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domenica 23 gennaio 2022
 
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"Solo una rete sensibile e competente può salvare le Saman d'Italia"

11/06/2021  "Le ragazze come Saman e le loro madri vivono spesso in famiglie allargate che le rinchiudono come in un filo spinato", spiega Tiziana Dal Pra di Trama di terre, "da lì è difficile chiedere aiuto e quando riescono a farlo il percorso è lungo e complesso e richiede la convergenza di approcci differenti"

Ragazze che andavano a scuola, capaci, con tanta voglia di imparare. Poi un’estate sparivano e nessuno le vedeva più. È stato così che Trama di terre, una onlus interculturale di donne per le donne, che opera sul territorio emiliano, a Imola, fondata nel 1992 da Tiziana Dal Pra, attivista per i diritti delle donne, si è accorta nel 2008-9, facendo corsi di formazione nelle scuole, delle Saman d’Italia, ragazze destinate a matrimoni forzati, portate in Marocco (quando spesso erano ancora bambine), in Pakistan, in India, in Bangladesh per sposare un uomo spesso molto più grande di loro, il più delle volte appartenente alla stessa famiglia allargata, mai visto prima. «Erano state le insegnanti», spiega oggi Tiziana Dal Pra che da allora ha fatto di questo particolare tipo di violenza di genere, la specializzazione di Trame di terra, «a raccontarci di queste sparizioni misteriose, lì abbiamo capito che c’era un’esigenza sul territorio ed è scattata la curiosità di capire che cosa stesse accadendo a partire da una ricerca fatta sul tema a Moncalieri».

Era prima che Hiina, Sanaa e le altre storie finite in tragedia portassero il tema alla ribalta delle cronache. «Da lì siamo arrivati al primo progetto con action aid e Fondazione Vodafone e alla prima casa rifugio per donne vittime di matrimoni forzati». Il percorso non è stato e non è facile, e il fenomeno resta difficile da quantificare perché il difficile è farlo emergere soprattutto una volta che l’obbligo scolastico finisce, anche se alcune cose si sono imparate: «Qualcosa è cambiato in meglio, all’inizio succedeva che il primo intervento portasse a contattare le famiglie, pensando a una crisi adolescenziale con risultato che le ragazze correvano il rischio di trovarsi ancora più segregate, in una confusione di regole della comunità, tradizioni, religione, consuetudini non facilmente districabile. Oggi possiamo contare sul codice rosso che ha creato un reato ad hoc e dà alle forze dell’ordine uno strumento in più, gli assistenti sociali e le scuole conoscono meglio il problema, ma resta ugualmente un fattore di enorme complessità, che ha bisogno di competenze diverse ed elevate che facciano rete: la complessità del problema richiede complessità di interventi e convergenza di sguardi diversi, che devono agire insieme, altrimenti si rischia che in qualche punto si formi un vuoto che è forse il vuoto in cui potrebbe essere caduta Saman». Molte cose delle dinamiche del caso si Saman verranno chiarite dalle indagini in corso, ma sembra già chiaro il fatto che chi si occupava di lei l'aveva avvertita del fatto che tornare a casa avrebbe potuto essere un rischio, ma ovviamente la legge non consente di trattenere un maggiorenne in una struttura protetta e neppure in un programma di protezione quando c'è, ci può essere solo un'azione di persuasione.

Tiziana Dal Pra è preoccupata dai discorsi troppo semplicistici: «È facile da fuori domandarsi: perché non si ribellano le figlie? Perché le madri non si oppongono? Spesso non riescono farlo perché la famiglia allargata, spesso allargata all’intera comunità in cui vivono, le avvolge come un filo spinato in una bolla di isolamento e segregazione. Anche le stesse mediatrici culturali è importante che siano connazionali ma che non vivano nel luogo e nella comunità in cui si interviene perché potrebbero essere a rischio loro stesse e perché dentro la stessa comunità le donne non si fidano nemmeno di confrontarsi tra di loro, temono di essere tradite: le ragazze sanno di correre dei rischi, anche se nessuna pensa davvero, in fondo, che la propria famiglia possa arrivare al delitto d’onore. Spesso sono ragazze più “giovani” delle loro coetanee, inesperte nella loro maturità sociale perché sono state trattenute a lungo in uno spazio privato, conoscono pochissimo del contesto sociale, questo le rende più fragili nel rapporto con la società: è comprensibile che accada che, in un momento di difficoltà nel percorso, anche quelle che hanno la forza di sottrarsi al matrimonio forzato, tornino indietro all’unica cosa che conoscono: la famiglia. Ma è un fenomeno che vediamo anche da noi in tanti casi di violenza domestica, in cui si accetta l’inganno di un ultimo chiarimento, magari con la scusa dei figli. E lì possono accadere i drammi, anche se per fortuna non a tutte succede. Bisogna essere onesti con chi chiede aiuto sulla lunghezza e le difficoltà che incontreranno lungo il percorso perché ci vuole tempo: non vuol dire che queste ragazze non torneranno a casa mai, ma bisogna mettere in conto un lungo lavoro anche se a volte, dopo aver costruito una vita autonoma, capita che riescano a ricostruire un rapporto almeno con la mamma».

Il ruolo delle madri spesso ci interroga: «La questione principale è che vivono in un contesto in cui le donne sono considerate di poco valore, in cui si resta ancorati alla vita come la si è conosciuta nel proprio Paese, mentre nella migrazione si ha la paura di perdere identità e di non essere più riconosciuti dalla propria comunità. È una preoccupazione che riguarda i padri nella famiglia patriarcale allargata e in cui le madri finiscono per fare le guardiane della tradizione perpetuando l’unica cosa che conoscono, il solo modello che hanno vissuto, perché non conoscono altro, anche perché spesso non hanno un’istruzione: se non diamo diritti a queste donne, madri e figlie, rischiamo nel silenzio il razzismo all’inverso: non dobbiamo educarle, dobbiamo dare loro diritti, a cominciare dai corsi di italiano che devono essere negli spazi pubblici, perché se accettiamo di spostarli dentro la comunità le respingiamo all’interno: non può essere che le istituzioni, di una democrazia pluralista che riconosce la parti dignità alle persone, accettino che ci siano spazi in cui le donne restano invisibili, di non sapere se le ragazze vanno o non vanno a scuola. Solo rendendo queste donne visibili, Saman diventa non più un’estranea, doppiamente perché lo è per la sua comunità ma anche il Paese che la accoglie, ma Saman persona. Sarà un processo lungo e complicato ma dobbiamo farlo e la scuola è importantissima: dietro le ragazze che si sono rivolte a noi negli anni ci sono stati spesso bravissimi insegnanti che hanno aperto non solo gli occhi ma anche il cervello e il cuore davanti a segnali di violenza in genere e di questo particolare tipo di violenza in particolare. Ma è importante che una volta fatta la segnalazione la scuola non deleghi soltanto, magari ai servizi. Occorre mettere in rete le conoscenze del territorio: tavoli di confronto interscolastici, centro antiviolenza, servizi sociali, polizia».

 
 
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