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lunedì 25 ottobre 2021
 
L'intervista
 

«Noi anziani siamo ancora utili. Quando volevano "scipparci" Sanremo e io lo salvai»

29/11/2020  Il “presentatore d’Italia” e gli over 65: «Non siamo produttivi come a 40 anni ma siamo utili in tanti altri modi». La Tv di oggi? «Una minestra riscaldata». E sul Festival: «Alberto di Monaco voleva portarcelo via. Quest'anno con la pandemia sarà dura»

Pippo Baudo, 84 anni, se ne sta tranquillo nella sua casa di Roma: «Ho poca voglia di uscire, sto bene, e poi bisogna fare molta attenzione, è un periodo difficile, speriamo di uscirne presto».

Il presidente della Regione Liguria Toti ha detto che voi anziani non siete più «indispensabili allo sforzo produttivo del Paese».

«Sciocchezze. È vero che non siamo più produttivi come quando avevamo 40 anni, ma siamo utili in tanti altri modi: diamo una mano ai figli, seguiamo i nipoti, andiamo a fare la spesa. Non vorrei che si facesse largo anche in Italia la teoria del premier inglese Boris Johnson che a marzo sosteneva che per arrivare all’immunità di gregge era giusto tenere aperto tutto e sacrificare gli anziani. Sarebbe crudele se facessimo come gli spartani, non bisogna arrivare a questa disumanità».

Come trascorre le sue giornate?

«Non ho tanta voglia di uscire, sto bene, leggo molto, la mia casa è grande e posso muovermi. Se esco, la gente mi riconosce anche con la mascherina, mi chiedono una foto, un autografo, un abbraccio. Come si fa a sottrarsi? L’affetto del pubblico merita grande riconoscenza. Però questo virus è una brutta bestia, non ci vuole abbandonare, bisogna stare molto attenti».

Che consigli dà agli anziani per proteggersi?

«Uscite poco, lo stretto indispensabile. Se volete fare la passeggiatina non andate in luoghi affollati e non sedetevi sulle panchine. Mettete i guanti e la mascherina. Molti, soprattutto i più giovani, la tolgono. È un’ostentazione di stupidità biasimevole, una sfida cretina. Somigliano a quei circensi che vogliono fare numeri acrobatici al circo senza la rete di protezione. Poi cascano e rischiano di farsi male».

I suoi nipoti, i gemelli Nicholas e Nicole, li vede?

«Tutti i giorni, in videochiamata. Loro sono a Milano, io a Roma. Hanno 9 anni, fanno la quinta elementare, stanno crescendo bene. Mia figlia Tiziana mi manda ogni giorno le foto e sono sempre più alti e belli. Sono soddisfatto».

Lei ha vissuto tanti periodi difficili della storia d’Italia. Questo com’è?

«Peggio della guerra. Nel luglio 1943, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, avevo 7 anni. Ricordo che fuggimmo da Catania a piedi, verso la casa di campagna. Mangiavamo erbe, non c’erano né pane né carne. Zia Rosa aveva dimenticato la ricotta, e tornò indietro. La via era chiusa dai cavalli di frisia. Ma lei parlò ai tedeschi in siciliano stretto. La fecero passare; tornò con la ricotta. Ricordo benissimo i bombardamenti sull’aeroporto di Catania e lo scontro tra tedeschi e alleati. La sera uscivamo sull’aia a vedere il cielo illuminato a giorno dai razzi, il duello tra la contraerea e i bombardieri. Questa è una guerra vera, forse anche più brutta perché il virus spara in maniera subdola e tu puoi solo difenderti e non sempre ci riesci. Non abbiamo armi, è terribile».

E poi ognuno, a cominciare dagli esperti, dice la sua.

«La cosa strana è che dopo tanti mesi e migliaia di morti nessuno ci ha capito davvero nulla. Seguo tutte le interviste degli scienziati in Tv, nessuno dice una cosa nuova e tutti si contraddicono a vicenda. Dicono che il virus sarà debellato alla fine del 2021, ma siccome è un virus mutevole, appena l’hai sconfitto, può tornare con un altro ceppo. È una peste. Chi trova il vaccino giusto diventa il più ricco del mondo».

A tenerci compagnia in questa clausura forzata è rimasta soprattutto la Tv. Le piacciono i programmi di oggi?

«Per niente. La Tv di oggi è brutta e ripetitiva. Da quindici anni fanno sempre gli stessi spettacoli, una minestra riscaldata, molti programmi sono stupidi, non solo non abbiamo più grandi propositori e artisti, ma la cosa drammatica è che mancano anche gli autori. Importiamo pessimi format dall’estero mentre ai miei tempi eravamo noi a esportarli fuori. Il mio Luna Park del 1979 fu un successo straordinario, copiato ovunque e da tutti».

Si saccheggiano molto gli archivi e quindi lei è sempre in Tv anche adesso…

«Sì (ride, ndr). Grazie a Techetè sono diventato popolare tra i bambini e i ragazzi di oggi. Quando esco mi fermano e mi dicono: “Ma tu sei Pippo Baudo?”. E io gli rispondo: “Come hai fatto a riconoscermi?”. E loro: “Ti abbiamo visto a Techeté”. Però non si può andare avanti solo con la Tv d’archivio, bisogna inventare nuovi format, osare, farsi venire idee. Ho proposto di istituire una commissione di esperti con il compito di pensare a qualcosa di nuovo, bisogna lavorarci su e poi le cose vengono».

Qualche giorno fa se n’è andato Gigi Proietti. Che ricordo ha di lui?

«Era il 1971, al Teatro Sistina erano in corso le prove di Alleluja brava gente con Renato Rascel e Domenico Modugno. I due litigarono, Modugno, che aveva un carattere fumantino, se ne andò. I registi, Garinei e Giovannini, mi chiamarono disperati. Gli dissi di andare a vedere un certo Proietti che in quel periodo lavorava al Teatro delle Muse. Lo videro e se ne innamorarono. Io lo premiai subito invitandolo a Fantastico dove si alternava ogni settimana con Monica Vitti. È difficile trovare un altro artista come lui, sapeva fare tutti i generi: alto e basso, colto e popolare, il teatro scespiriano e le barzellette. Un genio».

Anche il Festival di Sanremo quest’anno è a rischio. Per ora è confermato ai primi di marzo, pandemia permettendo.

«Un gran bel guaio. Bisogna rivoluzionare tutto, mettere il plexiglas tra il pubblico, distanziare l’orchestra che finirà per mangiarsi tutto il palco che non è grandissimo con il rischio che chi sta in fondo non veda nulla. Non è facile, è una macchina complessa».

Il Teatro Ariston è la sua seconda casa, lo conosce benissimo.

«Ho presentato il Festival tredici volte, dal 1968 al 2008. Ma lo sa che il principe Alberto di Monaco voleva “scipparlo” all’Italia e io l’ho salvato?».

Racconti.

«Un giorno venne a trovarmi a Sanremo e mi proposte di trasferire la kermesse a Montecarlo. Gli risposi: “Se lo faccio mi ammazzano”. Poi chiamai l’allora sindaco della città, Leo Pippione, e gli dissi di chiamarlo “Festival della canzone italiana di Sanremo” così nessuno si sarebbe appropriato del format e ogni anno la Rai avrebbe versato un contributo economico al comune. Sanremo è il Festival, se lo fanno da un’altra parte non interessa a nessuno».

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