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lunedì 15 aprile 2024
 
cinema
 

Il viaggio dei migranti di Garrone approda agli Oscar

23/01/2024  Io, capitano è nella cinquina di film internazionali in lizza il 10 marzo per gli Oscar. Ecco l'intervista che il regista ci aveva rilasciato alla vigilia della presentazione all'ultima Mostra del cinema di Venezia: «I giovani africani si sentono come i coetanei europei, ma non sono liberi di andare dove vogliono».

È forse la scena più emozionante del film. Il sedicenne Seydou dorme in un angolo di una prigione libica con altri disperati come lui. Sul suo volto ci sono i segni delle torture che ha subìto. Nel suo sonno agitato ripete: «Mamma! Mamma!». All’improvviso compare un angioletto, lo stesso che Seydou aveva visto durante la traversata nel deserto. E che ancora una volta gli fa capire che la vita non è finita. «Questa scena me l’ha raccontata un ragazzo che l’ha vissuta davvero. Anche altre sono il frutto di testimonianze che ho raccolto, a partire da quella di Fofana, un quindicenne che si è ritrovato, come nel film, a dover guidare una barca con altri 250 migranti a bordo»,spiega Matteo Garrone, regista del film Io capitano che, dopo la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia, approderà in sala dal 7 settembre. La storia in sé è molto semplice: la macchina da presa segue due giovani cugini, Seydou e Moussa, nel loro viaggio dal Senegal all’Italia. In questo punto di vista, non quello consueto di noi europei ma di chi decide di partire per arrivare sulle nostre coste, sta l’originalità del film: «Siamo abituati a vedere le barche che arrivano e poi a fare la conta dei vivi e dei morti», aggiunge Garrone. «Così spesso dimentichiamo che dietro questi numeri ci sono delle persone con le loro famiglie e con un loro mondo interiore. Ho scelto di raccontare tutto questo: i momenti in cui l’Europa sembra a un passo e quelli in cui, come mi ha detto uno di loro, si tinge di nero». Nella parte iniziale del film, ambientata a Dakar, la madre di uno dei due ragazzi scongiura il figlio di non partire mettendolo in guardia: «Sai quante persone sono morte su quelle barche?». Loro stessi sono consapevoli dei rischi a cui andranno incontro, ma pur non vivendo in un contesto di povertà estrema e di guerra, partono lo stesso.

Perché?

«Gliel’ho chiesto anche io. Sono giovani che grazie a Internet hanno una finestra costante sull’Occidente e non sanno darsi una risposta al perché i loro coetanei possono venire tranquillamente in Africa mentre loro non possono andare liberamente in Europa per realizzare i loro sogni. E comunque una cosa è sapere dei pericoli in astratto, un’altra è viverli in concreto. Seydou e Moussa partono con quell’atteggiamento candido e un po’ spavaldo tipico dei giovani di ogni tempo che vogliono conoscere il mondo e sono convinti di riuscire a compiere qualsiasi impresa. In questo senso il mio film è anche un racconto di formazione: mentre lo realizzavo pensavo ai romanzi di avventura di London e di Stevenson in cui l’eroe affronta una serie di prove che lo fanno crescere».

Da regista, quale luogo l’ha colpita di più?

«Provengo dalla pittura e quindi ogni progetto nasce sempre dalle immagini. Per esempio quella della donna che, sfinita, si abbandona nel deserto mi è stata raccontata da Arnault, un ragazzo che ho incontrato in una casa famiglia di Roma e che ha vissuto questa situazione senza poter far nulla».

L’apparizione dell’angioletto nel sogno di Seydou va vista nella dimensione favolistica che è quasi sempre presente nei suoi film o c’è anche un risvolto religioso?

«L’idea nasce dalla lettura delle Metamorfosi di Ovidio, con l’immagine della grotta del dio dei sogni Morfeo piena di angioletti che dormono. Ho voluto così mettere in risalto l’amore di Seydou per la sua mamma e il suo senso di colpa per averla abbandonata, come mi ha raccontato un altro migrante, Tarek, che ora vive a Caserta dopo essere scampato alla morte in un centro di detenzione in Libia. Ma penso che ci sia anche una forte spiritualità nel mio film, che è quella dei ragazzi che hanno lavorato con me. Credo che Seydou sia, almeno in certi momenti, una figura cristologica».

Tra gli sceneggiatori figura Massimo Ceccherini, che aveva già collaborato al suo precedente film, Pinocchio, in cui aveva interpretato la Volpe. Perché l’ha scelto di nuovo?

«Massimo è stato fondamentale perché viene dal popolo e sia Pinocchio che Io capitano sono racconti popolari che devono arrivare al cuore di tutte le persone. Massimo mi ha insegnato a essere essenziale, a fare arrivare le emozioni senza cadere in virtuosismi narcisistici. In questo film, in particolare, con tutta la troupe abbiamo cercato il più possibile di restare invisibili per ottenere non il realismo, ma la verità. Quasi tutti gli attori hanno vissuto, più o meno direttamente, le esperienze che raccontiamo. Per questo, mentre giravo, spesso chiedevo che stessero con me perché volevo che le scene fossero il frutto della fusione tra il mio senso estetico e l’intensità della loro esperienza. In questo senso è un film molto corale, l’unico modo che avevo per raccontare una cultura non mia».

Come sta ora Fofana, il ragazzo che le ha fornito lo spunto iniziale per il film?

«Pur essendo stato costretto a guidare una nave, è stato condannato come scafista e ha passato sei mesi in carcere. Poi, in una casa famiglia a Catania, ha incontrato una ragazza africana come lui. Adesso fa il magazziniere e ha due figli».

 

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