mondo manifatturiero e finanziario. La Statale è sorta più o meno negli stessi anni della Cattolica. E a queste tre realtà si aggiungeva ora l’idea profetica di un istituto universitario cattolico».

 

Cent’anni dopo cosa è cambiato?

«Il nostro obiettivo resta quello di assicurare agli studenti una solida formazione nello studio delle varie discipline. Dentro questa solidità dell’impianto formativo è importante suscitare – in questi tempi secolarizzati, in cui tanti ragazzi non sempre hanno una pratica ecclesiale – una domanda di senso, un’attitudine propria di chi ha uno sguardo alla trascendenza, capace assegnare al proprio studio e al proprio lavoro obiettivi che non si esauriscano nella ricerca dell’affermazione personale. Una domanda di senso alla quale il quadro di riferimento dell’Ateneo cerca di dare una risposta. Diciamo che se l’Università Cattolica degli inizi era fondata sulla condivisione di una esperienza di fede già presente, quella di oggi è un luogo in cui chi deve ancora incontrare la fede ne trova la testimonianza viva, le tracce di un cammino che è invitato liberamente a seguire».

 

Lei è al suo terzo mandato. Ha un sogno nel cassetto per i prossimi 100 anni?

«Se nell’arco dei prossimi 100 anni riusciremo, rinnovandoci e adeguandoci all’evolvere della società, ad avere quel ruolo e quell’impatto che l’Ateneo ha avuto nella società italiana, soprattutto nel secondo dopoguerra, riuscendo a comprendere i complessi bisogni generati dai mutamenti del Paese, continueremo a offrire un servizio prezioso alla società ».

 

C’è un rettore tra i suoi predecessori a cui si richiama in particolare?

«Certamente Lorenzo Ornaghi, di cui sono successore, che considero uno dei miei maestri. Quanto agli altri, che non ho conosciuto ma di cui ho solo letto e studiato, vorrei richiamarli tutti attraverso il riferimento al fondatore, Padre Gemelli: una personalità stimolante e curiosa, dinamica nella sua complessità, capace di una conversione forte, drastica rispetto alla sua vita precedente. Si racconta che Giuseppe Toniolo sul letto di morte affidò a Gemelli il compito di fondare questa università. Ma non credo che Gemelli abbia agito solo perché sospinto da un mandato ricevuto. Egli avvertì fortemente l’urgenza dar vita a un’università per i cattolici italiani. In un momento in cui dominavano scientismo, positivismo e ideologie materialiste, e i cattolici erano privi di una rappresentanza politica (a fronte della larghissima e partecipata diffusione della pratica della fede), egli percepì che il riconoscimento e l’identità dei cattolici poteva trovare risposta attraverso la scienza e l’alta educazione».

 

C’è un’analogia tra il 1921 e il 2021 dal punto di vista del contesto cristiano?

«Le fasi storiche non si ripetono. Negli anni di fondazione la società italiana era impregnata di cattolicesimo, le persone battezzate e praticanti erano molto più numerose, si trattava di dare loro una rappresentanza culturale. Oggi il processo di secolarizzazione ha cambiato il contesto sociale, ma il compito, la missione di dare un riferimento in cui i giovani possano trovare risposte alle proprie domande di una seria e qualificata formazione e di condivisione di valori cristiani è rimasto identico».

 

La pandemia come ha cambiato l’ateneo?

«Abbiamo imparato a utilizzare tecnologie e mezzi di comunicazione a distanza, superando difficoltà enormi, offrendo rapidamente centinaia di migliaia di ore di didattica sulla nostra piattaforma digitale. Come tutte le tecnologie, bisogna saperle bene utilizzare, per sfruttarne a fondo le potenzialità. Per esempio, la videoregistrazione delle lezioni ha richiesto a molti docenti di sperimentare modalità didattiche nuove e di adattarsi; non è stato facile, ma ci ha permesso di continuare ad assicurare la formazione dei nostri studenti anche durante la pandemia. Nel futuro la didattica a distanza ci offrirà ulteriori opportunità: pensiamo agli studenti lavoratori, ai fuorisede, agli studenti all’estero nell’ambito del programma Erasmus, che potranno ugualmente frequentare le lezioni dei corsi in Italia, alle lezioni dei visiting professor. Bisognerà raffinare la cosiddetta “dad”, integrandola sempre meglio con la formazione in presenza. Senza mai dimenticare che la conoscenza è anche relazione e incontro: del resto gli studenti sono i primi a voler venire in ateneo».

 

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

«Certamente ci sono stati momenti difficili.  Nel primo periodo della pandemia eravamo davvero in pochi a vivere in presenza l’università chiusi come in un bunker. I nostri 1.500 docenti e il nostro personale tecnico amministrativo hanno fatto sforzi enormi per continuare ad assicurare l’attività universitaria per gli studenti. Abbiamo fatto lezione prima da casa, poi di nuovo in aule quasi deserte. Anche per me è stato quasi surreale insegnare in una grande aula con pochi studenti distanziati».

 

Lei ha recentemente incontrato papa Francesco per i 60 anni della Facoltà di Medicina a Roma …

«Il Santo Padre è una personalità davvero affascinante e nessun incontro con Lui è scontato. Lo avevo già incontrato in udienza privata il giorno dopo lo storico evento della sua preghiera speciale per debellare l’emergenza sanitaria in una piazza San Pietro deserta, il 27 marzo 2020».

 

Cosa ricorda di quell’incontro?

«Papa Francesco fu particolarmente accogliente. Gli raccontai del centenario dell’Ateneo. Alla fine dell’incontro mi disse che bisogna insegnare con l’esempio e solo se necessario con le parole. Era un invito ad agire con coerenza, a essere non solo dei docenti che trasmettono nozioni, ma che ne esprimono la verità attraverso il loro comportamento».

 

Cosa la colpisce del magistero di papa Bergoglio?

«Da sempre la Cattolica è impegnata nella ricerca e nell’approfondimento scientifico della dottrina sociale della Chiesa.

C’è un’attenzione fortissima che Francesco sta ponendo al tema dell’educazione. L’elemento significativo delle sue encicliche, in particolare della Laudato si’, è che il degrado ambientale non nasce solo da un cattivo uso delle tecnologie, ma dal modo di concepire gli assetti economici, politici e produttivi. Se la causa ultima del degrado ambientale non è solo tecnologica, ma soprattutto umana, legata alle condizioni di sfruttamento non solo del Pianeta e dell’uomo, indotta dall’esclusiva attenzione alla massimizzazione del profitto, allora la conversione ecologica (già presente nel magistero di papa Wojtyla) deve basarsi sull’educazione. Il tema centrale è culturale e sociale: la transizione ecologica non si potrà realizzare soltanto per mezzo di nuove tecnologie, ma richiederà una nuova concezione dei rapporti economico-sociali e, ultimamente, della condizione umana».

 

Si è mai chiesto che avrebbe fatto padre Gemelli di fronte a una pandemia del genere?

«Gemelli era anche medico e un uomo di azione, probabilmente si sarebbe messo a fare ricerca per trovare il vaccino anti Covid, sollecitando i colleghi della facoltà di Medicina, l’ultima delle sue creature. E penso anche che si sarebbe dato da fare per curare i malati ricoverati nei reparti del Policlinico Gemelli. E avrebbe difeso strenuamente l’Università, facendo in modo che continuasse a operare, tenendo accesa la lampada della conoscenza anche in un momento buio, con la stessa determinazione con cui lo ha fatto durante e dopo la seconda guerra mondiale. Conoscendo il suo temperamento, avrebbe avuto una reazione energica, esplosiva».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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