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sabato 25 settembre 2021
 
intervista al re del liscio
 

Raoul Casadei: «La mia vita allegra come la mia musica»

15/03/2021  Ricordiamo il "re del liscio" scomparso a 83 riproponendo l'intervista che ci concesse nel 2013 nel suo "recinto", come lo chiamava lui: la tenuta di Gatteo a mare dove ha vissuto come un patriarca con i figli e i nipoti

Era l'estate del 2013 e l'autore di questo articolo ebbe la fortuna di trascorrere una intera giornata con Raoul Casadei, il re del liscio scomparso a 83 anni a causa del Covid. Ora la riproponiamo, per celebrare non solo un grande artista, ma soprattutto un uomo che in ogni istante della sua esistenza ha celebrato la vita, regalando allegria a sé e agli altri.

«Benvenuti nel mio recinto!». Camicia sbottonata, bermuda bianchi, piedi nudi, pipa in bocca che non nasconde il sorriso birbante di un ragazzino di quasi 76 anni. Così Raoul Casadei ci accoglie nella sua casa di Gatteo a Mare, sulla riviera romagnola. Ma perché la chiama “recinto”? «Perché in questo spazio vivono tutte le persone a me più care, divise in due appartamenti autonomi: oltre a me a mia moglie, ci sono i miei figli Mirko, Carolina e Mirna, ciascuno con le proprie famiglie. A proposito, sa che da poco ho saputo che diventerò bisnonno? Mia nipote Asia, la figlia di Mirko che ha solo 18 anni, ci farà questo bellissimo regalo».

L’occasione per l’incontro è la pubblicazione della sua autobiografia, Bastava un grillo (per farci sognare), scritta con Paolo Gambi ed edita da Piemme, in cui ripercorre la sua carriera di re del liscio, la colonna sonora dell’Italia che fu e che speriamo possa diventarlo anche dell’Italia che sarà: gioiosa e piena di speranza. «Sa che sono stato proprio io a coniare quest’espressione? Le orchestre come la nostra suonavano melodie tradizionali, polke, valzer e mazurke, ma nessuno le aveva mai considerate come un “genere”. Una sera, durante un concerto alle Rotonde di Garlasco, vedendo la gente felice sotto il palco che ballava pensai che stava andando tutto liscio come l’olio e, senza pensarci, gridai: “Vai col liscio!”. La settimana dopo Tv, sorrisi e canzoni titolò: “Casadei vi insegna a ballare il liscio”».

Dalla cucina, intanto, arriva un profumo delizioso: Carolina, con la madre Pina, sta preparando per tutta la famiglia un pranzo a base di vongole, gamberi, alici, sgombri, merluzzi e altre prelibatezze. «Le verdure e la frutta, però, arrivano tutte dal mio orto: gli dedico almeno cinque ore ogni giorno», puntualizza Raoul. Pina a un certo punto lascia la cucina e viene ad abbracciarlo: «Quest’anno festeggiamo i 50 anni di matrimonio. Mi ha ispirato tante canzoni, dal tango Appassiuneda a Il valzer degli sposati». Le chiediamo se non sia stato complicato vivere con un uomo che per tanti anni ha fatto su e giù per l’Italia. «No, perché spesso ero con lui».

«La verità è che è napoletana e, come ogni donna del Sud, è sempre stata gelosissima. Ancora adesso, se in spiaggia mi capita di dare un bacio a una donna che mi ha chiesto un autografo, lei mi lancia certe occhiatacce... Comunque sono sempre stato molto legato alla famiglia. Con l’orchestra avevamo comprato un autobus dotato di cuccette e persino di un tavolino per giocare a carte. Ma, a meno che non ci trovassimo ad Aosta o a Catanzaro, ogni sera si tornava a casa: un bacio alla moglie e ai bambini e il giorno dopo eravamo pronti a ripartire».

Casadei ha conosciuto sua moglie in Puglia, dove entrambi lavoravano come insegnanti. «Dopo aver vinto il concorso, mi assegnarono a una scuola elementare a Cagnano Varano, nel Gargano. Erano gli anni del boom economico, ma i miei alunni arrivavano a scuola tutti scalzi e con le maglie bucate. C’era chi frequentava la quarta pur avendo 14 anni, chi aveva il padre in prigione. I miei colleghi chiedevano tutti di essere trasferiti. Io, invece, per i primi mesi non ho mai dato compiti: li portavo allo stadio a giocare e a raccogliere asparagi. Dopo un po’ hanno iniziato ad ascoltarmi. Devo a loro la mia capacità di saper parlare in pubblico».

Gli anni Sessanta passano così tra l’insegnamento in inverno e le serate in estate con l’orchestra fondata da suo zio Secondo Casadei nel 1928. «Per me è stato come un secondo padre. Fu lui a suggerire ai miei genitori di chiamarmi Raoul, come il musicista francese con cui suonò quando nacqui. Nel 1954 compose Romagna mia che all’inizio voleva intitolare Casetta mia. Fu un discografico a proporgli di cambiare».

L’Orchestra Spettacolo Casadei andava forte, ma solo nei locali della Romagna. Finché una sera Raoul assistette a una scena che cambiò la sua vita. «Eravamo in un night di lusso a Riccione e, prima di salire sul palco, vidi un uomo molto elegante puntare un altro e urlargli in faccia: “Che ci fai qui? Fila subito a casa!”. Era un suo dipendente. In quel momento capii che la nostra musica doveva servire a garantire anche agli operai e ai contadini il diritto a divertirsi dopo una giornata di duro lavoro». Così, rinunciando anche a ingaggi più redditizi, i Casadei iniziano a esibirsi ovunque, anche in piccole balere sconosciute. In questo modo, però, la loro popolarità cresce.

In più, dopo la scomparsa nel 1969 dell’amatissimo zio, Raoul prende in mano le redini dell’orchestra e inizia a scrivere canzoni che colpiscono subito per la loro freschezza: sempre ancorate alla tradizione, ma con testi e arrangiamenti dal gusto più moderno, tanto da colpire Vittorio Salvetti, storico patron del Festivalbar. E così Ciao mare nell’estate del 1971 risuona da tutti i jukebox d’Italia, tanto da arrivare terza nella classifica finale. Di colpo, Raoul si ritrova sullo stesso palco di Lucio Battisti, dei Pooh, di Patty Pravo.

Reincide anche Romagna mia dello zio Secondo e questa volta il successo valica addirittura i confini nazionali: oltre 5 milioni di copie vendute finora nel mondo e innumerevoli versioni, da Gloria Gaynor ai Deep Purple e traduzioni, dal russo al giapponese. «Il cardinale Ersilio Tonini ha raccontato che era una delle canzoni preferite da Giovanni Paolo II», aggiunge Raoul. «Quando la canticchiava, ogni tanto cambiava Romagna mia in Polonia mia».

Intanto all’allegra combriccola si unisce il figlio Mirko, a cui è toccato il compito di portare avanti l’orchestra Casadei dopo il ritiro di Raoul: ora si chiama Mirko Casadei Beach Band. «Mi sono appena svegliato. Stanotte abbiamo smontato alle sei, dopo un concerto a Igea Marina. Suoniamo spesso, ma è dura. Il liscio, così come lo faceva papà, non funziona più tra i giovani e così, pur continuando a proporre i cavalli di battaglia della nostra tradizione, ci siamo aperti anche a musiche e strumenti di altre parti del mondo.

E poi dobbiamo contrastare le orchestre “abusive”: ce ne sono tantissime che usano il nome Casadei, che in riviera è molto diffuso, spacciandosi per parenti di papà, e non solo in Italia. Una volta, a Melbourne, abbiamo visto un manifesto con la foto di Luciano Pavarotti, seguito da un’altra dell’Orchestra Nadia Casadei, cugina di Raoul. Abbiamo poi scoperto che non si chiamava nemmeno Casadei».

Mirko viene raggiunto da due componenti dell’unica vera Orchestra Casadei: il trombettista brasiliano Gil e il fisarmonicista molisano Manuel. Insieme, tra un bicchiere di Sangiovese e l’altro, improvvisano una jam session che spazia dalla sigla dei Flinstones a La mazurka di periferia. Raoul ascolta felice e non ha rimpianti. «Mi sono ritirato 33 anni fa. Quasi ogni giorno mi viene in mente l’idea per una nuova canzone, ma la lascio lì perché ogni frutto ha la sua stagione. Dovrebbero ricordarselo pure molti nostri politici...».

Anche perché conduce una vita attivissima, tra l’orto, le buone letture, la pesca delle anguille e le nuotate seguite dalla pasta fredda che ogni giorno sua moglie mangia con lui a pranzo sotto l’ombrellone. «Io guardo sempre al futuro. Mi piacerebbe, per esempio, che Pupi Avati girasse un film sulla mia vita. Comunque, non ho paura del tempo che passa. Qualche giorno fa nuotavo in mare aperto. Mi sono girato e ho visto che ero solo. Anche in spiaggia non c’era nessuno. Ho pensato che se mi fossi sentito male, nessuno sarebbe venuto a salvarmi. Poi, però, mi è venuta in mente una celebre battuta di Marcello Marchesi: “L’importante è che la morte ci colga vivi”. Allora ho ripreso a nuotare».

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