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mercoledì 23 settembre 2020
 
Benedizione Urbi et Orbi
 

«La Resurrezione non è una formula magica che fa svanire i problemi»

12/04/2020  La messa di Pasqua senza fedeli e poi una benedizione Urbi et Orbi inusuale dai cancelli dell'altare della Confessione, nella Basilica di San Pietro. Il Papa ricorda il mondo piagato dalla pandemia, ma esorta ad avere coraggio e a cancellare l'indifferenza, l'egoismo, le divisioni e la dimenticanza per uscire insieme, migliori, da questa crisi mondiale.

L’icona della Salus populi romani a destra, per i fedeli, e il Crocifisso al centro. La messa di Pasqua, nella basilica di San Pietro, all’altare della Cattedra, si svolge senza fedeli, ma seguita in mondovisione da milioni di persone. Un rito essenziale, che dà spazio, dopo la lettura del Vangelo in latino e in greco, alla riflessione personale. Al termine della celebrazione, deposte le vesti liturgiche in sacrestia, papa Francesco si è recato presso i cancelli dell'altare della Confessione per impartire la benedizione Urbi et Orbi, con la concessione dell'indulgenza plenaria. Niente loggia, dunque, ma un messaggio che è apparso ancora più forte nella sua inusualità.

Francesco ha voluto dare coraggio e speranza al mondo intero. Con l’annuncio che la Chiesa fa al mondo intero: «Gesù Cristo è risorto!». «È veramente risorto!». Un “contagio” della speranza” in un mondo messo a dura prova dalla pandemia. Un mondo che era «già alle prese con sfide epocali» e che ha bisogno della Buona Novella. «Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi», dice subito il Papa. «No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio». Il Cristo risorto è lo stesso che è stato crocifisso, spiega Bergoglio, «porta indelebili le piaghe», ma le sue ferite diventano «feritoie di speranza».

Il suo primo pensiero va «quest’oggi soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole. Non faccia mancare la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri. Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici».

La pandemia ci ha privato degli affetti, ma anche della possibilità, per i credenti, di avere la consolazione dei sacramenti, «specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli!». Ma il Papa rassicura: «Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano, ripetendoci con forza: non temere, “sono risorto e sono sempre con te”».

E poi incoraggia perché «Gesù, nostra Pasqua, dia forza e speranza ai medici e agli infermieri, che ovunque offrono una testimonianza di cura e amore al prossimo fino allo stremo delle forze e non di rado al sacrificio della propria salute. A loro, come pure a chi lavora assiduamente per garantire i servizi essenziali necessari alla convivenza civile, alle forze dell’ordine e ai militari che in molti Paesi hanno contribuito ad alleviare le difficoltà e le sofferenze della popolazione, va il nostro pensiero affettuoso con la nostra gratitudine».

Non nasconde, il Papa, che «in queste settimane, la vita di milioni di persone è cambiata all’improvviso». E se per molti questo ha anche significato stare di più con i propri cari, fermare i ritmi frenetici della propria vita, riflettere, per tanti, però, «è anche un tempo di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane».

Questo non è il tempo dell’indifferenza, delle divisioni, della dimenticanza. Anzi, queste parole andrebbero bandite per sempre. «Tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia», ricorda Francesco chiedendo che non siano lasciati soli i poveri, quanti vivono nelle periferie, i profughi, i senza tetto. «Non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse, come pure le medicine e, soprattutto, la possibilità di adeguata assistenza sanitaria. In considerazione delle circostanze, si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri», insiste il Papa.

Tutti siamo accomunati dalla sfida di una pandemia che non fa distinzioni tra persone, ma può colpire tutti. E, «tra le tante aree del mondo colpite dal coronavirus», Francesco rivolge «uno speciale pensiero all’Europa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo continente è potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda. Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni».

Bisogna avere il coraggio di «aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite. Sia invece il tempo in cui porre finalmente termine alla lunga guerra che ha insanguinato l'amata Siria, al conflitto in Yemen e alle tensioni in Iraq, come pure in Libano. Sia questo il tempo in cui Israeliani e Palestinesi riprendano il dialogo, per trovare una soluzione stabile e duratura che permetta ad entrambi di vivere in pace. Cessino le sofferenze della popolazione che vive nelle regioni orientali dell’Ucraina. Si ponga fine agli attacchi terroristici perpetrati contro tante persone innocenti in diversi Paesi dell’Africa».

E ancora, il Papa si raccomanda perché «la crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone. Il Signore della vita si mostri vicino alle popolazioni in Asia e in Africa che stanno attraversando gravi crisi umanitarie, come nella Regione di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. Riscaldi il cuore delle tante persone rifugiate e sfollate, a causa di guerre, siccità e carestia. Doni protezione ai tanti migranti e rifugiati, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia. Non voglio dimenticare l'isola di Lesbo. Permetta in Venezuela di giungere a soluzioni concrete e immediate, volte a consentire l’aiuto internazionale alla popolazione che soffre a causa della grave congiuntura politica, socio-economica e sanitaria».

Indifferenza, egoismo, divisione, dimenticanza non sono le parole che vogliamo sentire in questo tempo, esse «sembrano prevalere quando in noi vincono la paura e la morte, cioè quando non lasciamo vincere il Signore Gesù nel nostro cuore e nella nostra vita», ma il Papa ribadisce che Gesù «ha già sconfitto la morte aprendoci la strada dell’eterna salvezza» e per questo a Lui possiamo chiedere che «disperda le tenebre della nostra povera umanità e ci introduca nel suo giorno glorioso che non conosce tramonto».

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