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venerdì 22 ottobre 2021
 
dialogo interreligioso
 

Ramadan: digiuno, preghiera e carità, il volto mistico dell'islam

16/04/2021  Il 13 aprile è iniziato il mese al centro dell'esperienza spirituale musulmana. L'esercizio del distacco dagli affanni terreni per essere più radicati in Dio: un insegnamento attuale e utile a tutti. La riflessione del teologo don Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense.

Preghhiera e riflessione durante il Ramadan, in Italia (in copertina, a Napoli) e all'estero (a Peshawar, in Pakistan, sopra, e a Srinagar, in India, in alto). Tuitte le fotografie di questo servizio sono dell'agenzia di stampa Ansa.
Preghhiera e riflessione durante il Ramadan, in Italia (in copertina, a Napoli) e all'estero (a Peshawar, in Pakistan, sopra, e a Srinagar, in India, in alto). Tuitte le fotografie di questo servizio sono dell'agenzia di stampa Ansa.

Martedì 13 aprile per i credenti islamici è iniziato il mese di Ramadan, che, come sappiamo consiste nel non assumere cibi e bevande e nell’astensione dai rapporti sessuali dall’alba al tramonto. I credenti in Cristo hanno fatto pervenire ai rappresentanti delle comunità musulmane i loro voti augurali, perché questo tempo “sacro” sia foriero di un profondo rinnovamento spirituale (così il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) nel suo messaggio alla comunità islamica di Perugia). In un'interessante intervista all’Avvenire, il vescovo responsabile della commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, monsignor Ambrogio Spreafico, spiega che «Quello cominciato martedì è, per i musulmani tutti e quindi anche per quelli italiani o che vivono nella Penisola, un momento di testimonianza della genuinità della loro fede. Per gli islamici, è il cuore del loro anno rituale, come lo è per noi la Pasqua. Si tratta di un tempo di preghiera e digiuno. E può essere letto come un segno, che diventa istruttivo anche per noi, di separazione da sé stessi per sottolineare il legame con Dio» (a cura di Gianni Cardinale, che ci offre anche una scheda informativa circa questa pratica religiosa).

Particolarmente significativa risulta ai nostri occhi la coincidenza cronologica con il periodo pasquale e molto interessante il fatto che diverse autorità islamiche abbiano inteso augurarci una buona Pasqua, laddove, a detta di Luigi Bressan, sembrerebbe più consono e comprensibile l’augurio natalizio, alla luce della sura XIX (detta di Maria), dove si narra la nascita di Gesù. Invece nel messaggio pasquale indirizzato ai cristiani si legge: «Tantissimi auguri di Buona Pasqua. Con la rinnovata speranza nella risurrezione dell’umanità camminando insieme come sorelle e fratelli verso il Misericordioso». L’articolata e documentata riflessione proposta da Settimana offre un quadro d’insieme sulla passione ed “elevazione” al cielo di Gesù nella tradizione islamica.

In occasione della Pasqua mi sono visto recapitare all’università in cui insegno, un plico da parte dell’imam della moschea di Milano Yahya Pallavicini, con un libro, di cui è autore principale, appena pubblicato da Mimesis e intitolato, Contemplare Allah. Regole sulla vita interiore dei maestri musulmani, insieme ad una cortese lettera con gli auguri pasquali. Ho avuto molto da imparare soprattutto da alcune figure evocate nel volume e di cui si riportano gli insegnamenti. L’orizzonte è quello del sufismo, ovvero dell’esperienza mistica in chiave islamica, prendendo le mosse dalla domanda circa l’essere “monaco di Allah”. Non dobbiamo, infatti, pensare che nell’esperienza islamica vi sia un monachesimo quale quello che si vive in ambito cristiano o buddhista, piuttosto si tratta di una vita interiore monastica, per cui l’essere poeta o emiro, viaggiatore o esule “rappresenta una funzione e un velo del monaco”: «Per qualcuno il monastero può essere l’angolo di una camera in cui si ritira e dalla quale insegna e pratica la ritualità dell’invocazione e dell’adorazione interiore, per altri il monastero può essere una funzione pubblica o il mondo intero. Ciò che importa sono le stazioni di permanenza spirituale, i gradi della vittoria e della vicinanza all’Identità divina nei suoi Svelamenti progressivi» (p. 9). Si è chiamati a passare «da un livello superficiale dell’Amato a un livello intimo dell’Amato» (ib.).

In questa prospettiva spirituale il digiuno assume il ruolo simbolico (e non c’è nulla di più reale del “simbolo” quando innestato in una comunità vivente), espresso da un termine comune all’esperienza mistica di tutte le appartenenze religiose: il “distacco” (nel tedesco di maestro Giovanni Eckhart, die Unterscheidung – femminile, letteralmente distinzione, differenza), ovvero il prendere le distanze. Ma da cosa, se non dal peccato? E - come afferma un illustre islamologo il collega Bartolomeo Pirone - «Il peccato per eccellenza nel Corano è l’atto col quale si associano a Dio altre divinità». Uno dei detti del profeta recita: «Agisci in questo mondo con distacco, Allah ti amerà. E se agisci verso le genti con distacco, le genti ti ameranno» (p. 13). E tutto ciò per impegnarsi nel combattimento (jihad), che nell’autentica interpretazione dei commentatori, “sforzo nella via di Allah”, «non si riferisce in modo sistematico al combattimento armato, bensì alla ricerca della scienza divina» (p. 118).

Nel proseguire la lettura di questo bel libro donato, mi veniva in mente la famosa espressione del teologo gesuita Karl Rahner, spesso citata, ma non sempre consapevolmente: «Bisognerà dire che il cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè, una persona che ha sperimentato qualcosa, o non sarà cristiano» e questo perché «oggi se non si è mistici non si può essere nemmeno cristiani». Le appartenenze religiose del futuro sono così chiamate a riscoprire il nocciolo mistico della loro fede e, sulla base di esso, costruire un dialogo profondo, che nasce dalla conoscenza reciproca, per attuarsi nella fratellanza universale, che è una delle regole della “cavalleria spirituale” (p. 49), in un cammino di ricerca della felicità, perché «l’infelice è incapace di andare oltre, e questo è precisamente ciò che lo tormenta» (p. 145).

 
 
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