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domenica 01 agosto 2021
 
tra fede e morale
 

«Undicesimo, non evadere», Luigino Bruni spiega perchè non pagare le tasse è (quasi sempre) peccato

03/12/2020  «Per noi cristiani la "decima" è un dovere assoluto», spiega l'economista e appassionato lettore della Bibbia,«l'Antico e il Nuovo Testamento non fanno che ribadire il comandamento di pagare le imposte. A patto però che il tributo sia equo »

Luigino Bruni.
Luigino Bruni.

L'invito a tutti i fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà a pagare le tasse, pronunciato dal Pontefice nel  corso dell’Angelus del 18 ottobre scorso, non sorprende Luigino Bruni, uno degli economisti più ascoltati  da papa Francesco (è stato il direttore scientifico del meeting dei giovani di Assisi “The economy of Francesco”), ma anche scrittore appassionato di teologia e della  Bibbia (su Famiglia Cristiana ha avviato una rubrica di commento "laico" al Vangelo). Per Bruni la risposta evangelica di Gesù ai  discepoli dei farisei data con in mano un “denario” romano, spesso citata per giusticare il dovere di pagare  le tasse, è una delle frasi meno adatte. «In quel caso Gesù sta uscendo da una trappola che gli  hanno teso. Se riconosci Cesare sei un idolatra, gli chiedono, se non lo riconosci sei un evasore fiscale, e allora come te la cavi? E lui allora mostra su una faccia della moneta il volto dell’imperatore Tiberio e  risponde: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».

Da dove cominciare allora?

«Di  inviti a pagare i giusti tributi ce ne sono molti nell’Antico Testamento, di solito legati ai poveri, a  cominciare dalle vedove e dagli orfani. I libri sacri del popolo ebraico hanno sempre avuto grande  attenzione per la ridistribuzione della ricchezza. Il Pentateuco, per esempio, ne parla in tutte le salse a  cominciare dalla decima, l’istituzione fondamentale di Israele. La decima, si badi bene, non dei profitti ma  dei ricavi, quindi comprensivi dei costi di gestione, si badi bene. Anche il Tempio di Salomone aveva  grande funzione di attenzione e assistenza ai poveri, alle vedove e agli orfani, e dunque servivano fondi per  mantenerli. C’è questo tema, che è molto presente in tutto l’Antico Testamento, che le tasse vanno  pagate perché bisogna occuparsi dei beni pubblici, del culto e, ultimo punto ma non da meno, dei poveri.  E a quel tempo (ma anche oggi a ben vedere) i più poveri di tutti erano le vedove e gli orfani. Parte delle  tasse sono per loro, come è giusto».

C’è nelle pagine dell’Antico Testamento qualche passo in cui i profeti tuonano contro gli evasori?

«Diciamo che il tema del pagamento dei tributi è molto forte nei profeti, da  Ezechiele a Isaia. Se vuoi il tempio, dicono senza mezzi termini, lo devi mantenere. Le tasse sono un  sottoinsieme del tema della giustizia, che è un tema enorme della Bibbia. “Voi portate sacrici all’altare ma  vi dimenticate della giustizia”, dice Isaia. I profeti biblici sono molto duri su questo: chi ha di più deve contribuire di più».

Dunque nella Bibbia sono già contemplati, per così dire, gli scaglioni progressivi Irpef? 

«Non proprio, però c’era l’idea della proporzionalità. Il dieci per cento di chi possiede un milione è 100 mila  ma il dieci per cento di chi ha un miliardo è 100 milioni. Quindi il ricco paga una somma maggiore.  La decima è – per usare un termine moderno – una “šat tax”, perché vuol dire che in termini assoluti si  paga di più. È dunque una tassa proporzionale, anche se non progressiva». E nel Vangelo come e quando  si parla di tasse? «Nel Vangelo c’è un publicano, Matteo, che fa l’esattore delle imposte a  Cafarnao, in Galilea, ed entra tra i discepoli, addirittura tra i più intimi di Gesù. Quindi non era certo un  lavoro incompatibile con l’essere cristiano. Oltretutto non risulta che abbia cambiato mestiere. Poi  abbiamo il disegno grandioso di San Paolo nella Lettera ai Romani, che si sofferma sul rispetto delle leggi  e quindi anche dei tributi, che sono leggi. L’apostolo delle genti ci vede una dimensione divina nel rispetto  dell’autorità costituite, che sono anche quelle fiscali».

Nei libri sacri si parla mai espressamente di evasori? 

«Ezechiele predica: “abbiate bilance giuste” (al capitolo 45). Vuol dire tasse giuste. Questa,  spiega poco più avanti, sarà l’offerta che voi preleverete. Vuol dire che anche sei secoli prima di Cristo si  tendeva a fregare nelle tasse, per esempio denunciando una quantità minore del raccolto. Negli Atti degli  Apostoli Anania e Zara nascondono una parte del raccolto e vengono addirittura fulminati. Lo stesso Giuda  ruba sulla cassa degli apostoli, di cui è incaricato. Tra l’altro l’unica volta che Gesù usa la parola  “amico” nei Vangeli è per Giuda».

Che cosa rappresentano le tasse per un cristiano?

«Sono un contributo.  Papa Francesco ne parla molto anche nell’enciclica Fratelli tutti riferendosi a un sistema fiscale equo. Se tu ti riconosci in un legame con gli altri (la fraternità è l’unico principio di rapporto con gli  altri) allora ti prendi cura di chi non ha e paghi le tasse. Ma se tu non riconosci nessun legame non le  paghi. Ecco perché oggi si evade di più e si protesta contro i tributi: perché è in crisi il principio di  fraternità».

 

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