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Se l'Europa "vieta" il Natale e i nomi cristiani per essere inclusivi

29/11/2021  Le linee guida della Commissione europea per una “comunicazione inclusiva” puntano ad abolire le feste cristiane in nome del rispetto per le altre tradizioni religiose e persino la distinzione tra maschile e femminile

L’obiettivo è avere una “comunicazione inclusiva”. Il risultato però è grottesco. Da un documento interno della Commissione Europea intitolato #UnionOfEquality. European Commission Guidelines for Inclusive Communication e di cui ha parlato Il Giornale arrivano indicazioni precise sui criteri da adottare per i dipendenti della Commissione nella comunicazione sia esterna che interna. Per esempio, è bandita la parola Natale con tanto di esempio: meglio evitare «il periodo natalizio può essere stressante» e dire «il periodo delle vacanze può essere stressante». È raccomandato anche usare nomi generici anziché di «nomi cristiani». Altro esempio pratico: invece di dire «Maria e Giovanni sono una coppia internazionale», bisogna dire «Malika e Giulio sono una coppia internazionale».

Parole che possono essere equivocate come "colonialismo" vanno abolite: non si può dire, ad esempio, «colonizzazione di Marte» o «insediamento umano su Marte», meglio affermare «inviare umani su Marte».

Nella premessa il Commissario per l'uguaglianza Helena Dalli ricorda che «dobbiamo sempre offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale». E quindi: vietato utilizzare nomi di genere come «operai o poliziotti» o usare il pronome maschile come pronome predefinito, vietato organizzare discussioni con un solo genere rappresentato (solo uomini o solo donne) e ancora, vietato utilizzare «Miss o Mrs» a meno che non sia il destinatario della comunicazione a esplicitarlo. E ancora: non si può iniziare una conferenza rivolgendosi al pubblico con la consueta espressione «Signori e signore» ma occorre utilizzare la formula neutra «cari colleghi».

Un capitolo ad hoc è dedicato «culture, stili di vita o credenze». La Commissione europea ci tiene a sottolineare di «evitare di considerare che chiunque sia cristiano» perciò «non tutti celebrano le vacanze natalizie (...) bisogna essere sensibili al fatto che le persone abbiano differenti tradizioni religiose». Ma fino a che punto deve spingersi questa, diciamo così, "sensibilità"? Omettendo di chiamare Natale il Natale?

L’impressione, più che di veicolare una comunicazione inclusiva, è che l’obiettivo sia quello di cancellare alcune feste cristiane e la differenza tra genere maschile e femminile come quando la Commissione scrive che bisogna evitare di usare espressioni come «il fuoco è la più grande invenzione dell'uomo» ma è giusto dire «il fuoco è la più grande invenzione dell'umanità».

«Non si tagliano le radici dalle quali si è nati», disse Giovanni Paolo II nell'Angelus del 20 giugno 2004, un anno prima di morire. Per il Papa polacco, la battaglia per un richiamo alle radici giudaico – cristiane nella Costituzione europea non era solo una formalità o il tentativo di issare una bandiera di appartenenza ma una pietra fondamentale per costruire l’edificio del Continente nel quale se si applicano i diritti umani, la libertà dei popoli, a cominciare da quella religiosa, il rispetto e il riconoscimento della dignità di ogni persona lo si deve anche al cristianesimo che nei secoli ha forgiato la politica, la storia, l’arte e la società dell’Europa.

Da un dibattito di alto profilo sulle radici cristiane dell’Europa siamo passati, in questi ultimi anni, ai diktat del politicamente corretto che svelano, con risultati a volte farseschi come in questo caso, la deriva verso il politicamente corretto che, non di rado, è l’anticamera del pensiero unico.

 
 
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