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martedì 16 luglio 2024
 
Settimana sociale
 

Il Papa: «Preoccupato per la democrazia in crisi. Attenzione ai populismi»

07/07/2024  Il Pontefice parla alle Settimane sociali e sprona i cattolici a un maggior impegno a favore della costruzione di una società in cui tutti possano partecipare senza tifi e polarizzazioni. «L’indifferenza è un cancro della democrazia».

Esorta ad avere cura della democrazia, del popolo, che «non significa populismo», della buona politica che non scarta nessuno. Papa Francesco arriva a Trieste - di cui ha sentito parlare dal nonno che gli cantava la strofetta della canzone contro la guerra «il general Cadorna ha scritto alla regina “Se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina”» -  accolto dal cardinale Zuppi che lo definisce un «poeta sociale». Parla con gli oltre mille delegati convenuti per le Settimane sociali dei cattolici in Italia che, come spiega il presidente della Cei, «non sono una lobby in difesa di interessi particolari». Accogliendolo al Centro congressi ribadisce che «i cattolici non diventeranno mai di parte, perché l'unica parte che amano e indicano liberamente a tutti è quella della persona, ogni persona, qualunque, dall'inizio alla fine naturale della vita. E non un amore qualsiasi, ma quello che ci insegna Gesù».

Parole che il Papa rilancia quando sottolinea che «occorre partecipare e non parteggiare», come spesso di è detto in questi giorni. E anche per questo si dice preoccupato per «il numero ridotto di gente al voto». Occorre «allenare», continua, «il senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populiste». E, soprattutto, impegnarsi, insieme, per il bene comune. «Nel mondo di oggi, diciamo la verità, la democrazia non gode di buona salute», è l’analisi del Papa. Una crisi che è «trasversale a diverse realtà e nazioni». E questo, insiste Francesco, «ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell'uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo». Cita La Pira, Aldo Moro, e sprona alla formazione politica di cui anche la Chiesa deve preoccuparsi. Rilancia le scuole costruite dal basso, soprattutto dai giovani e bolla «l’indifferenza» come un «cancro della democrazia». Usa la metafora dei cuori, quello «infartuato», della democrazia in crisi, per il quale c’è una «chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo» a darsi da fare. Per arrivare a un cuore «risanato» dove nessuno sia scartato. Riprende dalla Fratelli tutti per ricordare che «finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale». «Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante. Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile». E bisogna che ciascuno sia messo in grado di partecipare senza cedere a quell’assistenzialismo che è, in realtà, «nemico della democrazia e dell’amore al prossimo».  Invece occorre adoperarsi per un dialogo che coinvolga tutte le parti sapendo che bisogna fare un «passaggio dal parteggiare al partecipare, dal fare il tifo al dialogare». Anche perché «le polarizzazioni immiseriscono e non aiutano ad affrontare le sfide».

Bisogna riportare in primo piano il popolo. «Il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo», spiega il Papa, «Purtroppo questa categoria - popolo - spesso è male interpretata e, potrebbe portare a eliminare la parola stessa democrazia (governo del popolo). Ciononostante, per affermare che la società è più della mera somma degli individui, è necessario il termine "popolo". Che non è populismo, è un'altra cosa»

I cattolici non possono vivere una fede nel privato, che non denuncia le ingiustizie sociali, che non dà chiavi di lettura per leggere le sfide del quotidiano. Anzi, devono impegnarsi in quella che il Papa chiama «carità politica» alla quale «è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte».

«Il politico», ha poi aggiunto, «deve essere come un pastore: davanti, in mezzo, dietro al popolo» ed essere in grado di organizzare la speranza. Come Chiesa, poi, possiamo condividere la Dottrina sociale e «prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune. Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l'orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l'Italia di domani. Il tempo è superiore allo spazio e avviare processi è più saggio di occupare spazi. Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro».

 
 
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