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A bordo del Gregoretti (in copertina una foto di repertorio) ci siamo stati. Per documentare l’attività ordinaria dell’unità della Guardia costiera appositamente ideata, progettata e allestita per il controllo della pesca d’altura e la tutela del patrimonio ittico. In questi giorni la nave, ostaggio del divieto del Viminale di sbarcare nei porti italiani, sosta prima al largo di Lampedusa e poi nella rada di Catania e sulla banchina di Augusta. Distratta dai suoi veri compiti da un inspiegabile altolà. Torna a dire, il ministro, che consentirà lo sbarco solo quando l’Europa si accorderà per i ricollocamenti dei 131 migranti a bordo. Sempre che, poi, tenga fede alla promessa. Perché, quando l’accordo sui ricollocamenti era stato raggiunto durante il braccio di ferro con la Sea Watch, ampiamente twittato dal ministro degli Esteri Moavero, la posizione del Viminale era rimasta inamovibile. A norma di legge, poi, non si potrebbe vietare il rientro in porto di una nave militare italiana. Il Gregoretti aveva preso a bordo, il 26 luglio 50 naufraghi salvati da un peschereccio, altrettanto italiano, l’Accursio Giarratano. Naufraghi che si sono sommati altre 91 persone salvate da un pattugliatore della nostra guardia di finanza. Sei persone bisognose di cure erano state sbarcate a Lampedusa e una donna incinta all’ottavo mese, con il marito e i suoi due figli, è stata fatta scendere la scorsa notte dopo essere stata visitata a bordo. «Non li avremmo mai lasciati alla deriva, in mare non si lascia nessuno», aveva detto, subito dopo il salvataggio Carlo Giarratano, il comandante del motopeschereccio. E l’armatore agrigentino Gaspare, il papà di Carlo, ha ribadito: «Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà, e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto. Tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perché è giusto così. Mio figlio Accursio è morto nel 2002 dopo due anni di lotta contro un male incurabile. Se n’è andato che aveva appena 15 anni, e la nostra barca oggi porta il suo nome. Come potremmo voltarci dall'altra parte di fronte alle richieste di aiuto che provengono da esseri umani, che possono essere anche bambini, che magari ci guardano con gli occhi di mio figlio? No, noi li salviamo, e lo facciamo anche pensando al mio ragazzo, perché lui era come noi, e da lassù ci benedice».





