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martedì 09 agosto 2022
 
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David Sassoli, quell'idea di Europa radicata nel "chiostro dei folli di Dio"

11/01/2022  David Maria Sassoli si chiamava così in omaggio a padre David Maria Turoldo, aveva conosciuto in casa Giorgio La Pira e la sua declinazione del cristianesimo in politica era nata in quel contesto, respirato in famiglia e improntato all'apertura. Anche la sua idea di Europa si comprende andando alla ricerca di quelle radici

Quando si dice “esserci nati”. Il retroterra cristiano dell’europeista David Sassoli, per la precisione anzi David Maria Sassoli, gli è venuto nel nome non solo con il battesimo. Non casuale, anzi un omaggio voluto dal padre, Domenico “Mimmo” giornalista del Popolo, l’omonimia con David Maria Turoldo, frate che considerava la resistenza una categoria non della storia ma dello spirito per il cristiano, che ha formato quella che Sassoli ha definito la propria «radicalità poetica» tra Milano, al tempo del cardinale Schuster, e Firenze in quello che alcuni amano definire il “chiostro dei folli di Dio”, maturato nel tessuto della Chiesa fiorentina del Dopoguerra, attorno a Giorgio La Pira e al cardinale Elia Dalla Costa, di laici e religiosi, di estrazione diversa, che si sono trovati attorno a un cenacolo conciliare, prima del Concilio, dentro un’idea di Chiesa aperta, in dialogo con i “lontani” come si chiamavano allora, capace di laicità perché sicura della propria fede, anche quando com’è stato per tanti lì attorno s’è trattato di fronteggiare l’incomprensione della gerarchia. David Turoldo, appunto. E poi Mario Gozzini, «don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, don Raffaele Benzi, don Lupori, don Chiavacci, il monaco Divo Barsotti», tutti non per caso nominati, uno in fila all’altro nel 2019 durante una testimonianza su Giorgio La Pira proprio da David Sassoli.

Di lì veniva, culturalmente, Sassoli, da prima di nascere (a Firenze, ma poi cresciuto a Roma): i suoi genitori erano stati sposati da don Giulio Facibeni, Servo di Dio, fondatore dell’Opera dell’Opera della Divina provvidenza Madonnina del Grappa, casa d’accoglienza per gli orfani di guerra quando non era scontato che un sacerdote, ex cappellano militare sul sull’Isonzo e sul Grappa, non trovando dove affidarli si occupasse di persona di quei figli rimasti di nessuno. Di questa cultura era figlio il suo europeismo, cristiano e insieme laico, propenso all’apertura. Non per caso ricevuto da Papa Francesco gli aveva portato in dono la prima edizione (1951) del saggio di La Pira L'attesa della povera gente, testo che, diceva Sassoli, con parole dirette «indica la postura del politico che debba essere tale e non semplicemente un piazzista di superego»

Unità, dialogo, diritto, le parole chiave prese a prestito da La Pira attraverso le quali declinare un’idea di Europa e di mondo. La quarta era “metodo”, da cui diceva: «La politica deve umilmente ripartire». In quella testimonianza dei tre incontri avuti, bambino e poi ragazzo, con La Pira, diede, con parole ben ferme senza che il garbo facesse velo alla chiarezza, l’idea che aveva del cristiano in politica: «Il contributo che possiamo dare noi alla città degli uomini: che non è quello di costruire confessionalismi diretti o obliqui, ideologismi idolatri, ma al contrario è quello di allargare la propria tenda, perché sia più accogliente per tutti, perché vi entrino più persone. Quando i cristiani hanno smesso di farlo e i pastori hanno smesso di insegnarlo, il prezzo è stato molto salato: una disintermediazione tra governanti e governati che riduce le comunità ad attori di lotte gladiatorie inutili e pericolose. Perché l’abbandono delle devozioni cristiane più dolci nelle mani di chi è disposto a manipolare la pietà credente per calcoli è sempre sbagliata». Un concetto coerente con il suo impegno a contrastare l'idea di rinchiudere l'Europa in "radici cristiane", espressione che non amava, perché usata più per innalzare muri che per gettare ponti, l'esatto opposto di come la vedeva lui.

In questo spirito si capisce la sua idea di Europa intesa come «Complesso di valori sociali, giuridici, culturali incentrato sulla persona», l’esatto opposto di una visione del mondo «crociatesca e colonialista» (parole sue, a proposito di cristianesimo e politica), un’idea di Europa radicata nella consapevolezza di avere alle spalle un passato fatto di nazionalismo e di conflitti e nell’immediato dopo Guerra di un’Europa «monca, priva del suo polmone orientale» cui guardarsi dal ritornare, di vivere in un presente di Europa “in cantiere” come amava chiamarla, «ancora restia ad assumere i propri doveri verso l’Oriente e verso l’Africa», di doversi porre con urgenza in ascolto dei giovani che rimproverano alla generazione che li ha preceduti l’indifferenza «per un’industrializzazione costruita sì per il nostro benessere, ma sulla rapina del Pianeta», per non giocarsi il futuro.

Negli ultimi mesi aveva parlato del bisogno di un’Europa già troppo stretta per affrontare la tragica sfida presente e mondiale della pandemia. Dialogo, «perché in pace si può litigare ma avere speranza dell’ultima parola»; diritto, perché «è la costruzione del diritto europeo, con le sue radici nel diritto romano, a tutelare la libertà degli individui»; unità tra le nazioni perché «senza lo spazio europeo, nessun Paese sarebbe in grado di affrontare da solo i propri problemi (sicurezza, degrado ambientale, terrorismo internazionale, lotta alla povertà sfida tecnologica)», l’emergenza sanitaria doveva ancora venire. «Quali tra queste grandi questioni possono essere affrontate dai nostri Paesi ognuno per sé?». Si chiedeva David Sassoli non troppo tempo fa. A pensarci bene, e magari non è un caso, è su scala mondiale il concetto che don Lorenzo Milani esprimeva così: «Il tuo problema è il mio problema. Sortirne da soli è l’egoismo, sortirne insieme è la politica».

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