I medici di solito, da spettatori, sono un po’ allergici alle fiction sui camici bianchi, le trovano un po’ troppo fuori dalla realtà. Ma se si vuole evitare di commettere errori clamorosi, chi le scrive e chi le interpreta un po’ dai medici veri deve imparare e, fatalmente, qualche medico vero deve metterci del proprio nell’insegnare. Siamo andati a scoprire come si sono fatti le ossa gli sceneggiatori e i medici-attori Doc Nelle tue mani, serie che ha tra i suoi consulenti scientifici il professor Raffaele Landolfi, già ordinario medicina interna dell’università Cattolica e del policlinico Gemelli.

Professore che cosa l'ha convinta ad accettare la consulenza scientifica della serie con protagonista Luca Argentero?

«Il tutto nasce con presupposti molto corretti. Gli autori di Doc giravano per il Policlinico Gemelli (che non è quello che si vede nella serie, Ndr) dicendo di volersi ispirare a un reparto e a delle persone reali e sono venuti a parlare anche con me. Ho esposto loro il mio punto di vista e li ho lasciati riflettere, dopodiché sono tornati e abbiamo iniziato».

Che cosa c'era in quel punto di vista?

«C’era tema della diagnosi, che da sempre mi appassiona, e l’idea di prendere a modello la medicina interna che è quella che si occupa del ragionamento diagnostico e delle diagnosi che sfuggono - concetto che gli autori per motivi televisivi hanno estremizzato -, dove il rapporto medico-paziente ha un valore particolare. Questo tra virgolette era il mio punto di vista dell'epoca e questo è stato è stato abbracciato con convinzione ed entusiasmo da chi lavorava alla serie. Dopo è venuto il training degli attori nel mio reparto e di conseguenza è venuta la richiesta di consulenza: una sequenza di cose che si è sviluppata secondo me in un modo corretto e che ha creato in un autentico regime di scambio».

Ci fa un esempio di come procede la consulenza?

«Si lavora su tre piani: un una prima fase si lavora all'impostazione dei casi clinici trattati nelle puntate: un caso viene descritto in 10 righe e si discute tutti insieme se si presti o meno, se sia realistico o meno. Poi si prepara una sceneggiatura che io rileggo un paio di volte in una prima e in una seconda stesura, per verificare che non ci siano inesattezze macroscopiche. E alla fine, poi, mi rivedo le puntate per correggere dettagli, come difetti di accento nei termini medici o per esempio il fatto che capiti che si parli di “dimissioni” del paziente anziché di “dimissione”, come è invece corretto fare».

Serie di questo tipo in qualche modo orientano le aspettative che un paziente ha nei confronti dei propri medici reali: vuole spiegare agli spettatori che cosa c’è di più o meno realistico in Doc?

«Non è realistico il fatto che un solo reparto concentri l’expertise di tante strutture dalla diagnostica alla chirurgia: nella realtà non avviene così. Non sono realistiche le tempistiche: nella serie le diagnosi di casi complessi arrivano in poche ore o pochi giorni. Nella realtà è tutto più lungo e complicato: quelli che si vedono in Tv sono tempi dettati dal ritmo della fiction, che non hanno corrispondenza nella vita reale. Quello che invece i nostri pazienti potrebbero e dovrebbero aspettarsi da un medico è l’empatia, la comunicazione, l’attenzione all’osservazione sì dei segni clinici del paziente ma anche del suo stato emotivo, delle sue reazioni. Da quel punto di vista c’è un richiamo anche per i medici a dare anche del tempo a queste cose. Purtroppo oggi la medicina ospedaliera, (in cui la burocrazia aumenta, ndr.), obbliga i medici a stare più tempo dietro a un Pc che al letto del paziente. E in particolare per alcune specialità che hanno a che vedere con la diagnosi e con alcune patologie delicate questo non va bene».

Quello che funziona nella finzione ma di certo non è realistico è la concentrazione di casi complessi. Quanta sproporzione c’è rispetto al reale?

«È una cosa che dico agli sceneggiatori tutti i momenti. Nella vita reale quelli che si vedono in Doc sono tutti casi rari, mentre la medicina quotidiana è fatta soprattutto di casi comuni. E questo, se posso anticipare, sarà il tema della prossima stagione».



La serie dura da anni: ha seguito oltre all’evocazione della pandemia l’evoluzione della realtà in campo medico, ambito tecnologico compreso?

«Io di fatto ho introdotto gli attori alla simulazione, facendo fare un’esperienza (non a caso nella serie si parla del “manichino” ndr.) e ho parlato loro dell’intelligenza artificiale. La simulazione è entrata da tempo nella formazione medica, anche se non è ancora a disposizione della maggior parte degli ospedali, tanto è vero che molti mandano altrove i propri medici a formarsi. Ma il tema del simulatore, del “manichino”, è importante: poter contare su manichini che simulano il corpo umano per imparare manovre e tecniche di base senza dare fastidio al paziente è una cosa molto etica».

Nei personaggi ce n’è qualcuno più realistico di altri?

«Direi che nell’insieme i protagonisti interpretano bene la varietà del comportamento medico: c’è il tipo disincantato, quella particolarmente timida, la persona che si porta dietro ferite. Direi che il personaggio Doc ha due estremi: quello del primario in carriera dell’inizio, che è piuttosto realistico, e quello della persona scesa sulla terra che dimostra un’empatia fuori dal comune: il suo rapporto con il paziente è cambiato a seguito di un’esperienza traumatica che lo mette dalla parte del paziente. Anche nella realtà può accadere che un medico che sperimenti su di sé una malattia importante dopo cambi il proprio rapporto con il paziente. Secondo me la figura che interpreta meglio il medico, però, è Giulia (Matilde Gioli): ha il giusto mix di preparazione, lucidità ed empatia».

C’è qualche personaggio cui nella consulenza pensa di aver dato qualcosa di particolare?

«Con Luca Argentero ho avuto un confronto piuttosto prolungato, gli ho fatto fare delle osservazioni e, io che non avevo mai avuto a che fare un bravo attore, sono rimasto sorpreso del suo talento, della rapidità nel calarsi nella parte. Appena gli ho fatto vedere dei modelli miei e di miei colleghi: ha captato subito l’essenza dei personaggi».

Quale atteggiamento consiglierebbe a uno spettatore che vede dal divano questa medicina?

«Gli direi di notare che ci sono due narrazioni parallele: la narrazione umana e quella medica. Lo inviterei a tenere sempre presente che quella medica paga dazio alla finzione cinematografica: pur non contenendo errori maggiori, è idealizzata, velocizzata e semplificata».

Ha mai conosciuto Pierdante Piccioni, il medico che ha ispirato la figura Doc?

«No, me ne hanno parlato, ma non ci siamo mai sentiti».