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giovedì 09 dicembre 2021
 
Padre Ladiana
 

Reggio non tace. E chiede giustizia

11/05/2015  Il superiore dei gesuiti della città, prete scomodo, racconta la nascita di un movimento cittadino che lotta contro la ’ndrangheta.

Per capire Reggio Calabria, «la città dove vivono i crocifissi di oggi», si deve salire in alto. Mettersi alle spalle il mare, il Corso, il Duomo di pietra candida, prendere una stradina di periferia stremata dalle buche e arrivare su una terrazza che guarda lo Stretto e l’Etna. Vento, luce che gioca a scacchi sul mare, silenzio. È lì che puoi «contemplare  inferno e  paradiso in uno sguardo solo», spiega Giovanni Ladiana, superiore dei Gesuiti della città, prete sul taccuino dei clan. «Vedì là», dice, «il nuovo rione popolare di Arghillà: la nostra Scampia. Droga, traffico d’armi, rifiuti tossici. Sotto di te, Archi, feudo delle ’ndrine storiche, vedette a ogni angolo». D’accordo, ma perché salire fin qui? «Perché la ’ndrangheta è questa: violenza senza volto che prende a pugni la bellezza. Qui capisci il contrasto tra luce e tenebra. Questa terra è periferia esistenziale. Impastarla con la Scrittura è l’unica salvezza: solo la Parola spiazza chi si è votato al male in un posto così».


la giustizia predicata dal pulpito. Dopo avere “visto”, occorre tornare a valle per “capire”. Alla chiesa degli Ottimati, la chiesa dei Gesuiti, tra il Castello aragonese e il Tribunale. È qui che si snoda ora la storia di questo prete che ha girato tutti i Sud possibili. In un posto come questo, anemico di giovani in fuga, ha deciso che non bastavano ambulatori gratis, doposcuola, consulenza agli immigrati. La giustizia predicata dal lato della Croce, qui, significava dire l’indicibile. Anche dal pulpito, ogni domenica. E scriverli, i nomi e i patti tra i clan e i colletti bianchi, in un libro che sta spaccando la città, Anche se tutti, io no (Laterza).

Tutto comincia da una bomba che scoppia davanti alla porta della Procura generale, appoggiata alla chiesa degli Ottimati, il 2 gennaio del 2010. È un messaggio. A magistrati e preti. «Quella sera è  nato “Reggio non tace”», movimento di «resistenza e consapevolezza popolare». Obiettivo: dire l’indicibile. Che la città è di tutti. Primo atto: bussare alla porta di un Comune devastato dalle consorterie e chiedere un’assemblea cittadina. «Volevamo trasparenza sugli appalti, chiarezza sulle assunzioni, sulle politiche per i giovani. Volevamo sapere tutto sui conti. Il Governo ha fatto prima: ha sciolto per mafia l’amministrazione». In questa città dolente «gli uomini crocifissi», come li chiama lui, hanno per chiodi droga, estorsioni, traffici d’armi, rifiuti pericolosi. Fanno i conti con una percentuale di morti di leucemia crescente e inspiegabile. 

Ma il punto è un altro. È che a certe latitudini il volto dell’amico sfuma in quello del nemico, in modi insospettabili. E il nemico, in questa città, secondo padre Ladiana è un blocco di gattopardi che strozza la speranza: professionisti e docenti universitari, pezzi di imprenditoria locale, perfino spezzoni di Chiesa assuefatta al silenzio malgrado tutti i documenti in cui i vescovi hanno scomunicato silenzi, “inchini” e omertà. «Ci vogliono togliere il diritto di cittadinanza». Ladiana previene l’obiezione con un sorriso. «Anche un prete è un cittadino, sai. Perché per colpa del Vangelo è tenuto a stare agli incroci della storia e la vede dal basso, dal marciapiede».

Reggio non ha marciapiedi diversi da quelli che Ladiana ha conosciuto altrove. A Scampia, nel terremoto dell’Irpinia, in Messico, nel quartiere Librino di Catania. Sempre la stessa storia: il più forte schiaccia. «Ma ovunque ho verificato che Dio si è appostato per farmi diventare me stesso. E io sono grato alla ’ndrangheta, perché mi mette davanti alla coscienza di Cristo che sperimenta l’inutilità del suo amore. Eppure lo rinnova».

“Reggio non tace” va avanti. Discute, denuncia, crea ponti tra i cittadini. Con passione, pazienza, pazzia, tre parole che per Ladiana hanno la stessa  etimologia. Una “pazzia” che, alla Messa domenicale, fa sorridere qualcuno. Perché questo prete prende il “darsi la pace” alla lettera, e impiega un quarto d’ora a dare la mano a tutti. Poi in sacrestia confessa che «dietro la colonna c’era anche oggi l’uomo che deve riferire a chi di dovere quel che ho detto. Non mi spaventa. Per un cristiano il presente è il luogo del frattempo, tra il già e il non ancora. Nessuno vede i propri frutti. Li lascia ad altri. E solo questo sconfigge la morte».

 
 
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