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giovedì 26 novembre 2020
 
Celebrazione della passione
 

«Tornare a essere egoisti, a costruire muri è la recessione che dobbiamo temere di più»

10/04/2020  «I flagelli non sono castighi di Dio, Dio è nostro alleato, prende su di sé il nostro dolore e ci sprona a trarre il bene da ogni male». Padre Cantalamessa spiega il Vangelo di Giovanni che racconta la passione e invnita lla solidarietà. «Questo è anche il tempo di fermare la corsa agli armamenti e pensare a ciò che è importante: la salute, la lotta alla povertà, la cura dell'ambiente».

La prostrazione di papa Francesco sotto i gradini del presbiterio quest'anno si carica di un significato ulteriore. La celebrazione della Passione del Signore diventa la celebrazione anche della passione che in questi giorni sta colpendo l'Italia e il mondo intero. Nella Basilica vaticana, il Pontefice compie la processione iniziale e poi il triplice svelamento della croce. Stasera alle 21, invece, presiderà la via Crucis (scaricabile qui) con le stazioni commentate dai detenuti del carcere di Padova.

Nell'omelia padre Raniero Cantalamessa, predicatore della casa Pontificio, ricorda che «quest’anno leggiamo il racconto della Passione con una domanda –anzi con un grido - nel cuore che si leva da tutta la terra». E dobbiamo cercare di cogliere la risposta che Dio dà a questo dolore. La Croce, spiega il predicatore, la «si comprende meglio dai suoi effetti che dalle sue cause. E quali sono stati gli effetti della morte di Cristo? Resi giusti per la fede in lui, riconciliati e in pace con Dio, ricolmi della speranza di una vita eterna!». E c’è, continua, «un effetto che la situazione in atto ci aiuta a cogliere in particolare: la croce di Cristo ha cambiato il senso del dolore e della sofferenza umana. Di ogni sofferenza, fisica e morale. Essa non è più un castigo, una maledizione. È stata redenta in radice da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé».

Dio ha bevuto con noi il calice del dolore, è salito sulla croce e ha mostrato che, in fondo a quel calice, c’è una perla. Ha vinto la morte, si è caricato dei nostri mali, si è occupato del dolore «e non solo il dolore di chi ha la fede, ma ogni dolore umano. Egli è morto per tutti».

Questo getta nuova luce «sulla situazione drammatica che stiamo vivendo». «La pandemia del Coronavirus ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello “dall’esilio della coscienza”. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci. “L’uomo nella prosperità non comprende –dice un salmo della Bibbia -, è come gli animali che periscono” (Sal 49, 21). Quanta verità in queste parole!

Mentre affrescava la cattedrale di San Paolo a Londra, il pittore James Thornhill, a un certo punto, fu preso da tanto entusiasmo per un suo affresco che, retrocedendo per vederlo meglio, non si accorgeva che stava per precipitare nel vuoto dall’impalcatura. Un assistente, inorridito, capì che un grido di richiamo avrebbe solo accelerato il disastro. Senza pensarci due volte, intinse un pennello nel colore e lo scaraventò in mezzo all’affresco. Il maestro, esterrefatto, diede un balzo in avanti. La sua opera era compromessa, ma lui era salvo».

È così, dice padre Cantalamessa, che «fa a volte Dio con noi: sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo. Ma attenti a non ingannarci. Non è Dio che con il Coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus! “Io ho progetti di pace, non di afflizione”, dice nella Bibbia. Se questi flagelli fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri? No! Colui che un giorno pianse per la morte di Lazzaro, piange oggi per il flagello che si è abbattuto sull’umanità. Sì, Dio “soffre”, come ogni padre e ogni madre. Quando un giorno lo scopriremo, ci vergogneremo di tutte le accuse che gli abbiamo rivolte in vita. Dio partecipa al nostro dolore per superarlo. “Essendo supremamente buono, –ha scritto sant’Agostino - Dio non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono, da trarre dal male stesso il bene”».

E aggiunge: «Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di liberta, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento. È quello che alcuni chiamano il caso, e che la Bibbia chiama invece “sapienza di Dio”».

Infine parla del sentimento di solidarietà che la pandemia ha suscitato: «Quando mai, a nostra memoria, gli uomini di tutte le nazioni si sono sentiti così uniti, così uguali, così poco litigiosi, come in questo momento di dolore? Mai come ora abbiamo sentito la verità di quel grido di un nostro poeta: “Uomini, pace! Sulla prona terra troppo è il mistero”. Ci siamo dimenticati dei muri da costruire. Il virus non conosce frontiere. In un attimo ha abbattuto tutte le barriere e le distinzioni: di razza, di religione, di ricchezza, di potere. Non dobbiamo tornare indietro, quando sarà passato questo momento. Come ci ha esortato il Santo Padre, non dobbiamo sciupare questa occasione. Non facciamo che tanto dolore, tanti morti, tanto eroico impegno da parte degli operatori sanitari sia stato invano. È questa la “recessione” che dobbiamo temere di più».

In moment come questi, invece, bisogna alzarsi, realizzare la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci;una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra».

È questo il momento «di dire basta alla tragica corsa verso gli armamenti. Gridatelo con tutta la forza, voi giovani, perché è soprattutto il vostro destino che si gioca. Destiniamo le sconfinate risorse impiegate per gli armamenti agli scopi di cui, in queste situazioni, vediamo l’urgenza: la salute, l’igiene, l’alimentazione, la lotta contro la povertà, la cura del creato. Lasciamo alla generazione che verrà un mondo, se necessario, più povero di cose e di denaro, ma più ricco di umanità».

Come Cristo dopo tre giorni, anche noi «dopo questi giorni risorgeremo e usciremo dai sepolcri che sono ora le nostre case. Non per tornare alla vita di prima come Lazzaro, ma per una vita nuova, come Gesù. Una vita più fraterna, più umana. Più cristiana!».

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