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Guccini: «Quel bambino è ancora nel vento, più che mai»

26/01/2017  Cinquant’anni dopo l’uscita della canzone dedicata allo sterminio degli ebrei, il celebre cantautore Francesco Guccini ha visitato il lager che l’ha ispirata. Un viaggio doloroso contro l’indifferenza

«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento»... Basta questo e il suono e le parole della canzone partono automaticamente nella memoria di ciascuno di noi. Perché “La canzone del bambino nel vento”, comunemente chiamata Auschwitz, è ormai un classico della nostra storia e della nostra cultura. Scritta dal grande Francesco Guccini, riproposta per anni nei suoi concerti, ha compiuto nel 2016 cinquant’anni, e il suo autore per festeggiare questo evento si è regalato un viaggio proprio in quel luogo. Tanto cantato ma mai visitato. Un’esperienza vissuta, insieme a un gruppo di giovanissimi studenti e a monsignor Matteo Maria Zuppi, vescovo di Bologna, nel marzo del 2016 e che verrà raccontata su Rai Storia (venerdì 27 gennaio alle 21.10) proprio in occasione della Giornata della memoria.

Cosa ha provato entrando ad Auschwitz? L’ha trovato diverso da come se lo era immaginato?

«È difficile immaginare anche dopo avere letto e visto tanto su questo posto. La realtà è sempre un po’ diversa, come il famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei” che me lo immaginavo molto più grande. Ho provato comunque un’emozione profonda, un forte colpo al cuore. Non so perché ho aspettato così tanto per fare questo viaggio. Ma quando mi è stata offerta la possibilità ho accettato anche perché mi interessava raggiungere Auschwitz partendo dal binario 21. Un viaggio lungo e un po’ scomodo. E se è lo è stato per me, ho sofferto pensando a come deve essere stato quello dei deportati».

Quando ha registrato la canzone era solo il lato B di un 45 giri. Immaginava un tale e così lungo successo?

«No, non lo avevo proprio immaginato. Non so neanche perché ho deciso di scriverla. Avevo 24 anni, tutto è accaduto in un pomeriggio d’autunno preparando un esame di latino. Tra l’altro, in seguito, in fase di registrazione un tecnico mi si era avvicinato per chiedermi se ero l’autore. Quando glielo confermai mi disse: “Cambi mestiere o cambi genere, così non andrà lontano…”».

La Giornata della memoria del 27 gennaio ha lo scopo di non far dimenticare l’orrore della Shoah. Serve in tal senso visitare Auschwitz?

«Serve, ma non si può visitare un campo di concentramento come si visita una città o guardarlo come si osserva un monumento. Non è la stessa cosa. È molto di più. È un’esperienza dolorosa e pesante da affrontare. Bisogna, invece, mantenere viva la memoria anche se non sempre la storia insegna. C’è sempre il rischio che si dimentichi e non mi piacciono coloro che dicono, riguardo alla Shoah o anche alle lotte dei partigiani, che ormai ne abbiamo parlato abbastanza ed è ora di voltare pagina. Io invece dico: mai dimenticare quello che è successo».

C’è un’altra sua canzone del 1981, Lager, in cui canta che esistono ancora questi luoghi. Dove sono? E dove sono oggi le “belve umane” da lei citate in Auschwitz?

«Purtroppo “belve umane” e lager ne esistono ancora e non smettono mai di stupire dolorosamente. Non sono più quelli col filo spinato, sono lager morali, lager dell’indifferenza dell’uomo, dell’odio per i diversi, del sospetto verso coloro che fuggono da situazioni di guerra e povertà e fame».

I ragazzi con cui ha viaggiato appartengono a una generazione molto lontana da questi fatti storici. Come hanno reagito?

«Sono stati preparati, hanno letto libri e visto film. Alla partenza, credo fossero meno colpiti di quanto lo siano poi stati all’arrivo. Era una giornata uggiosa. Vedere Birkenau che non è che un’enorme distesa di niente, fanghiglia, torrette e filo spinato e poi dopo le baracche di Auschwitz con gli oggetti abbandonati dietro ciascuno dei quali c’è un essere umano... ecco credo che tutto ciò abbia impressionato davvero questi ragazzi».

Lei ci è stato anche con monsignor Zuppi. Avete affrontato durante il viaggio una questione dolorosa per un credente: “dove era Dio” ad Auschwitz?

«Mi sono trovato benissimo con monsignor Zuppi. Una persona semplice ma di grande cultura, coscienza e profondità. Ovviamente si è parlato anche di questo e lui, da sacerdote, da uomo di fede si è posto la stessa domanda, ha cercato delle risposte e ne ha parlato ai ragazzi con parole semplici ed efficaci. Io ricordo un brano dello scrittore Elie Wiesel che a questa domanda, posta davanti alla scena di un bambino impiccato ad Auschwitz, la risposta che dà è: “Dio è in quel bambino”».

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